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Breve e dolorosa storia di via dei Fori Imperiali

Aggiungo alcune immagini  al vecchio articolo sulla storia di via dei Fori Imperiali. Prima di tutto l’immagine di come era appena una ventina di anni fa, accompagnata da due quinte simmetriche di alberi e giardini . Poi, di seguito, all’interno dell’articolo, come si presenta ora, manomessa, cementificata, privata del verde.

immagine2Il problema della tratta T3 della Metro C è connesso alle vicende di via dei Fori Imperiali. Questo articolo, che anticipo per gli amici di Facebook , è stato consegnato mesi fa alla rivista Lazio ieri e oggi che dovrebbe uscire a breve. Poiché ritengo che l’informazione debba necessariamente essere alla base di qualunque discussione ve lo sottopongo in anteprima, sperando che abbiate la pazienza di leggerlo.

ANNAROSA MATTEI

Da Piazza Venezia a via dei Fori Imperiali: una storica passeggiata ridotta a un percorso di guerra tra mute rovine, cemento e cantieri.

I romani non camminano volentieri lungo Via dei Fori Imperiali, non solo per la ressa dei turisti che quotidianamente la affollano, ma soprattutto perché non la intendono e non la riconoscono. Per molti di loro la via monumentale è una sorta di non-luogo, una smagliatura rispetto al tessuto degli antichi rioni: al di là della distesa dei Fori, disseminata di rovine, dominata dal Colosseo, immaginano forse che inizi una storia diversa, che la città si allontani e diventi un’altra. Sono ben pochi, infatti, i cittadini romani che percepiscono la distanza effettiva tra piazza Venezia e il Colosseo e quasi nessuno crede che per andare da un capo all’altro della via occorrano solo dieci minuti. Ma, a ben vedere, chi può dare loro torto, viste le sue condizioni attuali? Perché mai qualcuno dovrebbe percorrere a piedi uno stradone disabitato, in cui, nonostante l’importanza e la bellezza dell’area archeologica circostante, mancano attività, punti verdi, fontane, luoghi di incontro, di informazione e ristoro? A via dei Fori Imperiali, che sembra ormai riservata esclusivamente al transito veloce di un turismo disinformato, sembra proprio che sia stata sottratta la vita.

imperiali.cantieri.1metroC.7.16.2

Quando, il 28 ottobre del 1932, venne aperta la monumentale strada, che allora si chiamava via dell’Impero, venne demolito un popoloso quartiere, fittamente urbanizzato nel medioevo, ricco di case e palazzi, attività artigianali, commerciali, chiese, monasteri. Venne abbattuta addirittura una collina, la Velia, che impediva il passaggio verso il Colosseo. Con l’apertura del nuovo asse viario l’intero quartiere, incuneato tra i rioni Monti e Campitelli senza soluzione di continuità, scomparve insieme a tutti i suoi edifici, le sue vie, i suoi abitanti. L’area venne spianata, gli edifici rinascimentali e medievali abbattuti, molte vie interrate, interrotte le attività, la popolazione deportata in borgate periferiche.

Si aprì in tal modo un vuoto e, sulle rovine dell’antico quartiere Alessandrino, chiamato così dal luogo di nascita del cardinale Michele Bonelli, che lo aveva radicalmente trasformato nella seconda metà del Cinquecento, venne realizzata la via dell’Impero, una sorta di spazio teatrale, del tutto privo di abitanti ma adorno di giardini, funzionale alle parate e alle rappresentazioni di potere del regime. Un’apposita campagna di scavi rimise ben in evidenza, ai lati della via, lo sfondo dei Fori, liberati dalle costruzioni che nei secoli si erano mescolati alle antiche rovine; la stessa Curia venne riportata al suo aspetto originario con un pesante intervento di demolizione della chiesa di Sant’Adriano al Foro che pure ne aveva preservato la struttura. A lavori compiuti, la via dell’Impero, ampia e magniloquente, si aprì tra le quinte dei Fori, procedendo verso la prospettiva scenica del Colosseo per rappresentare la rinascita della romanità e la potenza del regime.immagine1

