Ancora su Colle Oppio e il Celio…

Pubblico sul blog questo scritto che avevo inviato, tempo fa, al sito di Margherita D’Amico (www.ilrespiro.eu). Mi è venuto in mente che a volte repetita iuvant… Chissà che non leggano questo intervento i mei soliti venticinque lettori… Chissà che alcuni di loro non si impegnino a diffonderlo per far conoscere il problema… Chissà chissà… Chissà che la crisi finanziaria non blocchi le spese dissennate previste per distruggere sia il parco che i resti della domus aurea… Chissà che una parola in più non induca qualche potente incompetente a una maggiore riflessione sugli interventi da fare in uno dei luoghi più magici della città… Sarebbero sempre da evitare gli atteggiamenti estremi che distinguono un problema dall’altro: il verde cittadino dall’archeologia, per esempio (un Corrado Ricci inorridirebbe solo a pensarlo…). Non avete notato quanto è malinconico e brutto il Circo Massimo da quando un archeologo talebano decise di radere al suolo la macchia verde che lo abbelliva? Cosa resterebbe del fascino del Palatino se ne abbattessimo gli storici giardini? E che ne vogliamo fare allora del mirabile giardino che occupa il basamento del tempio di Claudio proprio sopra al Colosseo? La lista sarebbe infinita… Ma forse conoscere il problema, accorgersene, può rallentare la barbarie distruttiva dei nostri tempi..

