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Breve e dolorosa storia di via dei Fori Imperiali

Aggiungo alcune immagini  al vecchio articolo sulla storia di via dei Fori Imperiali. Prima di tutto l’immagine di come era appena una ventina di anni fa, accompagnata da due quinte simmetriche di alberi e giardini . Poi, di seguito, all’interno dell’articolo, come si presenta ora, manomessa, cementificata, privata del verde.

immagine2Il problema della tratta T3 della Metro C è connesso alle vicende di via dei Fori Imperiali. Questo articolo, che anticipo per gli amici di Facebook , è stato consegnato mesi fa alla rivista Lazio ieri e oggi che dovrebbe uscire a breve. Poiché ritengo che l’informazione debba necessariamente essere alla base di qualunque discussione ve lo sottopongo in anteprima, sperando che abbiate la pazienza di leggerlo.

ANNAROSA MATTEI

Da Piazza Venezia a via dei Fori Imperiali: una storica passeggiata ridotta a un percorso di guerra tra mute rovine, cemento e cantieri.

I romani non camminano volentieri lungo Via dei Fori Imperiali, non solo per la ressa dei turisti che quotidianamente la affollano, ma soprattutto perché non la intendono e non la riconoscono. Per molti di loro la via monumentale è una sorta di non-luogo, una smagliatura rispetto al tessuto degli antichi rioni: al di là della distesa dei Fori, disseminata di rovine, dominata dal Colosseo, immaginano forse che inizi una storia diversa, che la città si allontani e diventi un’altra. Sono ben pochi, infatti, i cittadini romani che percepiscono la distanza effettiva tra piazza Venezia e il Colosseo e quasi nessuno crede che per andare da un capo all’altro della via occorrano solo dieci minuti. Ma, a ben vedere, chi può dare loro torto, viste le sue condizioni attuali? Perché mai qualcuno dovrebbe percorrere a piedi uno stradone disabitato, in cui, nonostante l’importanza e la bellezza dell’area archeologica circostante, mancano attività, punti verdi, fontane, luoghi di incontro, di informazione e ristoro? A via dei Fori Imperiali, che sembra ormai riservata esclusivamente al transito veloce di un turismo disinformato, sembra proprio che sia stata sottratta la vita.

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Quando, il 28 ottobre del 1932, venne aperta la monumentale strada, che allora si chiamava via dell’Impero, venne demolito un popoloso quartiere, fittamente urbanizzato nel medioevo, ricco di case e palazzi, attività artigianali, commerciali, chiese, monasteri. Venne abbattuta addirittura una collina, la Velia, che impediva il passaggio verso il Colosseo. Con l’apertura del nuovo asse viario l’intero quartiere, incuneato tra i rioni Monti e Campitelli senza soluzione di continuità, scomparve insieme a tutti i suoi edifici, le sue vie, i suoi abitanti. L’area venne spianata, gli edifici rinascimentali e medievali abbattuti, molte vie interrate, interrotte le attività, la popolazione deportata in borgate periferiche.

Si aprì in tal modo un vuoto e, sulle rovine dell’antico quartiere Alessandrino, chiamato così dal luogo di nascita del cardinale Michele Bonelli, che lo aveva radicalmente trasformato nella seconda metà del Cinquecento, venne realizzata la via dell’Impero, una sorta di spazio teatrale, del tutto privo di abitanti ma adorno di giardini, funzionale alle parate e alle rappresentazioni di potere del regime. Un’apposita campagna di scavi rimise ben in evidenza, ai lati della via, lo sfondo dei Fori, liberati dalle costruzioni che nei secoli si erano mescolati alle antiche rovine; la stessa Curia venne riportata al suo aspetto originario con un pesante intervento di demolizione della chiesa di Sant’Adriano al Foro che pure ne aveva preservato la struttura. A lavori compiuti, la via dell’Impero, ampia e magniloquente, si aprì tra le quinte dei Fori, procedendo verso la prospettiva scenica del Colosseo per rappresentare la rinascita della romanità e la potenza del regime.immagine1

