Archivi autore: Anna Mattei

Informazioni su Anna Mattei

Anna (Annarosa) Mattei vive a Roma dove ha fatto i suoi studi e tuttora svolge le sue attività. Il tema medievale dell’amor cortese, le figure del simbolo e dell’allegoria, l’estetismo e la poesia liberty, il primo romanticismo, il romanzo e la poesia del Novecento, sono tra i percorsi principali della sua ricerca. Si è sempre occupata, in tal senso, di teoria della letteratura e della lettura, sia come studiosa che come docente, pubblicando libri e saggi. Con il nome di ‘Annarosa’ Mattei ha firmato i suoi primi due romanzi, Una ragazza che è stata mia madre, 2005; L’archivio segreto, 2008, entrambi editi negli Oscar Mondadori. Il terzo, pubblicato a dicembre 2013 si intitola Il sonno del Reame.

Vecchie e nuove considerazioni del gatto Gregorio sull’arte del romanzo e sull’ultima edizione del premio Strega

Care amiche e amici, ho già dettato, in parte, queste scarne considerazioni alla mia amica Annarosa,  perché se ne facesse portavoce sulla pagina Facebook  intitolata ‘Il sonno del Reame o l’enigma d’amore’, visto che non è quasi mai ben accetto che le faccia un gatto. Le registro qui, dopo tanto tempo, perché serviranno da introduzione alle mie prossime considerazione sull’arte del discorso. Un’arte che gli antichi conoscevano benissimo e che noi abbiamo dimenticato, a giudicare dalla disattenzione e dalla trascuratezza con cui si parla, si legge, si scrive. Ecco le mie riflessioni estive sull’arte del romanzo e sul premio italiano più famoso che la dovrebbe consacrae ogni anno. La sera di giovedì 5 luglio il Premio Strega è tornato a celebrarsi al Ninfeo di Villa Giulia, abbandonando l’idea di altri luoghi del tutto inadatti a una tradizione ben consolidata nella memoria. Facendo ben attenzione a non farmi schiacciare  e soprattutto a non farmi notare, ho seguito la mia amica tra la folla di personaggi variopinti scambiando spesso con lei occhiate e mormorii clandestini. Scarso o nullo interesse da parte di tutti per i libri candidati al premio. Percepibili con chiarezza – almeno da me, che pure sono un gatto – la sensazione di estraneità al luogo e all’evento, la sostanziale indifferenza al mondo della scrittura e della lettura. Sovraffollamento solito, sorrisi di circostanza, (come quello di Annarosa, del resto..), molti incontri, molte chiacchiere e saluti. Ma la grande assente è stata la letteratura. Come sempre, direte, visto che non va più di moda da tempo, mentre sapete bene anche voi quanto siano ricercati i personaggi. No, non quelli dei romanzi. Magari. Intendo dire i ‘personaggi’ autori dei libri, quelli che vengono invitati alle trasmissioni tv, ai festival, alle sagre dei monti, delle colline e dei mari. I ‘personaggi-autori’ parlano dei loro libri, senza curarsi della loro assenza, felici di esserci come segnali di oggetti remoti e ai più sconosciuti. Anche al Premio Strega di quest’anno i libri non hanno manifestato la loro presenza. Nello spazio del Ninfeo, invaso da tavoli sequestrati da un numero sovrabbondante di convitati,  Eppure qualcosa mancava. Da intendere in questo senso, forse, l’inopportuno commento di Cognetti, ad apertura di votazioni: “questo non è un ristorante ma un premio letterario”. Interessanti i libri dei candidati, tutti in gran parte incentrati sul tema della libertà e della tirannia, tranne ‘Il gioco’ di D’Amicis, che esplora territori d’ombra. Tre donne in gara, meritato premio alla Janeczek e alla sua ‘Ragazza con la Leica’. Cosa mancava, dunque, alla solita kermesse che ben credevo di conoscere? Mancava la passione di una condivisione di letture, di scelte, di interessi e orientamenti da confrontare? Oppure mancava il riconoscimento di un antico spazio comune, in cui si era soliti ritrovarsi ogni estate per fare un bilancio culturale attraverso i libri? Scarsi o assenti nobili critici del tempo che fu, pochi scrittori, pochi giornalisti, pochi politici, sia locali che nazionali. Nessuno comunque in vena di esprimersi e condividere le proprie impressioni.