Con analoghi scopi celebrativi, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, lo stesso destino era toccato a una piccola piazza rinascimentale delimitata, per tre lati, da due palazzi quattrocenteschi disposti ad angolo, Palazzo e Palazzetto Venezia, e dal cinquecentesco Palazzo Torlonia, che in origine era allineato con via del Corso. Per edificare il Vittoriano, monumento all’Italia unita, al suo re e alla nuova capitale, vennero abbattuti palazzi, chiese, antichi edifici, nonostante le veementi proteste dei più autorevoli intellettuali e studiosi dell’epoca. L’antica piazza Venezia, allargata a dismisura, venne ridisegnata come un’enorme platea vuota perché diventasse, anche in questo caso, uno spazio teatrale celebrativo di rappresentazione politica del Regno d’Italia. Memorabile l’impresa dello spostamento del palazzetto Venezia, che venne smontato e ricostruito in posizione arretrata, verso via Botteghe Oscure, in modo del tutto arbitrario, falsando quote e proporzioni. Per far posto al Vittoriano vennero abbattuti la torre di Paolo III e il passetto che collegava Palazzetto Venezia al Campidoglio; furono demoliti il convento e i chiostri dell’Aracoeli; fu demolito nel 1903 anche il cinquecentesco Palazzo Bolognetti-Torlonia, considerato uno dei più splendidi e fastosi d’Europa per la qualità e la ricchezza delle decorazioni e delle opere d’arte. Sparirono la piazza, la via e il vicolo di Macel dei Corvi, dove esisteva ancora la casa di Michelangelo, ricordata in seguito da una targa murata sul Palazzo delle Assicurazioni, l’edificio nuovo, che venne costruito a specchio, in stile neorinascimentale e in posizione simmetrica rispetto a Palazzo Venezia, ma molto più arretrata rispetto all’antico Palazzo Torlonia.

Fu, dunque, tra piazza Venezia e l’allora via dell’impero, che venne riscritta un’idea della nuova Italia unita e della sua capitale, a furia di sventramenti, demolizioni, deportazioni che suscitarono non pochi dibattiti e polemiche. Le nuove aree monumentali vennero totalmente riprogettate includendo ampie zone di verde, con l’intento di renderle comunque belle e gradevoli per cittadini e i visitatori. Nei due slarghi ai lati del Vittoriano, secondo il disegno di Giuseppe Sacconi, responsabile del discutibile progetto di piazza Venezia e del patriottico monumento, ampie aiuole alberate creavano delle quinte verdi. Allo stesso modo, sia all’inizio che lungo tutto il percorso della via dell’Impero, su entrambi i lati, l’insigne archeologo Corrado Ricci aveva progettato e fatto realizzare ampi giardini, con aiuole fiorite e maestosi pini marittimi.

Ma già da allora i romani operarono una sorta di inconscia rimozione del nuovo assetto urbanistico, che considerarono estraneo rispetto all’antica città racchiusa nell’ansa del Tevere, tra piazzette e stradine. L’apertura traumatica di Piazza Venezia, infatti, non costò solo la perdita di un prezioso patrimonio storico artistico, ma creò la prima discontinuità nel cuore di Roma, segnando una insanabile frattura tra la città rinascimentale e barocca e la Roma medievale e cristiana nata, dall’altra parte della piazza, a ridosso delle rovine dei Fori con cui aveva creato un secolare connubio. L’apertura di poco successiva di via dell’Impero accentuò la cesura, portando a compimento un programma politico che aveva scelto di rappresentare l’idea di Roma capitale proprio ai margini dei due luoghi più carichi di storia e di simboli: il Campidoglio e il Colosseo.