Con analoghi scopi celebrativi, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, lo stesso destino era toccato a una piccola piazza rinascimentale delimitata, per tre lati, da due palazzi quattrocenteschi disposti ad angolo, Palazzo e Palazzetto Venezia, e dal cinquecentesco Palazzo Torlonia, che in origine era allineato con via del Corso. Per edificare il Vittoriano, monumento all’Italia unita, al suo re e alla nuova capitale, vennero abbattuti palazzi, chiese, antichi edifici, nonostante le veementi proteste dei più autorevoli intellettuali e studiosi dell’epoca. L’antica piazza Venezia, allargata a dismisura, venne ridisegnata come un’enorme platea vuota perché diventasse, anche in questo caso, uno spazio teatrale celebrativo di rappresentazione politica del Regno d’Italia. Memorabile l’impresa dello spostamento del palazzetto Venezia, che venne smontato e ricostruito in posizione arretrata, verso via Botteghe Oscure, in modo del tutto arbitrario, falsando quote e proporzioni. Per far posto al Vittoriano vennero abbattuti la torre di Paolo III e il passetto che collegava Palazzetto Venezia al Campidoglio; furono demoliti il convento e i chiostri dell’Aracoeli; fu demolito nel 1903 anche il cinquecentesco Palazzo Bolognetti-Torlonia, considerato uno dei più splendidi e fastosi d’Europa per la qualità e la ricchezza delle decorazioni e delle opere d’arte. Sparirono la piazza, la via e il vicolo di Macel dei Corvi, dove esisteva ancora la casa di Michelangelo, ricordata in seguito da una targa murata sul Palazzo delle Assicurazioni, l’edificio nuovo, che venne costruito a specchio, in stile neorinascimentale e in posizione simmetrica rispetto a Palazzo Venezia, ma molto più arretrata rispetto all’antico Palazzo Torlonia.

Fu, dunque, tra piazza Venezia e l’allora via dell’impero, che venne riscritta un’idea della nuova Italia unita e della sua capitale, a furia di sventramenti, demolizioni, deportazioni che suscitarono non pochi dibattiti e polemiche. Le nuove aree monumentali vennero totalmente riprogettate includendo ampie zone di verde, con l’intento di renderle comunque belle e gradevoli per cittadini e i visitatori. Nei due slarghi ai lati del Vittoriano, secondo il disegno di Giuseppe Sacconi, responsabile del discutibile progetto di piazza Venezia e del patriottico monumento, ampie aiuole alberate creavano delle quinte verdi. Allo stesso modo, sia all’inizio che lungo tutto il percorso della via dell’Impero, su entrambi i lati, l’insigne archeologo Corrado Ricci aveva progettato e fatto realizzare ampi giardini, con aiuole fiorite e maestosi pini marittimi.

Ma già da allora i romani operarono una sorta di inconscia rimozione del nuovo assetto urbanistico, che considerarono estraneo rispetto all’antica città racchiusa nell’ansa del Tevere, tra piazzette e stradine. L’apertura traumatica di Piazza Venezia, infatti, non costò solo la perdita di un prezioso patrimonio storico artistico, ma creò la prima discontinuità nel cuore di Roma, segnando una insanabile frattura tra la città rinascimentale e barocca e la Roma medievale e cristiana nata, dall’altra parte della piazza, a ridosso delle rovine dei Fori con cui aveva creato un secolare connubio. L’apertura di poco successiva di via dell’Impero accentuò la cesura, portando a compimento un programma politico che aveva scelto di rappresentare l’idea di Roma capitale proprio ai margini dei due luoghi più carichi di storia e di simboli: il Campidoglio e il Colosseo.

