Il papa di Nanni Moretti si chiama Melville. Molti di noi ricordano la storia di Bartleby lo scrivano, l’impiegato che a ogni richiesta del suo capo ufficio oppone un inspiegabile e netto diniego: “Preferirei di no…” dice sempre Bartleby. “Che significa questa storia?” mi chiesi allora. Me lo chiedo ora di fronte alla storia raccontata con rara maestria da Nanni Moretti, che non può aver chiamato Melville il suo papa senza una ragione. Mi sono sembrate ottuse le reazioni immediate. Il Vaticano si risente; i critici criticano: troppo lunga la partita dei cardinali, dicono molti; deludente la seconda parte del film, dicono altri; la scena del teatro neanche a parlarne; la psicoanalisi ridicolizzata, secondo i molti che la esercitano; e via di seguito… Quale aggettivo usare per questo tipo di lettura di un’opera d’arte, qual è, comunque, un film di Nanni Moretti? naturalistica? realistica? Ma il discorso dell’arte non è sempre allegorico? come mai oggi ci sfugge ciò che ai tempi di Dante, di Melville, di Kafka era ovvio? Il nostro tempo è talmente avvezzo allo scorrimento veloce e lineare di immagini e suoni da credere che l’unica lettura possibile di una storia sia quella letterale, come se nulla avesse spessore, come se personaggi e situazioni fossero semplicemente piatti. Sembra sempre più impraticabile la via dello scandaglio verticale, della domanda di senso: che significa quel che vedo? Quel personaggio è solo quel che appare? Per esempio, il papa di Moretti è un papa verosimile, riconoscibile? oppure no? non è per caso un personaggio che va oltre la sua immagine, la sua figura, come direbbe Auerbach a proposito dello storico e vero Celestino V, messo in scena da Dante nel terzo canto dell’Inferno? Nel mondo dantesco ogni situazione, ogni personaggio è certamente quel che è, ma è anche qualcos’altro che va oltre la sua dimensione terrena e letterale: come se la realtà avesse uno spessore che i sensi non percepiscono ma che la mente e l’immaginazione intuiscono. Del resto nella cultura medievale il libro della natura e il mondo intero sono avvertiti e letti come un sistema di segni simbolici da decifrare con grande sapienza e amore: l'”amor che move il sole e l’altre stelle” lo colgono davvero solo gli artisti e i poeti iniziati al divino linguaggio. Pensare di riprodurre e raccontare la realtà restando sulla sua superficie non è che mera illusione, da cui può emergere solo una cronaca piatta e lineare, come sanno bene l’artista, il filosofo, lo scienziato, pronti a indagare e a interpretare l’essenza di ogni cosa cogliendone i segnali misteriosi al di là dell’ingannevole percezione dei sensi. Papa Melville, dunque, in questo senso non è un vero papa, tanto meno è Ratzinger, così come i cardinali non sono i veri cardinali (che non sarebbero mai così buoni e inoffensivi..) e il Vaticano non è il Vaticano: anche se tutto sembra essere quel che appare essere, in realtà nulla è solo quel che è, nell’eterno teatro dell’essere e dell’apparire. Ogni cosa è qualcos’altro, che si scopre solo scavando e sbucciando la superficie delle cose. Il papa è l’eterno Bartleby lo scrivano, figura dell’io in pezzi, disperso in se stesso e nel mondo, immagine allegorica dell’eclisse della ragione, dell’inattualità dello spirito che si ritraggono entrambi impotenti di fronte alla richiesta di senso. “Preferirei di no..”, direbbe forse ciascuno di noi, se solo qualcuno si prendesse la briga di chiedergli, nel momento fatidico, se davvero desidera nascere per poi necessariamente morire. La storia di (non ) habemus papam, inquadrata tra le grandi braccia del porticato di San Pietro che cinge la piazza ricolma di genti di ogni parte del mondo, racconta il disorientamento globale di ogni uomo, all’interno e all’esterno di sé, la paura di non farcela, di non ritrovare la strada, nell’assenza totale di punti di riferimento. Se abbiamo tutti paura, ne ha certamente di più chi viene investito di un carico di sovrasenso, di un ruolo e di una parte in commedia che non conosce e non intende accettare. Costui, Bartelby/Melville, invece di recitare la sua parte rassicurando i fedeli spettat(t)ori, interpreta al massimo grado la sua propria personale angoscia da panico e da sperdimento: urla, scappa, si fa comparsa tra la gente comune, torna, infine, ma per dire no, preferirei di no, e quindi volta definitivamente le spalle al pubblico in attesa del verbo impossibile. Nessuna Chiesa, nessuna scienza, è in grado di dare una risposta al mondo confuso, né di proporre un’ipotesi di senso, un orientamento: i cardinali desistono, non ce la fanno a rimettersi in gioco; il papa volge le spalle e non ce la fa a recitare la sua parte; lo stesso psicoanalista non ce la fa a curare il sistema malato. “La vita è una malattia mortale ” direbbe Zeno Cosini, variante di Bartleby, al suo medico occhialuto, convinto di avere trovato le ragioni del suo malessere e di poterlo curare. Ma l’unica risposta non può che essere sempre un punto di domanda.