Per un curioso e fatale destino in questi ultimi venti anni piazza Venezia e via dei Fori Imperiali sono state nuovamente manomesse, ma in modo disordinato e discontinuo, in assenza di un disegno urbanistico unitario. La piazza, rispetto al progetto di Giuseppe Sacconi, ha mantenuto solo la quinta alberata di destra, dalla parte di piazza San Marco, mentre ha perso quella di sinistra, sul lato del Palazzo delle Assicurazioni Generali. Per quanto riguarda la via, già all’inizio del percorso, a un primo colpo d’occhio complessivo, si nota che, lungo l’intero asse viario, molte delle aree verdi progettate da Corrado Ricci sono scomparse e le poche rimaste sono compromesse e maltenute. Cominciando il cammino dalla piazza della Madonna di Loreto, nello spazio in cui c’era un’aiuola alberata, simmetrica a quella del lato opposto, nel 2008 sono stati fatti scavi esplorativi per il passaggio della Metro C e ora si apre un fossato, in fondo al quale affiorano resti di antiche murature (l’Auditorium di Adriano secondo gli archeologi), che era assai prevedibile ritrovare a pochi passi dalla Colonna Traiana e che comunque risultano assai poco leggibili per il profano. Procedendo sempre sul lato sinistro, laddove fino alla metà degli anni novanta si trovava un gradevole ed esteso giardino, si apre ora un altro lungo fossato di scavo, delimitato sul lato opposto dalla via Alessandrina che lo separa dal Foro di Traiano. Lungo il marciapiede si sale e si scende su livelli diversi, tra piazzole, scale, aggetti e terrazzamenti di cemento, su uno dei quali si nota il tronco mozzato di un pino: all’interno del fossato non ci sono i resti dei Fori, come era lecito aspettarsi, ma solo le murature e le fondamenta degli edifici dell’antico quartiere alessandrino demolito per l’apertura della via. Proseguendo lungo il marciapiede, tra le statue degli imperatori, le aiuole di roselline smunte, i cespugli di alloro, i pochi pini sopravvissuti agli abbattimenti e soffocati dal cemento, si procede salendo e scendendo su gradini e gradoni disposti senza nessuna coerenza. Il progetto di scavi, avviato nel 1995, compreso nel Piano degli interventi per il Giubileo del 2000, ha interessato il Foro di Cesare e di Nerva, il Foro della Pace, un settore enorme del Foro di Traiano, tra via dei Fori e via Alessandrina, e, tra il 2004 e il 2006, l’area del Foro di Augusto. Nonostante nulla di significativo sia affiorato, se non i piani terreni, le cantine, la quota pavimentale delle antiche abitazioni dell’antico quartiere demolito, nessuno, fino ad ora, ha mai pensato di ricoprire gli scavi e di ripristinare il verde. Molti pensano anzi di demolire anche la via Alessandrina e i più radicali sognano di cancellare la stessa via dei Fori Imperiali immaginando di superare i salti di quota con improbabili ponti e passerelle.immagine3

Torniamo indietro e proseguiamo questa volta lungo il lato destro della via nella nostra passeggiata virtuale. A qualche metro oltre il Vittoriano, all’interno di un’aiuola malandata, sopravvissuta al cemento, troviamo solo due dei quattro pini originari. Poco dopo, all’altezza della Curia, un’ampia rete di recinzione delimita da molti mesi uno spazio terroso e incolto dove, accanto ai fusti mozzati di due pini, sopravvivono solo tre lecci. Lungo il percorso sono scomparsi finalmente, da poco, i camion bar e le bancarelle di frutta, ma, a popolare gli spazi antistanti al perimetro della rete, non mancano mai ambulanti e figuranti. Più avanti, sempre sullo stesso lato destro, il marciapiede si disarticola e, come nella parte opposta della via, si alza e si abbassa in riseghe e gradoni di cemento che aggettano sul foro sottostante in modo discontinuo e disordinato: anche qui, su uno dei terrazzamenti, il moncone di un pino abbattuto. Lungo il marciapiede, subito dopo la misteriosa recinzione e i caotici saliscendi, una ben misera e spoglia aiuola avanza nel cemento fino a restringersi in una striscia di terra di pochi centimetri delimitata da leziose bordature di ferro. Sul bordo esterno del marciapiede vasche di begonie sofferenti in sequenza. Sino a pochi anni fa tutto questo lato destro della via era sistemato a verde e ad alberature, esattamente come il lato sinistro.immagine4

Siamo ora a metà strada, a largo Corrado Ricci, dove c’era un altro giardino tra il Foro di Nerva e l’inizio di via Cavour. Nello spazio non molto ampio, dove a ridosso del muro romano da qualche tempo è comparsa una nuova recinzione (altri scavi?), troviamo aiuole circolari di roselline ritagliate in mezzo a una colata di ghiaia cementificata che ha ricoperto l’intera superficie dello slargo minacciando di asfissiare i pochi pini scampati agli abbattimenti. immmagine5

A destra, dopo aver costeggiato brutte vasche bianche di polverosi bossi che chiudono la via delimitandone la zona pedonale, le chiese di san Lorenzo in Miranda e dei Santi Cosma e Damiano, la Basilica di Massenzio si ergono, come sospese, su profondi fossati di scavo, in fondo ai quali, solo a sinistra, compaiono i resti delle pavimentazioni e degli antichi muri perimetrali del cosiddetto Foro della Pace, mentre a destra non c’è assolutamente niente. La basilica, la cui stabilità potrebbe essere minacciata sia dagli scavi che dai limitrofi cantieri della Metro C, è attraversata da un poderoso braccio trasversale di acciaio e ingabbiata in ponteggi di sostegno; le due chiese sono collegate al marciapiede da una stretta striscia di asfalto assai maltenuta, che qualche archeologo comunque vorrebbe abbattere per la continuità con l’area di scavo sottostante.