Per un curioso e fatale destino in questi ultimi venti anni piazza Venezia e via dei Fori Imperiali sono state nuovamente manomesse, ma in modo disordinato e discontinuo, in assenza di un disegno urbanistico unitario. La piazza, rispetto al progetto di Giuseppe Sacconi, ha mantenuto solo la quinta alberata di destra, dalla parte di piazza San Marco, mentre ha perso quella di sinistra, sul lato del Palazzo delle Assicurazioni Generali. Per quanto riguarda la via, già all’inizio del percorso, a un primo colpo d’occhio complessivo, si nota che, lungo l’intero asse viario, molte delle aree verdi progettate da Corrado Ricci sono scomparse e le poche rimaste sono compromesse e maltenute. Cominciando il cammino dalla piazza della Madonna di Loreto, nello spazio in cui c’era un’aiuola alberata, simmetrica a quella del lato opposto, nel 2008 sono stati fatti scavi esplorativi per il passaggio della Metro C e ora si apre un fossato, in fondo al quale affiorano resti di antiche murature (l’Auditorium di Adriano secondo gli archeologi), che era assai prevedibile ritrovare a pochi passi dalla Colonna Traiana e che comunque risultano assai poco leggibili per il profano. Procedendo sempre sul lato sinistro, laddove fino alla metà degli anni novanta si trovava un gradevole ed esteso giardino, si apre ora un altro lungo fossato di scavo, delimitato sul lato opposto dalla via Alessandrina che lo separa dal Foro di Traiano. Lungo il marciapiede si sale e si scende su livelli diversi, tra piazzole, scale, aggetti e terrazzamenti di cemento, su uno dei quali si nota il tronco mozzato di un pino: all’interno del fossato non ci sono i resti dei Fori, come era lecito aspettarsi, ma solo le murature e le fondamenta degli edifici dell’antico quartiere alessandrino demolito per l’apertura della via. Proseguendo lungo il marciapiede, tra le statue degli imperatori, le aiuole di roselline smunte, i cespugli di alloro, i pochi pini sopravvissuti agli abbattimenti e soffocati dal cemento, si procede salendo e scendendo su gradini e gradoni disposti senza nessuna coerenza. Il progetto di scavi, avviato nel 1995, compreso nel Piano degli interventi per il Giubileo del 2000, ha interessato il Foro di Cesare e di Nerva, il Foro della Pace, un settore enorme del Foro di Traiano, tra via dei Fori e via Alessandrina, e, tra il 2004 e il 2006, l’area del Foro di Augusto. Nonostante nulla di significativo sia affiorato, se non i piani terreni, le cantine, la quota pavimentale delle antiche abitazioni dell’antico quartiere demolito, nessuno, fino ad ora, ha mai pensato di ricoprire gli scavi e di ripristinare il verde. Molti pensano anzi di demolire anche la via Alessandrina e i più radicali sognano di cancellare la stessa via dei Fori Imperiali immaginando di superare i salti di quota con improbabili ponti e passerelle.immagine3

Torniamo indietro e proseguiamo questa volta lungo il lato destro della via nella nostra passeggiata virtuale. A qualche metro oltre il Vittoriano, all’interno di un’aiuola malandata, sopravvissuta al cemento, troviamo solo due dei quattro pini originari. Poco dopo, all’altezza della Curia, un’ampia rete di recinzione delimita da molti mesi uno spazio terroso e incolto dove, accanto ai fusti mozzati di due pini, sopravvivono solo tre lecci. Lungo il percorso sono scomparsi finalmente, da poco, i camion bar e le bancarelle di frutta, ma, a popolare gli spazi antistanti al perimetro della rete, non mancano mai ambulanti e figuranti. Più avanti, sempre sullo stesso lato destro, il marciapiede si disarticola e, come nella parte opposta della via, si alza e si abbassa in riseghe e gradoni di cemento che aggettano sul foro sottostante in modo discontinuo e disordinato: anche qui, su uno dei terrazzamenti, il moncone di un pino abbattuto. Lungo il marciapiede, subito dopo la misteriosa recinzione e i caotici saliscendi, una ben misera e spoglia aiuola avanza nel cemento fino a restringersi in una striscia di terra di pochi centimetri delimitata da leziose bordature di ferro. Sul bordo esterno del marciapiede vasche di begonie sofferenti in sequenza. Sino a pochi anni fa tutto questo lato destro della via era sistemato a verde e ad alberature, esattamente come il lato sinistro.immagine4

Siamo ora a metà strada, a largo Corrado Ricci, dove c’era un altro giardino tra il Foro di Nerva e l’inizio di via Cavour. Nello spazio non molto ampio, dove a ridosso del muro romano da qualche tempo è comparsa una nuova recinzione (altri scavi?), troviamo aiuole circolari di roselline ritagliate in mezzo a una colata di ghiaia cementificata che ha ricoperto l’intera superficie dello slargo minacciando di asfissiare i pochi pini scampati agli abbattimenti. immmagine5

