Archivi autore: Anna Mattei

Informazioni su Anna Mattei

Anna (Annarosa) Mattei vive a Roma dove ha fatto i suoi studi e tuttora svolge le sue attività. Il tema medievale dell’amor cortese, le figure del simbolo e dell’allegoria, l’estetismo e la poesia liberty, il primo romanticismo, il romanzo e la poesia del Novecento, sono tra i percorsi principali della sua ricerca. Si è sempre occupata, in tal senso, di teoria della letteratura e della lettura, sia come studiosa che come docente, pubblicando libri e saggi. Con il nome di ‘Annarosa’ Mattei ha firmato i suoi primi due romanzi, Una ragazza che è stata mia madre, 2005; L’archivio segreto, 2008, entrambi editi negli Oscar Mondadori. Il terzo, pubblicato a dicembre 2013 si intitola Il sonno del Reame.

Continua senza sosta la devastazione di via dei Fori Imperiali

Per anni, lungo via dei Fori Imperiali, sulla destra, in direzione del Colosseo, di fronte alla Curia, un’ampia area di verde storico e vincolato è stata recintata e sequestrata con una rete, senza che nessun cartello ne indicasse la ragione, neanche a richiesta dei cittadini. Circa un mese fa, o poco più, finalmente è comparso un avviso – ora rimosso e sostituito con quello che si può vedere nell’immagine –  in cui si annunciavano ‘lavori di pulizia propedeutici al progetto di scavo del Foro di Cesare’. Per ‘lavori di pulizia propedeutici’ l’allora sovrintendente ad interim, che firmava il provvedimento affisso sulla rete, intendeva la devastazione del verde storico preesistente, per altro, già da tempo e di fatto, recintato e sottratto al pubblico godimento e soprattutto spogliato di due magnifici e sanissimi pini marittimi. Si contano a decine, ormai, gli alberi abbattuti lungo la via e la stessa sorte toccherà probabilmente ai tre lecci che per ora  sopravvivono in questo scavo, che dovrebbe ripristinare la continuità del Foro di Cesare. Il cartello che ora è affisso sul lato del recinto non mostra più il piano di spesa e i riferimenti del progetto ma si limita a mostrare l’intera area dei Fori di qua e di là della via, delineandone i tracciati antichi, senza tenere nel minimo conto il disegno urbanistico originario dell’area, della via e dei giardini storici inutilmente vincolati.  Avendo già scritto una breve storia della infelice via, che soffre dello stigma del fascismo più di quanto non soffra il Vittoriano di quello monarchico sabaudo, rimando a quella memoria tutti coloro che volessero sapere di più sull’insano comportamento dell’amministrazione capitolina e delle soprintendenze archeologiche, che nel giro di vent’anni hanno trasformata la via, giudicata da Le Corbusier una delle più belle del mondo, in una landa pietrosa, desertificata e inospitale.  Il mio articolo, intitolato Da piazza Venezia a via dei Fori Imperiali: una storica passeggiata ridotta a un percorso di guerra, è stato pubblicato sulla rivista Lazio ieri e oggi (luglio- agosto 2015) e su questo blog il 15 giugno 2016.

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L’attualità di Dante. Il lungo ‘cammino’ interpretativo della Commedia dantesca: realtà, simbolo e allegoria.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=824&v=xWsZIwheA-c

Care amiche e amici che ‘avete intelletto d’amore’, date qualche minuto della vostra attenzione a questo video registrato giovedì scorso, 7 febbraio, alla Maison de l’Italie. Ci sentirete parlare del libro di Pier Luigi Vercesi, ‘Il naso di Dante’, e vi troverete coinvolti in una romanzesca inchiesta sulla complessa storia della decifrazione del discorso d’amore dantesco, che, tra impedimenti, fraintendimenti, disavventure e grandi sofferenze, si fece strada nell’Ottocento romantico e politicamente impegnato, seguendo soprattutto la nuova via critica indicata da poeti, letterati e patrioti. Dai trovatori, che per primi espressero magistralmente il significato sapienziale dell’esperienza d’amore, a Dante, che ne raccolse e sublimò l’eredità poetica, accentuandone l’impegno etico e politico, il cammino dell’Amor Platonico si riaprì grazie agli studi appassionati di Gabriele Rossetti, che ne riscoprì le origini remote negli antichi culti misterici e ne decifrò il senso risposto, oscurato da secoli di disattenzione, restando però lui stesso, a lungo, inascoltato.