Arriviamo, infine, ai cantieri della Metro C, che, di qua e di là della via dei Fori Imperiali, si inoltrano fino a pochi metri dal Colosseo occupando metà della carreggiata.

A sinistra, in alto, numerosi container invadono i giardini di Villa Rivaldi, quasi del tutto spogliati, per l’occasione, del verde e di un gran numero di alberi; più in basso, il percorso della piacevole passeggiata Cederna, che si inerpicava sul Belvedere omonimo di fronte alla villa, è stato completamente distrutto. Ritornando a destra della via, si può osservare, con qualche preoccupazione per la loro stabilità, che i recinti invasi dai cantieri si trovano proprio sotto le colonne del tempio di Venere e Roma, sostenute da ponteggi e tiranti d’acciaio. Ed ecco infine il Colosseo, al termine di una via che i romani considerano con qualche ragione uno spazio estraneo, isolato dalla vita e dal contesto urbano. Se la passeggiata virtuale appena descritta è ora una spiacevole esperienza di pochi, che fanno di tutto per evitarla, possiamo immaginare quale incubo diventerà se gli scavi continueranno ancora accentuando i disagi provocati dall’ingombro e dai tempi biblici dei lavori dei cantieri.

L’ipotesi di abbattere la via Alessandrina e la stessa via dei Fori Imperiali resta in piedi per gran parte degli archeologi che condizionano le decisioni dei vertici amministrativi del comune che si sono succeduti negli ultimi venti anni. Per ora vari impedimenti politici e la solita cronica mancanza di fondi lo impediscono, ma non è detto che non accada proprio quando nessuno se lo aspetta. E, a giudicare da quanto è già avvenuto, non risulta che sia stato elaborato un progetto unitario per ridisegnare un’area cruciale della città alla luce di un’idea guida che le restituisca la bellezza perduta, il senso e la vita.via.alessandrina4

Viene da chiedersi quale sia oggi l’orizzonte culturale e progettuale che determina questa situazione e come mai si sia scelto di procedere in questi termini, con interventi occasionali, frammentari, indifferenti all’insieme storicamente e artisticamente complesso e stratificato di una città come Roma.via.alessandrina3

Certamente, se gli scavi, le recinzioni, le cementificazioni, gli abbattimenti di alberi e verde saranno fatti ancora in modo così dissennato, incoerente e irrispettoso per la bellezza e la storia di luoghi così antichi, l’area compresa tra piazza Venezia e il Colosseo continuerà a essere quello che è attualmente: un vero e proprio percorso di guerra, tra mute rovine, cemento e cantieri.

 

 

 

 

 

 

 

Colosseo off limits: prepariamoci a salutarlo..

cantiereX.Colosseo
cantiereX1.Colosseo
30 gennaio 2013.
Leggete bene il cartellone, osservate con attenzione la prima e la seconda immagine: siamo nella zona sud del Colosseo, quella che si apre verso la via di San Gregorio, per intenderci. Leggete quel che c’è scritto sul cartello. Lo sapevate che nel progetto Della Valle è compresa la costruzione di un centro di accoglienza (biglietterie, bookshop, ecc.) proprio in questo ameno terrapieno adorno di cipressi e oleandri, situato tra l’arco di Costantino e il Colosseo? Come mai la Soprintendenza archeologica di Roma annuncia e autorizza lavori di ‘espianto’ di alberi e cespugli, quando si sa che la manutenzione dei giardini spetterebbero al comune? Il ‘centro’ dovrebbe sorgere proprio lì, evidentemente, al posto dagli alberi espiantati, ma è molto grave e preoccupante, non solo che nessuno lo dica per pudore e timore delle ovvie reazioni, ma anche che della novella costruzione non si sia mai mai visto nemmeno un disegno, uno straccio di progetto insomma. Quindi a breve non vedremo solo i cantieri di qua e di là, lungo via Fori Imperiali, a partire da Largo Corrado Ricci; non solo vedremo i giardini di Palazzo Rivaldi occupati da uffici, logistica, camion della Metro; non solo vedremo le reti dei polli intorno al Colosseo, come già si vedono ora; non solo vedremo i ponteggi del restauro Della Valle; vedremo anche ergersi, in aggiunta, un nuovo edificio proprio sul magico sfondo di via di San Gregorio! C’è di che essere rassicurati sui destini radiosi della nostra città che vedrà ben bene impacchettata, almeno per i prossimi vent’anni, la zona archeologica più famosa al mondo. Non si tratta solo di spostare una fermata d’autobus, quindi, ma di limitare in modo abnorme la vista e il godimento della valle del Colosseo, che , però – udite! udite! – sarà arricchita da un un nuovo, inatteso, misterioso edificio. Sarà a forma di nuvola o sarà simile a una nube?
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13 febbraio 2013
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Guardate bene anche questa seconda fotografia, scattata una decina di giorni dopo, e confrontatela con quella precedente per notare come sia già stata abbattuta una gran parte dei cespugli.