A destra, dopo aver costeggiato brutte vasche bianche di polverosi bossi che chiudono la via delimitandone la zona pedonale, le chiese di san Lorenzo in Miranda e dei Santi Cosma e Damiano, la Basilica di Massenzio si ergono, come sospese, su profondi fossati di scavo, in fondo ai quali, solo a sinistra, compaiono i resti delle pavimentazioni e degli antichi muri perimetrali del cosiddetto Foro della Pace, mentre a destra non c’è assolutamente niente. La basilica, la cui stabilità potrebbe essere minacciata sia dagli scavi che dai limitrofi cantieri della Metro C, è attraversata da un poderoso braccio trasversale di acciaio e ingabbiata in ponteggi di sostegno; le due chiese sono collegate al marciapiede da una stretta striscia di asfalto assai maltenuta, che qualche archeologo comunque vorrebbe abbattere per la continuità con l’area di scavo sottostante.

Arriviamo, infine, ai cantieri della Metro C, che, di qua e di là della via dei Fori Imperiali, si inoltrano fino a pochi metri dal Colosseo occupando metà della carreggiata.

A sinistra, in alto, numerosi container invadono i giardini di Villa Rivaldi, quasi del tutto spogliati, per l’occasione, del verde e di un gran numero di alberi; più in basso, il percorso della piacevole passeggiata Cederna, che si inerpicava sul Belvedere omonimo di fronte alla villa, è stato completamente distrutto. Ritornando a destra della via, si può osservare, con qualche preoccupazione per la loro stabilità, che i recinti invasi dai cantieri si trovano proprio sotto le colonne del tempio di Venere e Roma, sostenute da ponteggi e tiranti d’acciaio. Ed ecco infine il Colosseo, al termine di una via che i romani considerano con qualche ragione uno spazio estraneo, isolato dalla vita e dal contesto urbano. Se la passeggiata virtuale appena descritta è ora una spiacevole esperienza di pochi, che fanno di tutto per evitarla, possiamo immaginare quale incubo diventerà se gli scavi continueranno ancora accentuando i disagi provocati dall’ingombro e dai tempi biblici dei lavori dei cantieri.

L’ipotesi di abbattere la via Alessandrina e la stessa via dei Fori Imperiali resta in piedi per gran parte degli archeologi che condizionano le decisioni dei vertici amministrativi del comune che si sono succeduti negli ultimi venti anni. Per ora vari impedimenti politici e la solita cronica mancanza di fondi lo impediscono, ma non è detto che non accada proprio quando nessuno se lo aspetta. E, a giudicare da quanto è già avvenuto, non risulta che sia stato elaborato un progetto unitario per ridisegnare un’area cruciale della città alla luce di un’idea guida che le restituisca la bellezza perduta, il senso e la vita.via.alessandrina4

Viene da chiedersi quale sia oggi l’orizzonte culturale e progettuale che determina questa situazione e come mai si sia scelto di procedere in questi termini, con interventi occasionali, frammentari, indifferenti all’insieme storicamente e artisticamente complesso e stratificato di una città come Roma.via.alessandrina3

Certamente, se gli scavi, le recinzioni, le cementificazioni, gli abbattimenti di alberi e verde saranno fatti ancora in modo così dissennato, incoerente e irrispettoso per la bellezza e la storia di luoghi così antichi, l’area compresa tra piazza Venezia e il Colosseo continuerà a essere quello che è attualmente: un vero e proprio percorso di guerra, tra mute rovine, cemento e cantieri.

 

 

 

 

 

 

 

Resterà in piedi la Basiica di Massenzio?