In memoria della mia amatissima Nina

Nina, amica mia dolcissima, non ricordo nemmeno come sei arrivata da me, ma certamente eri piccola, dolcissima e amabile, così come sei stata sempre, fino all’ultimo istante della tua vita. Sei stata la più attenta e sensibile creatura che abbia mai conosciuto, capace di intuire e intendere emozioni e stati d’animo,  rasserenare le mie frequenti malinconie con il tuo sguardo enigmatico e profondo, con il tuo particolare e intenso fraseggio di miagolii e mormorii, che non cessavi mai di emettere, come fossi uno strumento musicale animato. Mi mancherai tanto, Nina, mia dolcissima amica. Mi mancherai in ogni momento del giorno. Mi mancherai alla sera soprattutto, quando, come sempre, tergiverso e resisto alla pausa irresistibile del sonno. Ogni notte, per anni, aspettavi che rientrassi e mi invitavi a seguirti per fare insieme una misteriosa, rituale passeggiata, lungo il portico dell’antico Palazzo dove ho trascorso tanti anni della mia vita, camminando tu al passo con me o precedendomi appena, alzando spesso lo sguardo, fissandomi e parlando con me di continuo nel tuo magico linguaggio. Nella nuova casa hai continuato a farlo in altro modo, attendendo il mio rientro sulla soglia, seguendomi per le stanze mentre mi perdevo tra le abitudini che dilazionano l’appuntamento con il sonno, intonando le tue tenere melodie, fino a che non mi convincevi a raggiungere il letto dove ti accoccolavi ai miei piedi e mi accompagnavi nel viaggio notturno che certamente non ti intimoriva. Dolcissima amica, spero di ritrovarti nei giardini di luce in cui certamente ora ti aggiri insieme ai vecchi amici che ti hanno preceduto. Alla piccola Mia, soprattutto, che ha tanto sofferto prima di andarsene, che amavi molto e che hai a lungo cercato quando ormai non c’era più. Dormirò sempre ogni notte in tua compagnia, dolcissima Nina, senza temere più l’attraversamento di cui forse mi davi la chiave segreta per aprire le porte che introducono in un altro mondo a te ben noto.

La presentazione di sabato 16 giugno a Montemerano

In questi ultimi anni, per chi scrive, è diventato vitale e necessario presentare i libri, non solo una volta, due o tre, come accadeva prima, ma più volte e in molti luoghi diversi, perché resti viva l’attenzione dei lettori e dei librai. Gli incontri sono sempre interessanti e coinvolgenti perché accade spesso che gli interventi del pubblico aggiungano riflessioni e nuovi spunti alla storia a cui chi scrive ha cercato di dare forma. Accade che in qualche occasione ci siano poche persone mentre in altre capita che ci sia un pubblico numeroso, attento e coinvolto. Sabato scorso, a Montemerano,  l’incontro sull’inesauribile tema dell’ “enigma d’amore” nella Biblioteca di Storia dell’Arte, organizzata e promossa dagli eccellenti e infaticabili organizzatori di eventi culturali, Marilena Pasquali e Giancarlo De Maria, è stato una vera e piacevole esperienza  di immersione in una realtà locale, ricca di storia, bellezza e partecipazione. Claudio Strinati, come è suo solito ha esplorato da par suo il tema d’amore, e l’editore, Alessandro Orlandi, gli ha fatto seguito in modo altrettanto efficace. E poi è toccato a me di interloquire con un pubblico certamente ‘intendente’ come pochi altri che mi era capitato di incontrare, per dirla con i miei amati antichi poeti. Certamente è bello fare un’inchiesta, portare avanti una ricerca che appassiona, scriverne ogni giorno, come una formica letteraria, finché non si decide di arrivare a un punto comunque sempre provvisorio di compiutezza. Ma è più bello ancora quando la ricerca prende vita nel confronto e nel dialogo aperto con altri sensibili cultori degli stessi temi, per procedere insieme lungo un cammino di consapevolezza. Grazie ad amici sapienti e preziosi, intervenuti all’incontro di Montemerano, come Maria Vittoria Marini Clarelli e Filoreto D’Agostino. Grazie a Simona Carratelli e a Francesco Bernardini, giovani professionisti, ritrovati casualmente nella bella Maremma toscana, dove vivono e lavorano felicemente.

Sappiamo ancora parlare d’amore?