Mercoledì 23 gennaio, una bella esperienza nella Biblioteca della città di Arezzo

Mercoledì 23 gennaio. Arezzo. Un giorno molto difficile per le condizioni climatiche decisamente avverse. Scuole chiuse, ritardi e difficoltà lungo le linee ferroviarie e le autostrade, per la neve, la pioggia e il freddo. In programma anche una partita locale. Tutto sembrava congiurare per un annullamento dell’iniziativa e un cambiamento di data. E invece no. Il treno è partito da Roma ed è arrivato ad Arezzo, anche se con un’ora di ritardo, e, dopo pochi minuti è arrivata da Firenze, con un treno regionale, anche la professoressa Isabella Gagliardi, affannata, dopo aver partecipato a una riunione accademica imprevista. Una cara amica aretina, Maria Grazia Redi, che mi aveva aspettato pazientemente davanti alla stazione,  ha accompagnato tutt’e due in auto, su, verso la Pieve, nella parte alta della città, dove si trovano l’Accademia Petrarca e la Biblioteca della città di Arezzo, in una posizione meravigliosa ma assai difficile da raggiungere a piedi in una giornata fredde e piovosa. Immaginavo già che avrei solo salutato e ringraziato gli organizzatori, la professoressa Francesca Chieli, consigliera della Biblioteca e il professor Giulio Firpo, presidente dell’Accademia Petrarca, e sarei velocemente ripartita per assenza di pubblico, viste le circostanze così sfavorevoli. Invece è stato davvero sorprendente verificare come, anche nelle condizioni più sfavorevoli, tutto può andare per il meglio e non si deve mai disperare. Entrata nella sala, per altro non troppo riscaldata, ho trovato un pubblico curioso e infreddolito, di varie età e provenienza, donne e uomini, giovani e meno giovani, con ogni evidenza ben disposti a lasciarsi coinvolgere niente meno che in una discussione sul tema d’amore. Quanto di più originale si possa immaginare in un tempo come il nostro, apparentemente sempre più cieco e ottuso di fronte a tutto ciò che riguarda l’arte, la bellezza, la sapienza, l’esercizio del libero pensiero.  A incontro già iniziato, continuavano a entrare persone. Molti acquistavano anche il libro. Sorprendente davvero. Cordiali e amabili le parole introduttive di Francesca Chieli e di Giulio Firpo, ampia e precisa l’introduzione storica di Isabella, veemente, credo, come al solito, il mio intervento su temi e momenti della nostra civiltà europea che mi appassionano per la loro innegabile e immortale attualità.  Che dire se non che è stata davvero una bella esperienza di profondo dialogo del cuore, dell’anima e della mente?

‘Copenhagen’ di Michael Frayn al teatro Argentina

Copenhagen, o dei fondamenti di una conoscenza critica fondata sulla complementarità e il dialogo. Bravissimi Umberto Orsini e Massimo Popolizio, in primo piano, e Giuliana Lojodice, sullo sfondo, in Copenhagen di Michael Frayn (1933), al teatro Argentina il 4 dicembre. Rappresentata per la prima volta a Londra nel 1998, l’opera teatrale mette in scena il misterioso colloquio che avvenne a Copenhagen, nel settembre del 1941, durante l’occupazione nazista della Danimarca, tra due grandi protagonisti della nuova fisica novecentesca, il danese Niels Bohr (1885-1962) e il tedesco Werner Heisenberg (1901-76), alla presenza della moglie di Bohr, Margrethe. Frayn immagina che i due, dopo anni di lontananza, si ritrovino a discutere, non più da colleghi e amici, non solo sullo stato della loro comune ricerca, ma sull’utilizzo dell’energia nucleare a fini bellici. Nessuno ovviamente sa cosa si siano detti realmente i due scienziati, ormai inevitabilmente schierati sui fronti contrapposti di un paese occupato e di un paese occupante. Né sappiamo come avrebbero potuto risolvere il problema dei rapporti tra etica e scienza, neutralità e impegno, proprio i due massimi scopritori del fondamento critico e dialogico di ogni conoscenza. Il principio di complementarità di Bohr e il principio di indeterminazione di Heisenberg rivoluzionarono la fisica del mondo atomico e subatomico destabilizzando i fondamenti deterministici della conoscenza novecenteschi. Quel che sappiamo per certo, a partire dalla loro ricerca ‘complementare’, è che intendere e comprendere la natura problematica del mondo in cui noi tutti viviamo significa, ineluttabilmente, interagire, costruire un dialogo perenne tra soggetto e oggetto, che si rinviano l’uno all’altro, in un continuo scambio, compenetrandosi tra loro in una unità doppia, contraddittoria, necessaria e mutevole. Secondo il principio del Tao, assunto, non a caso, da Bohr come simbolo della sua ricerca. E anche secondo Eraclito e la grande filosofia presocratica.