Gregorio3Che ne pensate? Resterà in piedi, secondo voi, la Basilica di Massenzio? Sarò un gatto ma ho i miei dubbi. A giudicare dai ponteggi mi sembra che il rischio crolli sia forte… Trovo sempre più grottesco questo cantiere che trasforma l’ultimo tratto di via dei Fori Imperiali nella Salerno-Reggio Calabria. Scavi, trincee, palificatrice in azione, trivelle, muri di cemento da un lato e dall’altro della strada per costruire una nuova stazione di una metro che non c’è, che è ferma da anni a San Giovanni… Quanta sospetta premura! Venti anni almeno di cantieri – a dir poco.. – nell’area archeologica più importante della città. Vi terrò aggiornati dato che non molti sanno bene di questa devastazione in atto.

Massenzio

 

 

Devastazione Metro C: quando avrà termine?

Da molto tempo sono assente e non cerco un dialogo sul drammatico tema della devastazione della nostra città. Il fatto è che mi sembra sempre più difficile e impossibile. Da perdere la speranza. La Metro C è ferma da anni a San Giovanni, dove si apre una voragine angosciosa che deturpa l’intero quartiere. I cantieri aperti con assurda tempestività da Alemanno a ridosso del tempio di Venere e della Basilica di Massenzio sono ormai lì a rappresentare una penosa e tristissima finzione di lavori in corso: ruspe, buchi, cartelli colorati appesi alla recinzione con le fotografie e i grafici dell’intera area archeologica sottratta alla vista diretta. I turisti dallo sguardo perso fotografano le fotografie. Questi cantieri, come quelli costruiti davanti all’ospedale militare del Celio, resteranno in piedi per anni e anni e faranno soffrire tutti noi solo a guardarli, nel ricordo delle aree verdi e degli spazi preziosi sequestrati e abbattuti.  Se davvero mai si farà la demenziale tratta T 3 della Metro C, scavando tunnel sotto i più antichi monumenti della città – le mura e gli acquedotti romani, le antiche chiese del Celio, lo stesso Colosseo –  se davvero si farà la nuova stazione di una Metro C, che per ora non esiste e che forse non ci sarà mai, chi di noi sopravviverà per vederne il compimento avrà davanti a sé uno spettacolo desolante: aree verdi scomparse, cementificazione diffusa, pilastrini al neon di segnalazione e scale mobili a vista, masse di passeggeri di transito che affollano l’area archeologica più importanti della città senza vedere nulla, senza altro desiderio che di andare in fretta da qualche altra parte.  Non ci passo più in quel tratto di via dei Fori Imperiali. Anche perché rischio di essere stretta, soffocata, derubata nell’abbraccio mortale di una folla che si accalca tra la recinzione dei cantieri e una invalicabile ringhiera di ferro che impedisce di scendere dal marciapiede. Verificate quanto vi dico per esperienza quotidiana e diretta. Passo piuttosto per la vecchia via del Colosseo, appartata e in ombra, dimenticando per qualche minuto l’orrore della via sottostante, aperta nello storico ventennio per un delirio ‘trionfalistico’ di potere, diventata nel tempo un’autostrada inospitale priva di riparo dalla pioggia e  dal sole, spogliata  anni fa dell’unica area verde a ridosso dell’antica via Alessandrina, deturpata ora da un cantiere che si preannuncia senza fine.

La grande bellezza… Dov’è finita? Davvero sta scomparendo per un nostro irrimediabile difetto consapevolezza?
Una lode per tutti coloro che si impegnano a difenderne gli alberi secolari. Solo la nostra capacità di resistere potrà salvarci.

 

 

 

 

 

patrimonio sos
in difesa dei beni culturali e ambientali

 

ROMA – Tensione intorno al cantiere Metro C identificati i paladini degli alberi
19 settembre 2013 | 14:52