Fu nei fiorenti feudi dell’antica Aquitania del dodicesimo secolo che l’esperienza d’amore, per la prima volta, venne pienamente e liberamente vissuta, indagata nella sua natura enigmatica, codificata in rituali complessi, espressa in una altissima forma poetica. La civiltà occitanica – così chiamata dalla lingua d’oc che si parlava nei territori a sudovest della Francia – maturò una lunga e complessa riflessione sull’essenza misteriosa del fenomeno amoroso, che considerò il nucleo fondante di un diverso modo di sentire e di un nuovo modello sociale, all’interno di un sistema culturale assai avanzato, improntato al dialogo, alla parità tra l’uomo e la donna, al libero pensiero. Indagare sulle origini del discorso d’amore ci fa riscoprire, in modo inatteso, un mirabile momento di rinascenza di un medio evo illuminato, che pose la donna e l’amore al centro di un processo di rigenerazione e rinnovamento, non solo di ogni singolo individuo consapevole, ma dell’intera società. Non a caso Simone Weil definì la civiltà della cortesia e dell’amore come la più evoluta e irripetibile della storia europea.

L’amore celebrato nel grande canto dei trovatori, semplici cavalieri e potenti signori, uomini e donne, fu chiamato fin’amor, amor nova – di genere femminile in lingua d’oc – e venne inteso e vissuto come accensione straordinaria dell’anima e dei sensi, occasione di rinascita e conoscenza di sé, riservata a chi sapesse intenderne le potenzialità per naturale predisposizione e per formazione culturale. Perché la sua straordinaria potenza venisse colta e compresa da chiunque la avvertisse in sé, venne elaborata, all’epoca, una sorta di grammatica morale, un vero e proprio codice, che illustrava il cammino da compiere a quanti si sentissero in grado di intraprenderlo. L’esperienza d’amore, per chiunque fosse capace di provarla e intenderla, si doveva trasformare in tal modo in un vero e proprio cammino guidato, introspettivo e iniziatico, alla ricerca della chiave di accesso a una superiore sapienza, alla divina sophia rispecchiata nella bellezza della donna. La donna, domna nell’antica lingua d’oc, era considerata, in questo contesto, la domina, la signora, e l’uomo era il suo vassallo, che, come in un rapporto feudale, le poteva rendere il debito hommage (omaggio) solo dopo aver superato vari gradi lungo la via del perfezionamento di sé e del riconoscimento del carattere inestinguibile del proprio desiderio. Solo alla fine del suo cammino di formazione, dopo aver dato prova di cortezia, mesura e valor, il cavaliere, divenuto om cortès (uomo cortese), poteva giurare fedeltà e obbedienza alla sua domna, senza mai pensare di risolvere nell’illusione del possesso la sua inchiesta d’amore.

 

 

È ancora tempo di parlare d’amore? A Napoli, 5 giugno, Casa Ascione; a Roma, 6 giugno, Harmonia mundi

Care amiche e amici, forse non è più questo il tempo adatto per parlare di libri e lettura, men che meno dell’antico discorso d’amore. O forse invece lo è più che mai, nella perplessità in cui oggi siamo sospesi. Torniamo ancora a parlare di civiltà del dialogo, di desiderio d’amore, di bellezza e sapienza, care amiche e amici. Vi aspetto a Napoli martedì 5, alle ore 18, a casa Ascione. Il giorno dopo a Roma, in via dei Santi Quattro 26, alle ore 19, nella sede dell’associazione culturale Harmonia Mundi (che vi chiede un’iscrizione online https://www.harmonia-mundi.it/eventi/lenigma-damore_2018-06-06 ). Più che mai è tempo, ora, di ricordare la centralità della cultura, del suo essere fondamento, e non sovrastruttura, di un progetto politico volto a ricostruire  una società destabilizzata e moralmente depressa. In un momento critico della nostra storia – una storia assai breve come stato unitario, lunghissima come nazione e cultura – è più che mai necessario, care amiche e amici, ricordare quelle grandi civiltà che hanno impostato la loro azione politica sull’amore per la conoscenza e il libero pensiero, sul rispetto per le diversità, sul dialogo paritario tra l’uomo e la donna. Torniamo, allora, a parlare della civiltà occitanica, delle donne e degli uomini dell’antica Aquitania, che tanto hanno segnato la cultura europea, soprattutto la nostra, imprimendo su di essa un indelebile segno di libertà, mai dimenticato, neanche nei momenti più oscuri, ma certamente mai più espresso nei modi originari. Una libertà vera e vissuta, per cui ogni individuo, uomo o donna che fosse, poteva distinguersi ed eccellere per la sua formazione culturale, non per la sua nascita, per il suo potere o per la sua ricchezza. Immagino che in tanti siamo preoccupati per quanto accade. Immagino che siamo certamente stanchi della cattiva informazione, dell’ipocrisia opportunistica malcelata, dei seminatori di discordia che invitano le piazze all’odio, alla rivalsa, allo scontro. Leggere non è dimenticare il proprio tempo difficile, ma ricordare la magnifica tradizione culturale che sostiene il nostro essere nel mondo, consapevoli, vigili e attivi.