Nel paese di Cetto Laqualunque si dice e si scrive che il Colosseo crolla: perché?

L’esercizio critico, nel nostro ex belpaese, sembra da tempo, e a molti, un’attività inutile e pericolosa: ai giornalisti, quando si limitano a trascrivere i comunicati stampa senza verificarne i contenuti; a noi stessi cittadini di una così nobile città, quando dimentichiamo rapidamente ogni cosa di giorno in giorno, senza curarci di trattenere in memoria almeno le informazioni più importanti, in questo caso quelle che riguardano il simbolo più famoso del comune patrimonio artistico e storico. Vittorio Emiliani, nel suo intervento, ricorda bene, invece, tutta la vicenda dei vecchi interventi degli anni Novanta sul Colosseo e conosce altrettanto bene la situazione attuale, tanto che, per i pochi che ricordano, è intervenuto più volte sulla questione; è in grado, quindi, di analizzare la sostanza del programma di intervento sponsorizzato da Della Valle, che, stando ai media, sembrerebbe vitale e urgentissimo, dato il precario stato del monumento. Negli ultimi giorni, addirittura, il problema dell’urgenza del restauro del Colosseo è diventato un fatto mediatico, soprattutto si è trasformato pericolosamente in un elemento di discrimine tra chi accetta liberalmente l’intervento dei privati – qualunque esso sia nel bel paese del qualunquemente – e chi si arrocca in modo fanatico nelle difesa del pubblico: è accaduto così che quella che doveva essere una semplice campagna di informazione, attenta e consapevole, si è trasformata in un attacco mediatico a chiunque mettesse in dubbio la correttezza delle procedure, dell’accordo siglato in forma privata (nel senso che non è stato reso pubblico), delle modalità discutibili dell’intervento di restauro affidato a imprese edili. Il tacito invito rivolto ai cittadini è quello non occuparsi di fatti che non li riguardano e che non è necessario conoscere, esaminare e capire. Nel paese di Cetto Laqualunque ognuno deve farsi i fatti propri. O no?

ll Colosseo è già in sicurezza. Altre sono le emergenze
Data di pubblicazione: 24.01.2012 — L’Unità — Eddyburg

Autore: Emiliani, Vittorio

Un’analisi lucida contro le molte – pretestuose – polemiche sulle denunce al bando per i restauri dell’anfiteatro. L’Unità, 24 gennaio 2012 (m.p.g.)

L’intervista del neo-ministro per i Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi, comparsa ieri sul “Corriere della Sera” contiene punti e spunti interessanti. Vi sono tuttavia taluni temi strategici della tutela sui quali sarebbe utile conoscere il suo più che autorevole parere: 1) nell’intervista si parla dei piani-casa (per lo più orrendi) voluti da Berlusconi e solo in parte corretti, non c’è notizia invece dei piani paesaggistici che MiBAC e Regioni dovrebbero avere già redatto da quel dì, e che sono lo strumento fondamentale di difesa dall’aggressione cementizia in atto, per cui la priorità delle priorità è fare il punto su di essi dopo la latitanza dei predecessori di Ornaghi, soprattutto di Sandro Bondi; 2) non vi sono accenni alla grave situazione del personale dei Musei che, senza interventi urgenti, porterà a chiusure sempre più frequenti: qua e là i portoni cominciano a rimanere penosamente, forzosamente sbarrati, magari la domenica; 3) silenzio pure sul rapporto centro-periferia che da anni ormai inceppa i meccanismi della tutela: Ornaghi non ne porta ovviamente colpa di sorta, ma, a fronte della megastruttura centrale, ci sono fior di soprintendenze ancora gestite “ad interim”, e (sono dati recenti forniti dall’arch. Roberto Cecchi oggi sottosegretario) quelle ai Beni Architettonici risultano così sguarnite di personale che, a Milano, ogni tecnico dovrebbe affrontare 79,24 pratiche al giorno…Mi fermo qui: questa è la realtà oggettivamente devastata della tutela dei beni culturali e paesaggistici e ad essa poco lenimento possono apportare i privati, le fondazioni, le associazioni. Su questi tre punti (ma ve ne sarebbero alcuni altri) lo Stato c’è o non c’è. Senza vie di mezzo.