Manifestanti picchettano i cancelli bloccando gli operai: spostati da polizia e carabinieri. No al taglio di piante secolari. «Sacrificano in verde per salvare le bancarelle»
ROMA – Sloggiati e identificati i manifestanti che in via Sannio sonotornati a protestare contro il taglio degli alberi secolari nel cantiere della Metro C. Tensione, giovedì 19 settembre, al presidio di San Giovanni in difesa del verde pubblico, dove da tre giorni, ogni mattina, i residenti della zona popolano un rumoroso sit-in. All’alba, un gruppo di paladini degli alberi ha bloccato i cancelli del cantiere impedendo l’ingresso agli operai. Sono intervenuti polizia e carabinieri. «Sino stati identificati e spostati di peso dalle forze dell’ordine – riferisce Nathalie Naim, consigliera della Lista civica per Marino – . Eppure avevano solo chiesto di sospendere per tre giorni il taglio degli alberi in attesa di essere sentiti in Commissione Ambiente».
La protesta dei residenti per il verde a via Sannio La protesta dei residenti per il verde a via SannioESPOSTO DENUNCIA – Alla protesta aderiscono le associazioni ambientaliste «Italia Nostra», «Salviamo il paesaggio», «Respiro verde», «Cittadinanzattiva» e tutti i comitati della zona: «Porta Asinara», «San Giovanni», «Ipponio Verde» e «Comitato Celio». Mercoledì 18 era è intervenuto sul luogo il presidente della commissione Ambiente del Campidoglio Athos De Luca. Un esposto-denuncia è stato consegnato ai carabinieri e indirizzato alla Procura della Repubblica. Nel documento è ricordato come il parere della sovrintendenza nel 2009 sia stato dato su un progetto esecutivo, sul quale non era indicato il taglio delle alberature, mentre questi alberi hanno un vincolo paesaggistico: quindi l’abbattimento, secondo residenti e ambientalisti, è illegale.TAGLIATI 35 FUSTI – Non solo: manca anche il parere della forestale, mentre queste alberature sono centenarie e come tali tutelate. E la «strage di alberi» non è di poco conto. Sono stati quasi tutti abbattuti le 35 alberature nel giardino di via Sannio e quelle centenarie che svettavano al di la delle antiche mura davanti alla Basilica. Fra questi per lo più platani e querce secolari, vincolati paesaggisticamente. I cittadini chiedono che almeno gli esemplari finora non tagliati – tra i quali una quercia maestosa – tutti in posizione periferica rispetto al cantiere, vengano risparmiati dalle motoseghe.
Una motosega posata su un grande albero abbattuto Una motosega posata su un grande albero abbattutoMOTOSEGHE A VIALE IPPONIO – Non sembra tuttavia che i respondabili del cantiere abbiano intenzione di indietreggiare. Anzi, dalla prossima settimana «il Comune ha annunciato che dovrebbe iniziare il taglio nell’are di piazzale Ipponio dove è previsto dal progetto l’abbattimento di 109 fra alberi e arbusti fra cui filari di platani secolari e pini», spiega la consigliera della Lista Civica per Marino Nathalie Naim . I residenti dell’area, che in questi anni si sono prodigati per fare rinascere con le loro cure quest’area verde dal degrado, sono pronti a montare le tende sotto casa, come a Getzi park a Istanbul, nel caso si dovessero attivare le motoseghe, per salvarla a ogni costo.MERCATO SALVATO DALLE RUSPE – «È forte il dispiacere dei residenti nel vedere cadere davanti ai loro occhi gli alberi giganteschi che rappresentavano la qualità di vita del quartiere –aggiunge Nathalie Naim e- la rabbia nel costatare increduli che chi doveva salvaguardare i loro interessi ha invece accuratamente conservato le bancarelle che creano tanto degrado e intralciano il passaggio o le concessioni degli spazi pubblici adibiti dati ai privati. Era lì che inizialmente i progetti della metro C prevedevano di realizzare i cantieri ma è bastato che questi protestassero per modificare il progetto , sacrificare un patrimonio verde inestimabile e spostare alcuni dei cantieri addirittura a ridosso delle scuole».

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_settembre_19/identificati-abitanti-anti-taglio-alberi-2223189108736.shtml

Colosseo off limits: quel che non fecero i barbari lo farà la metro C…

Sul numero 97 di Progetto Celio del 15 gennaio 2013, Paolo Gelsomini ci aggiorna sulla inarrestabile e prossima devastazione dell’area intorno al Colosseo. Sembra che a nulla valga il buon senso, che a nulla valgano gli altolà della soprintendenza archeologica… Se volete conoscere la cronistoria del demenziale (e soprattutto inutile) progetto vi basterà cliccare su google ‘Metro C’ e troverete una rassegna così vasta da lasciare stupefatti e senza parola.

