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Relazione sulla presentazione del 20 aprile

Mi era già capitato qualche altra volta di parlare nell’Aula Magna del Visconti, il liceo dove insegno da molti anni. La prima occasione fu, una decina di anni fa, quella della presentazione di una mia antologia alla quale tenevo molto: Poesie italiane del Novecento edita da Archimede nel 1995. Avevo provato a “raccontare” la poesia del secolo scorso come se fosse uno splendido romanzo, una lunga storia piena di personaggi. C’era Giulio Ferroni, anche allora, a parlare, come ora. L’anno dopo venni trasferita al Visconti e il Collegio Romano diventò il teatro delle mie fantasie narrative oltre che del mio lavoro quotidiano.
Questa volta si è parlato dell’Archivio segreto in cui compare questo antico palazzo popolato dei personaggi e delle storie di oggi e di ieri. Rosario Salamone ha introdotto, non tanto e non solo come preside del Visconti, quanto come attento lettore della letteratura attuale. Hanno poi parlato Rino Caputo, Giulio Ferroni e Walter Pedullà. Proverò a riferire quanto è stato detto, anche se tardivamente, per quanto me lo consentono la memoria e gli appunti presi.
Il tema del “capriccio” urbano – sintetizzato dal quadro di Pannini in copertina – della casualità apparente del girovagare, coincidente con una modalità di lettura che può essere anch’essa casuale, senza inizio né fine, sono stati analizzati da Rosario Salamone insieme al procedimento divagante della scrittura, al continuo conversare dei personaggi, in un mondo in cui tutto è animato, dalle pietre agli alberi, e come calato in una dimensione che egli ha definito di “panpsichismo”, comunque di contatto religioso con la realtà. Caputo, che si aspettava l'”aurea mediocritas” dei tanti libri occasionali di oggi, ha detto invece cose assai lusinghiere: prima di tutto di essere rimasto sorpreso dalla consapevolezza letteraria della scrittura; poi dalla scelta del prosimetro, cioè della prosa mista al ritmo e alla rima della poesia; dal rapporto dichiarato con la tradizione; dalla scelta “di gusto” contro la standardizzazione e la volgarizzazione dei linguaggi attuali; dall’assortimento delle storie di uomini e donne e delle loro passioni d’amore. A Ferroni è piaciuto rievocare il suo liceo che tanta parte ha avuto nella sua storia personale e tanta ne ha nelle mie storie, come lui stesso ha sottolineato, non solo nell’Archivio segreto, ma anche nel libro precedente, Una ragazza che è stata mia madre. Soprattutto ha trovato l’orizzonte della scrittura femminile evidente sin dall’epigrafe, la dedica a Shaharazade, archetipo dell’arte del narrare. Ha parlato della cosiddetta autofiction, cioè della finta autobiografia – oggi piuttosto in voga – che racconta di una giornata singolare, di una strana passeggiata durante la quale il sogno si mescola alla realtà e ne diviene una chiave di lettura. Ha parlato ancora dell’indeterminatezza della dimensione onirica, dell’alterazione dei rapporti temporali e della scelta di uno spazio come Roma per rappresentarli in modo efficace: della gatta di via della Gatta, per esempio, e del suo valore simbolico. Ha parlato della prosa rimata, anche lui, e della totalità naturale in cui l’io della protagonista cerca di immergersi per superare i limiti della sua determinatezza. Ha citato Annamaria Ortese come un possibile riferimento per il modo narrativo dell’Archivio segreto, sospeso tra l’onirico e il fantastico. Ha citato Pirandello, per i temi del mondo teatralizzato, della teosofia, del libro alchemico in cui alla fine della mia storia si concentra la conoscenza del mondo, l'”archivio segreto”, l’antro platonico in cui si cela il cuore della realtà.
Straordinario, amici miei (voi soliti venticinque…)!
Li ho ascoltati con attenzione e debbo dirvi che mai avevo avuto così precisa la sensazione di essere riuscita a dire, a raccontare davvero quel che avevo in mente…
Poi è venuta la volta di Walter Pedullà che ha messo in evidenza alcuni aspetti della narrazione, che, almeno nelle mie intenzioni (si sa che non sempre le intenzioni si realizzano), esprimono proprio quanto “il cuore ditta dentro”: il modo antinaturalistico, il trattamento del tempo, l’importanza dei dettagli. Ha ricordato quanto diceva Paul Bourget a proposito del semplice resoconto di una giornata che, nella sua apparente insignificanza, può diventare esso stesso un romanzo. “Ma si tratterebbe di un’epica della realtà” ha aggiunto “o piuttosto di un’epica dell’esistenza?” Il recupero del senso attraverso i dettagli su cui indugia lo sguardo dei personaggi, in una narrazione sospesa tra la realtà e il sogno, tra il notturno e il diurno, fa propendere per la seconda via, secondo Pedullà, che ha ricordato Antonio Pizzuto e il suo modo di cogliere brandelli di senso nell’istante e nei particolari ingigantiti e apparentemente insigificanti. Ha colto, Pedullà, la volontà di superare gli stereotipi linguistici nell’attenzione rivolta ai giovani e alla loro morte annunciata e a volte realizzata attraverso il suicidio.
Come commentare, a mia volta, quanto è stato detto in modo così straordinario e generoso da Salamone, Caputo, Ferroni e Pedullà a proposito dell’Archivio segreto?
Posso solo dire che grande e consolante è il piacere di interloquire con i propri simili, di essere riconoscibili e riconosciuti in un paese di ciechi e di sordi, dove l’unico modo di scrivere (e quindi di pensare e di “esserci”) sembra essere diventato quello a una sola dimensione, senza nessuna possibilità di interpretazione e di riflessione. Roma è la metafora più evidente di quanto la realtà non sia altro che un libro da sfogliare, da leggere, da analizzare e comprendere anche nelle parti non visibili, tra le righe non scritte. Attraversare i limiti dell’io, della logica, della presunta razionalità, dialogare con altre specie e altre famiglie, con altri punti di vista per cogliere l’implicito dietro la superficie di ogni cosa. Essere qualcun altro, insomma, nell’epoca di Narciso allo specchio: questo è quanto vorrei continuare a fare e quanto vorrei che facessimo insieme per condividere un cammino comune. L’unica ragione che giustifica un altro libro nella folla di migliaia di libri.