I giardini di Colle Oppio, i gatti del Colosseo e la Casa del Popolo …

Un pezzo dei giardini di Colle Oppio è franato lasciando a vista una galleria utilizzata dal Comune come deposito di reperti di scavo. L’ambiente non fa parte della Domus aurea, che non è coinvolta nel crollo, ma risale all’età traianea, quando l’interramento della reggia di Nerone venne portato a compimento per edificare le Terme ancora oggi visibili in superficie. Il timore di cedimenti improvvisi di altre parti potrebbe ora accelerare gli interventi straordinari programmati da anni: con il rischio, però, di risolvere frettolosamente il problema della conservazione dei resti archeologici unitamente al verde che li ricopre. E così, passeggiando nei quieti giardini, pini, lecci, cipressi, oleandri, palme, rose, mirti e allori, sembrano in attesa di conoscere la loro prossima sorte.
Visitando la Domus Aurea qualche anno fa sentii dire da una giovane archeologa che la conservazione di quei vasti ambienti sotterranei era seriamente compromessa dall’umidità: andavano svanendo pian piano tutti i celebri affreschi che gli artisti del Cinquecento avevano copiato nei loro taccuini, calandosi avventurosamente nelle grotte con le torce attraverso stretti cunicoli. Ci fece vedere una stanza che era stata chiusa ermeticamente nel tentativo di isolarla dall’acqua: guardando all’interno da una spece di oblò si poteva constatare la totale inutilità dell’intervento. “L’unica cosa da fare per risolvere definitivamente il problema” – disse tranquillamente – “sarebbe quella di eliminare le piante e gli alberi del giardino sovrastante..”. “ Come? Che intende dire? Ho capito bene?” – chiesi senza aspettare che finisse – “Sta parlando dei giardini di Colle Oppio?”. “Certo… Ovvio.” – rispose – Le radici degli alberi sono un vero problema… La Domus Aurea dovrebbe essere totalmente liberata al di sopra…”. “Cioè? Liberata al di sopra? e come..?” – chiesi di nuovo io – “Intende dire forse che andrebbe ricoperta con una bella colata di cemento?” “In un certo senso sì…” – replicò lei imperturbabile – “c’è un progetto in tal senso… è già approvato anzi… sarebbe l’unico modo di isolarla dall’umidità..”. “Ma lei lo sa che i giardini di Colle Oppio sono stati progettati da De Vico? che sono giardini storici…?” – provai a interloquire ancora – “Roba vecchia e superata… tutto sbagliato quel disegno…” – aggiunse lei rivolgendosi agli altri visitatori, che non sembravano minimamente preoccupati della sorte dei prati, degli alberi e delle piante che vegetavano inconsapevoli e vivi al di sopra delle loro teste.
A dire il vero, nel progetto di restauro, oltre agli interventi di impermeabilizzazione e recupero sarebbe previsto uno studio delle specie vegetali compatibili con il nuovo assetto cementizio, ma è forte il dubbio che la conservazione del verde sia del tutto secondaria rispetto a quella dei beni archeologici: prova ne è il trattamento subito dal giardino di via dei Fori Imperiali di cui, dopo uno scavo decennale, è rimasto solo il malinconico ricordo di qualche pino isolato.
Da bambina andavo spesso a giocare con i gatti nei giardini di Colle Oppio e guardavo dentro i pozzi di aerazione immaginando, affascinata, che in quei misteriosi spazi sotterranei si celassero dei tesori. Quando da grande seppi che lì sotto un tempo c’era stata la casa di Nerone, fantasticavo ancora sulla sorte dell’imperatore esteta: integralmente rimosso il suo progetto di città ideale, cancellati i suoi sogni di artista, i suoi successori lo avevano condannato all’oblio interrando proprio la sua splendida casa dorata, costruendoci sopra delle terme, edificando un anfiteatro al posto del lago e della statua monumentale che doveva celebrarne la memoria per i posteri…
La storia antica, gli alberi e le piante che vi crescevano sopra, i gatti che ne popolavano indisturbati le rovine… un’unica immagine di insieme, gioiosa, della mia infanzia romana. Che Romeo fosse il nome di un gatto del Colosseo per me, allora, era una certezza. Scendendo dai giardini e girando intorno all’immensa massa con il naso all’aria abbassavo lo sguardo quando avvertivo un leggero contatto sulle gambe: mi chinavo per una carezza… ed ecco allora sbucare tra le arcate tanti altri spavaldi “romei”, piccoli e grandi, neri, bianchi, rossi e a strisce… Fino a qualche anno fa a una certa ora del pomeriggio compariva una signora che, trascinando con sé un carrello carico di cibarie – il tutto autorizzato dal comune – li chiamava a raccolta per accudirli e nutrirli…
Ora il Colosseo è assediato da eserciti di gladiatori e di turisti, ogni varco è chiuso da tubi innocenti e da fitte reti e i gatti sono spariti: anzi, a dire il vero, non se ne vedono più né nei giardini di Colle Oppio, né in tutto il Celio. Qualcuno ancora si aggira titubante nel rione, tra i pochi cortili accessibili e le sparse, polverose tracce di verde, sostando speranzoso davanti all’ambulatorio del veterinario gattofilo di via Annia. L’ampio spazio tra la via e l’ospedale militare, infestato per mezzo secolo da insediamenti abusivi, sterpaglia e rovine e riconquistato con una azione di forza dalla passata giunta comunale, dopo essere stato trasformato in un giardino è di nuovo abbandonato a se stesso: il prato e le poche piante stentano, i quattro gatti del rione lo evitano. Anche la vecchia alberata di via Claudia è stata sostituita da esili pianticelle, così come è stata tagliata la storica quercia di via dei Querceti (il Celio anticamente era chiamato anche Querquetulanus per i querceti che lo ricoprivano) e sono stati eliminati molti degli aranci disposti agli incroci di via Celimontana perché disturbavano i tavolini e i parcheggi selvaggi. Solo a ridosso della palazzina dei carabinieri una nobile schiera di palme resiste, sia pur costretta in enormi vasi anziché in piena terra.
Anche nel grande spazio interno della cosiddetta Casa del Popolo, tra via Capo d’Africa e via Marc’Aurelio, quello che un tempo era un giardino frequentato da umani e popolato da una felice colonia di gatti si è trasformato in uno slargo terroso parzialmente occupato da cantieri dismessi. La Casa del Popolo – quasi 1.700 mq di superficie – inaugurata nel 1906, più di cento anni fa, all’epoca luogo vivissimo di incontri, di attività politiche, culturali e ricreative dei cittadini romani, fu confiscata durante il fascismo, occupata dagli sfollati di san Lorenzo nel 1945, murata nel 1955, occupata negli ultimi anni da centri sociali di sinistra e di destra, fino all’ultimo sgombero da parte della Regione che la consegnò al Comune perché ne facesse buon uso. I lavori avviati con il restauro della facciata, la sistemazione dei tetti e dei solai, non sono mai terminati. L’ingresso dalla parte di via Capo d’Africa è sempre murato e quello che un tempo era un ridente giardino interno ora langue deserto sotto lo sguardo di una statua derelitta.

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