La valle dell’Inferno
La Valle dell’Inferno: questa sarà la valle del Colosseo durante i sette anni di lavori per la stazione della metro C dichiarati ufficialmente. La realizzazione della stazione Fori Imperiali della metro C suscita allarmi e polemiche. Il nuovo progetto esecutivo del Comune ha fatto saltare sulla sedia la Soprintendenza archeologica di Roma che, come ha dichiarato, “ha visto per la prima volta sul giornale” gli elaborati progettuali del Comune. E per legge deve esprimersi sui piani che coinvolgono le aree e i monumenti antichi.
In effetti quello che si prefigura nell’area compresa tra il Colosseo, via dei Fori Imperiali, via Cavour, Largo Agnesi, via Labicana e Colle Oppio è uno scenario apocalittico.
La fascia di sicurezza di 15 metri dal Colosseo nel versante nord davanti alla stazione della metro B potrebbe essere ridotta a 10, secondo le intenzioni del Comune, per permettere la fermata degli autobus e l’attesa dei passeggeri in un’area dichiarata pericolosa dopo sperimentazioni condotte dalla Soprintendenza. Questa soluzione, secondo la Soprintendenza, esporrebbe i pedoni in attesa dell’auto o in transito ad un rischio che invece la fascia di sicurezza di 15 metri potrebbe annullare.
E non ci sono ragioni per modificare questi 15 metri almeno fino a quando non saranno completati i restauri ed i consolidamenti sponsorizzati dalla Tod’s di Diego Della Valle. E certamente i tempi sono lunghissimi anche perché il 17 gennaio il Tar si deve pronunciare sul ricorso sulla gara d’appalto ed il 29 gennaio il Consiglio di Stato si deve esprimere sul ricorso del Codacons.
La direttrice regionale Federica Galloni e la Soprintendente Maria Rosaria Barbera stanno lavorando alla proposta del Comune di accorciare di 5 metri la fascia di sicurezza dalla parte di via dei Fori Imperiali.
Noi crediamo che sia una proposta irricevibile e come tale dovrebbe essere bocciata. Scriveremo alle due dirigenti delle Soprintendenze archeologiche per esternare tutta la nostra contrarietà su queste devastazioni annunciate del patrimonio paesistico ed archeologico di un’area unica al mondo.
Questo a prescindere da ogni altra valutazione tecnica, trasportistica ed urbanistica sulla utilità del percorso della metro C dopo San Giovanni.
Il progetto del Comune, che il Comune si guarda bene dal mostrare non diciamo ai cittadini ma neanche al primo Municipio, prevede tre corsie di traffico promiscuo sulla via dei Fori Imperiali, contro le indicazioni ed i pareri della Soprintendenza del 2009 che di seguito, per l’ennesima volta, riportiamo.
Il cantiere si svilupperà per 350 metri e le aree di lavoro si troveranno sui due lati di via dei Fori Imperiali con cinque aperture per i mezzi pesanti che bloccheranno il traffico ad ogni loro entrata o uscita. Il cantiere sarà operativo per 78 mesi dichiarati ufficialmente ed è facile prevedere che non saranno certamente sufficienti.
Per ridurre al massimo le aree di cantiere sulla via dei Fori Imperiali saranno realizzate aree complementari nei giardini di Villa Rivaldi alle spalle del Belvedere Cederna e del Visitor Center. Qui saranno realizzate le aree per le attività logistiche che consisteranno nello stoccaggio dei materiali, nell’installazione temporanea degli alloggiamenti per la direzione e le maestranze edili, le mense, le docce e gli uffici. Per occupare questa area sarà pagato un affitto per tutto il tempo necessario all’Ipab Istituti S.Maria in Aquiro proprietaria della Villa Rivaldi.
Inoltre per arrivare all’ingresso dei giardini i camion dovranno salire sul Colle Oppio e percorrere via Nicola Salvi per poi attraversare Largo Agnesi toccando diversi palazzi di abitazioni civili ed una scuola elementare, oltre l’uscita della metro B su Largo Agnesi.
Quindi la prospettiva di una mobilità alternativa a quella di via dei Fori Imperiali non c’è e non ci sarà fino a che non sarà messa in pratica una vera pianificazione della mobilità sostenibile a Roma incentrata sul trasporto leggero di superficie.
Per completare il quadro distruttivo che si prospetta, nell’area che ospiterà il Centro servizi del Colosseo, 17 cipressi e 20 oleandri, oggi svettanti come sentinelle della valle del Colosseo sul terrapieno che costeggia via Celio Vibenna dalla parte di via San Gregorio, saranno espiantati e trasportati presso il servizio Giardini del Comune.