I giovani, i classici e i modi della lettura. Lettura desacralizzata… ma allora va bene Moccia?

Per la settima edizione della Settimana della Lettura 2008, che coordino e realizzo dal 2002 per incarico del Centro per il libro e la Lettura (MIBAC), il tema in discussione è stato I giovani, i classici e i modi della lettura. Dalle 10,30 alle 12,30, nella sala Diamante del Palazzo dei Congressi all’Eur circa duecento giovani di cinque licei romani – Pilo Albertelli, Ettore Majorana, Plauto, Bertrand Russell, Ennio Quirino Visconti – si sono intrattenuti, insieme ai loro professori, ad ascoltare una serie di interventi di esperti, per entrare, a loro volta, nella discussione attraverso un manipolo di audaci delegati. Giuseppe Antonelli, Rino Caputo, Piero Dorfles, hanno parlato del loro modo di intendere la lettura dai rispettivi punti di vista. Chiamandoli a parlare e coordinando i loro interventi, io stessa mi sono espressa sull’argomento. Per ricordare ai nuovi partecipanti le ragioni per cui, tanti anni fa, detti avvio alla Settimana della Lettura, che si chiude ogni anno al Palazzo dei Congressi nell’occasione della Fiera della piccola e media editoria, Più libri più lib(e)ri, ho parlato brevemente di alcuni dei problemi che affliggono la scuola italiana in un modo che si è ormai cronicizzato: la morte delle Biblioteche scolastiche, certificata dalla scomparsa delle figure dei bibliotecari; l’assenza di precise indicazioni curricolari sulla lettura per gli anni di formazione che comprendono le scuole superiori e l’Università; i pregiudizi diffusi sulla didattica della lettura. Giuseppe Antonelli, docente di Filologia italiana all’Università di Cassino, è intervenuto in modo molto brillante sulla questione dei classici e della specificità della lingua letteraria riportando degli esempi di “traduzione” – per esempio, il Decameron di Boccaccio “tradotto” da Busi… – che mostravano senza ombra di dubbio tutta la loro manifesta insensatezza. Ha citato, a tal proposito, esilaranti commenti di giovani, che, sia pur redatti nello stile sms, sono apparsi ricchi di sgrammaticate intuizioni. Rino Caputo, italianista, preside della facoltà di Lettere di Tor Vergata, ha parlato della differenza di spessore che caratterizza in ogni epoca un classico, in ragione della trasversalità di tempi, temi, procedimenti, della capacità di contaminazione dei grandi scrittori. Piero Dorfles, inviato del Tg1 e conduttore della trasmissione Per un pugno di libri, animato dalla sua consueta ironia, ha parlato della assoluta libertà della lettura, dello spessore di senso dei grandi libri – introvabile nella facile scrittura di consumo dei best seller giovanili attuali, stile Federico Moccia – della perenne attualità dei temi e delle grandi invenzioni narrative. A seguire gli interventi degli studenti, che, riferendo sulle loro letture con manifesto impegno, sono stati ascoltati con attenzione, forse con qualche impazienza, come accade di norma quando a parlare sono dei giovani, poco avvezzi a esprimersi con scioltezza davanti a un folto pubblico. Goldoni, Foscolo, Manzoni, Leopardi, classiciclassici che più non si può, passati in rassegna attraversi sapienti filtri tematici, formali, ideologici. Finché una ragazza non ha avuto l’idea di lanciarsi sull’argomento “Federico Moccia” affermando con molta disinvoltura che non trovava differenze tra i personaggi e i temi del bestesellerista di oggi e i personaggi e i temi di ieri, tra Step e Orlando, tra i ragazzi delle palestre e i cavalieri antichi, tra Angelica e le donne del nostro tempo presente. Proprio questo intervento ha suscitato l’interesse di Antonelli e Dorfles – un po’ meno di Caputo – per la sua spontaneità. Meno analisi, meno studio, meno letture scolastiche, più libertà. ecc. ecc., hanno detto unanimi, inanellando la serie solita dei luoghi comuni sulla straordinaria capacità di afflizione e di noia della scuola che uccide il piacere della lettura mettendola in cattedra. Cari amici, Giuseppe e Piero, lo so che non lo pensate per davvero ma, per evitare equivoci e non mortificare i colleghi e gli studenti convenuti, ho concluso il nostro incontro affermando che lettori non si nasce ma si diventa. Lettori scaltriti intendo. Lettori capaci di leggere Dante sull’autobus. Qualcuno vi ha insegnato a leggere la Commedia e voi dovreste rendergliene merito. La discussione però è aperta. Potreste avere ragione voi. Perché no? Dite che un libro si legge, non si studia. Che non va sacralizzato. Dante non sarebbe d’accordo se lo interpellassimo, almeno stando a quanto lui stesso dice sui livelli e i modi di lettura del suo “sacrato poema”. Moccia – almeno credo – si può leggere e basta, a una sola dimensione. Dante no, Kafka nemmeno e nemmeno Leopardi e Gadda.