Il ministro ribadisce la volontà di far decollare, coi dovuti paletti, l’operazione-Colosseo. Tutti siamo favorevoli. In chiarezza e con una premessa: il grido “il Colosseo crolla!” è clamorosamente fasullo. Il monumento-simbolo – l’ha chiarito bene la sua direttrice Rossella Rea ad “Ambiente Italia” (Rai3) – è stato “messo in sicurezza” coi 40 miliardi di lire forniti a metà degli anni ’90 dalla Banca di Roma. A cosa serviranno i 25 milioni di euro della Tod’s? L’ha specificato la stessa Rea: a) ripulire con nebulizzazioni i marmi dell’Anfiteatro; 2) rifare le cancellate; 3) togliere l’asfalto dai percorsi interni riscoprendo il travertino originario; 4) creare il Centro Servizi. C’entra tutto ciò con la sicurezza strutturale del Colosseo? Meno di zero. Il monumento “soffre”, questo sì, per le scosse continue del vicino traffico veicolare, anche pesante, e per l’eccesso di “pressione antropica”, cioè di visitatori. Qualcuno vuole eliminare il traffico? Per Alemanno è più facile gridare “al crollo”. Quanto ai 5 milioni di visitatori…se ne vogliono tanti di più.

Il Colosseo… come Pompei?

Provate a camminare di notte intorno al Colosseo: sul lato integro il primo ordine di archi è chiuso da tubi innocenti, pannelli e griglie schermano le grandi arcate del secondo ordine, alla base un largo camminamento conserva in parte la vecchia pavimentazione romana; a un livello superiore la rotatoria del traffico delimitata dalle pendici terrose del Colle Oppio dove resistono acanti e oleandri accanto alle anonime strutture murarie romane affioranti. Girando dall’altro lato, verso il Celio e il basamento del Tempio di Claudio, il giro interrotto e incompleto delle arcate appare più nitido: poche manomissioni, nessuna utilizzazione espositiva, solo una lapide che ricorda l’antico restauro dei papi. Da più di venti anni si parla del Colosseo: si rilasciano interviste, si emettono comunicati, si lanciano programmi di pedonalizzazione dell’area. In realtà non sono stati mai nemmeno puliti i travertini anneriti, né gli è stata mai creata intorno una accettabile area di rispetto abbellita dal verde, come sapevano fare i Corrado Ricci del tempo che fu.. Però sono stati creati all’interno spazi espositivi per aumentare il numero dei visitatori, è stata chiusa una via di accesso laterale che ora è solo invasa dalle erbacce, sono state sistemate poche lastre pavimentali in anni e anni di lavoro: al ritmo di una pietra allla settimana, più o meno. Un giorno sì e uno pure qualcuno si straccia le vesti per dire che occorre intervenire, vengono nominati commissari straordinari, commissioni speciali perché si occupino della manutenzione, del restauro, della valorizzazione: però nulla accade, tutto resta come prima, con piena soddisfazione dei centurioni, dei gladiatori, dei musei virtuali, delle bancarelle, delle statue viventi.. Evviva il bel paese abbandonato al saccheggio degli ignoranti, degli spregiatori della storia e della cultura: quelli che affermano che la colpa dei crolli è dei colti e inetti specialisti dell’arte e che basterebbe affidare il bene pubblico ai manager per risolvere ogni problema.. Come se non ci fossero già troppi “commissari” a gestire i siti e i monumenti più delicati: la Domus Aurea, per esempio, lo stesso Colosseo, che forse ne ha più di uno… Per quanto riguarda Pompei, dove da anni si succedono proprio i commissari e vengono accantonati gli archeologi, valga il giudizio sintetico di Bersani, segretario Pd: «Com’è possibile avere un paese dove si commissaria anche Pompei, ma senza metterci un archeologo o un architetto bensì uno della protezione civile che spende 1’80% dei 60 milioni di euro che ha a disposizione per valorizzazione e il 20 per la manutenzione? È la metafora del paese».