Massimo Popolizio Giuliana Lojodice Umberto Orsini 
Il simbolo del Tao assunto da Niels Bohr

Vecchie e nuove considerazioni del gatto Gregorio sull’arte del romanzo e sull’ultima edizione del premio Strega

Care amiche e amici, ho già dettato, in parte, queste scarne considerazioni alla mia amica Annarosa,  perché se ne facesse portavoce sulla pagina Facebook  intitolata ‘Il sonno del Reame o l’enigma d’amore’, visto che non è quasi mai ben accetto che le faccia un gatto. Le registro qui, dopo tanto tempo, perché serviranno da introduzione alle mie prossime considerazione sull’arte del discorso. Un’arte che gli antichi conoscevano benissimo e che noi abbiamo dimenticato, a giudicare dalla disattenzione e dalla trascuratezza con cui si parla, si legge, si scrive. Ecco le mie riflessioni estive sull’arte del romanzo e sul premio italiano più famoso che la dovrebbe consacrae ogni anno. La sera di giovedì 5 luglio il Premio Strega è tornato a celebrarsi al Ninfeo di Villa Giulia, abbandonando l’idea di altri luoghi del tutto inadatti a una tradizione ben consolidata nella memoria. Facendo ben attenzione a non farmi schiacciare  e soprattutto a non farmi notare, ho seguito la mia amica tra la folla di personaggi variopinti scambiando spesso con lei occhiate e mormorii clandestini. Scarso o nullo interesse da parte di tutti per i libri candidati al premio. Percepibili con chiarezza – almeno da me, che pure sono un gatto – la sensazione di estraneità al luogo e all’evento, la sostanziale indifferenza al mondo della scrittura e della lettura. Sovraffollamento solito, sorrisi di circostanza, (come quello di Annarosa, del resto..), molti incontri, molte chiacchiere e saluti. Ma la grande assente è stata la letteratura. Come sempre, direte, visto che non va più di moda da tempo, mentre sapete bene anche voi quanto siano ricercati i personaggi. No, non quelli dei romanzi. Magari. Intendo dire i ‘personaggi’ autori dei libri, quelli che vengono invitati alle trasmissioni tv, ai festival, alle sagre dei monti, delle colline e dei mari. I ‘personaggi-autori’ parlano dei loro libri, senza curarsi della loro assenza, felici di esserci come segnali di oggetti remoti e ai più sconosciuti. Anche al Premio Strega di quest’anno i libri non hanno manifestato la loro presenza. Nello spazio del Ninfeo, invaso da tavoli sequestrati da un numero sovrabbondante di convitati,  Eppure qualcosa mancava. Da intendere in questo senso, forse, l’inopportuno commento di Cognetti, ad apertura di votazioni: “questo non è un ristorante ma un premio letterario”. Interessanti i libri dei candidati, tutti in gran parte incentrati sul tema della libertà e della tirannia, tranne ‘Il gioco’ di D’Amicis, che esplora territori d’ombra. Tre donne in gara, meritato premio alla Janeczek e alla sua ‘Ragazza con la Leica’. Cosa mancava, dunque, alla solita kermesse che ben credevo di conoscere? Mancava la passione di una condivisione di letture, di scelte, di interessi e orientamenti da confrontare? Oppure mancava il riconoscimento di un antico spazio comune, in cui si era soliti ritrovarsi ogni estate per fare un bilancio culturale attraverso i libri? Scarsi o assenti nobili critici del tempo che fu, pochi scrittori, pochi giornalisti, pochi politici, sia locali che nazionali. Nessuno comunque in vena di esprimersi e condividere le proprie impressioni.