Distruggere opere d’arte equivale a uccidere la vita

Il sonno del Reame racconta una storia fantastica in cui  il tema centrale è la misteriosa essenza sapienziale e salvifica dell’arte. Le disavventure dei personaggi sono provocate dal ritrovamento di una celebre opera perduta di Michelangelo:  il ritratto a grandezza naturale di Tommaso dei Cavalieri,  il giovane che  per la sua straordinaria bellezza aveva ispirato all’artista un amore di tale abissale profondità da indurlo a fissare la sua immagine in un dipinto in modo da oltrepassare i limiti della sua vita terrena. Non è nuova l’invenzione del ritratto che ‘vive’, se pensiamo al Ritratto ovale di Poe, al Dorian Gray  di Wilde e a tanto altro ancora del vasto repertorio letterario.  Anche nella mia storia immagino che il ritratto ‘viva’ di una sua ‘vita’ propria, diversa e più intensa di quella umana, ma immagino che proprio questo suo misterioso ‘vivere’, anche se di una vita inorganica, sia appunto il segno distintivo dell’arte, il suo segreto, la sua essenza profonda. Assistere, attraverso le immagini televisive, alla furiosa distruzione di antichissime opere d’arte nel museo di Mosul, per mano dei barbari ossessi, invasati e drogati dell’Isis, scatena forti emozioni in tutti noi, spettatori impotenti di un’azione che ci appare istintivamente delittuosa.  Ci rendiamo conto, nel modo più violento e indesiderato, di come l’arte sia la forma più nobile e alta della vita; di come solo ‘uccidendola’ si uccida la vita colpendola al cuore,  in profondità; di come la volontà perversa di spegnere tante vite umane coincida con la volontà di spegnere la bellezza, l’amore e la sapienza che sono ispirati dall’arte.

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