Dichiarazioni della Soprintendente per i Beni Archeologici di Roma Maria Rosaria Barbera
“È al Colosseo, secondo i dati Eures 2012, che vuole arrivare oltre il 95 per cento dei turisti che sceglie Roma, riversando sulla città 5,4 miliardi di euro all’anno. Una situazione che renda difficoltoso l’accesso al Colosseo provocherebbe un enorme danno economico e di immagine per Roma. Dalla Basilica di Massenzio al Colosseo, sul lato Foro romano, non ci sarà più marciapiede, e via anche la passeggiata sul clivo di Venere Felice.
La prospettiva è che per “salvare” la viabilità venga sacrificato il pedone. Con l’avvio dei cantieri della metro C, è necessaria la massima collaborazione per facilitare il flusso delle persone a piedi o che arrivano al Colosseo con l’autobus o metro B, anche rivedendo il sistema generale del traffico veicolare, che di solito aumenta i disagi creati da qualunque cantiere. Gli uffici chiamati a progettare e organizzare per i prossimi sette anni lo spazio antistante il Colosseo e i Fori imperiali hanno un compito delicato, quello di orchestrare i lavori senza che venga meno l’agibilità dello spazio più frequentato da turisti e residenti. Turbare questo equilibrio significa danneggiare un indotto economico fondamentale. Si tratta di affrontare il pericolo che i turisti voltino le spalle alla città: oggi bastano un mese di tweet e di giudizi negativi sul web per mettere in ginocchio prima i tour operator e, a catena, le imprese romane”.

UN DOCUMENTO DEL 2009 CHE ABBIAMO PIU’ VOLTE PUBBLICATO
Il parere di competenza della Soprintendenza sul cantiere metro C – Fori Imperiali

Riportiamo ancora la sintesi dei pareri di competenza della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali sulla tratta T3 San Giovanni-Colosseo della Metro C.
Sono documenti del 2009 a firma rispettivamente del Soprintendente dott. Angelo Bottini e della Funzionaria Responsabile ed attuale Direttrice del Colosseo dott.ssa Rossella Rea per quanto riguarda il parere di competenza della Soprintendenza, e dell’arch. Roberto Cecchi per quanto riguarda il parere del Ministero Beni Culturali trasmesso al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti il 22 ottobre 2009.
Che cosa dice la Soprintendenza? Dice che non si possono aprire i cantieri della stazione Fori Imperiali se non si elimina completamente il traffico pubblico e privato di via dei Fori.
Ed inoltre è ora di fare chiarezza su un punto importante: la Soprintendenza ha dato il permesso di scavo archeologico e non di scavo per la stazione Fori o per il pozzo di ventilazione di piazza Celimontana. Se si dovessero trovare reperti intrasferibili tutto si bloccherebbe e bisognerebbe rifare un nuovo progetto. Ma sembra che questo parere sia rimasto inascoltato.
Questi pareri vincolanti della Soprintendenza sono entrati negli atti dell’inchiesta avviata dal pubblico ministero Maria Bice Barborini con l’ipotesi, abbastanza grave, di omissione di atti d’ufficio per la mancanza di una Valutazione di Impatto Ambientale aggiornata.
Noi, insieme ad altre associazioni, tra cui Italia Nostra, abbiamo fatto esposti denunciando il fatto che il progetto definitivo della tratta T3 era stato fatto su una V.I.A. del 2003 oramai inutilizzabile.
Su queste lacune stanno facendo finalmente luce i magistrati per verificare come mai il Dipartimento della Mobilità del Comune di Roma Capitale non abbia mai tenuto conto dei pareri della Soprintendenza