1 Comment

  • Laura Rizzo Posted 6 Maggio 2011 20:17

    (Non) Habemus Papam

    Ho molto apprezzato l’intervento sul titolo effettuato da Annarosa Mattei, il richiamo all’imperterrito Bartebly fa luce sulla posizione di un soggetto riguardo al linguaggio: Anna lo dice chiaramente nell’evocare l’ipotetico “preferirei di no” come sicuro rifiuto dell’infans –senza parola- se venisse consultato nel suo voler entrare nel mondo dei sembianti (“se qualcuno le prospettasse la paura e la pena di vivere” vale a dire la perdita inaugurale, la scelta obbligata).
    Reputo che il rifiuto sia in effetti il punto più enigmatico del film. Anche perché, come dice Anna, non si parla del Vaticano e quindi non è pensabile collocarlo nella storia dei Papi, come si potrebbe forse essere tentati di fare, riguardo al Grande Rifiuto di Papa Celestino V.
    Melville è una creatura eminentemente paradigmatica, non riconducibile alla realtà storica dei Papi. Mi associo a questo lucido invito di Anna.
    Un altro paragone mi era venuto in mente nel vedere questo stupendo film di Nanni Moretti, si tratta di un altro eccellente film che ricorderete di sicuro: il film di Tom Hooper intitolato The King’s Speech, Il Discorso del Re. In effetti Hooper ci poneva anche lui di fronte al No. Di fronte al rifiuto della funzione a cui la Storia chiama soggetti destinati a farla, la Storia. Cosi come il Re non vuole essere Re, il Papa Melville non vuole essere Papa. Ma, a differenza di Giorgio, che tramite la sua balbuzie rende impossibile il dare voce al Re, che invece sa di dover essere, il Papa Melville resta inerme di fronte all’impossibile- reale nomina. In effetti lui non dice No, la voce lo sovrasta, è un urlo che lo lascia fuori campo finché non arriverà parola. E’ alla ricerca di quella parola che si lancia nei vicoli di Roma. Non prima di ascoltare pressoché infans il famoso psicoanalista che invece declinerà il suo compito per inviarlo dalla moglie, anche lei psicoanalista. In effetti, se il Re potrà fare del rifiuto un sintomo, con l’aiuto di uno stravagante quanto ottimo logopedista, il Pontefice non sa cosa farsene di questo urlo. A proposito del divertentissimo psicoanalista, possiamo ben cogliere che anche lui ha ceduto nel suo desiderio di fare l’allenatore di pallavolo. Purtroppo per la psicoanalisi, quel desiderio non si è mutato in quello di analista; ma niente da lamentare, lui riuscirà a mettere in gioco niente meno che i deliziosi Cardinali con una memorabile partita, per molti la scena più riuscita del film. In ogni caso l’analista allenatore potrà vivere la sua passione con grande bravura e non senza il fallimento, al ritiro dei giocatori.
    Così, per quanto riguarda il nostro perplesso Papa Melville, la parola si metterà in funzione negli incontri contingenti che lo aspettano dietro l’angolo nella suo piccola fuga. La venditrice di scarpe, il pasticcere, il passeggero sul tram, i teatranti. Tutti in posizione di docili “interlocutori” atti ad incarnare l’oggetto e fare posto al Soggetto qualunque, quello che, Lacan insegna, può fungere da soggetto supposto al sapere inconscio. Ecco che vediamo venire fuori la sua grinta attaccando il furor curandis dell’Altro in posizione di voler aiutarlo; la propria rabbia nel saper di non sapere cosa ha; la sua ricerca di un qualche sapere (mettendo alla prova la teoria della disperata e dolce analista) e finalmente il proprio desiderio addormentato nel fallimento dell’attore che voleva essere e che finì eclissato nella bravura della sorella. In ogni caso, il suo sapere di aver ceduto quel posto risparmiandone il rischio, viene a galla. La scena nella scena de Il gabbiano di Cechov funge come “istante di vedere” e da cornice all’angoscia. Sa di non osare, ecco la sua divisione. Da lì in poi Melville inizia il rientro dalla fuga, che culminerà nel ritornare per indossare le vesti papali, rientrare nel personaggio e recitare la sua parte, questa volta in uso della parola.

    Ecco perché rimane enigmatico il finale. E’ un No a rispondere alla domanda di ciò che tutti si aspettano? E’ un No ad incarnare l’Uno al posto del comando? ha capito Papa Melville che il nuovo ordine simbolico pone un ordine che non rientra nella struttura e persino la Chiesa, esperta di Simbolico, ne soffre, nel non sapere più come collocarsi per dare un senso e guidare le anime? E’ un No che mentendo dice la verità? Ecco il prezioso dono del film di Moretti, finale aperto là dove ci aspettiamo l’ultima certezza.

    Laura Cecilia Rizzo

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