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I giovani, i classici e i modi della lettura. Lettura desacralizzata… ma allora va bene Moccia?

Per la settima edizione della Settimana della Lettura 2008, che coordino e realizzo dal 2002 per incarico del Centro per il libro e la Lettura (MIBAC), il tema in discussione è stato I giovani, i classici e i modi della lettura. Dalle 10,30 alle 12,30, nella sala Diamante del Palazzo dei Congressi all’Eur circa duecento giovani di cinque licei romani – Pilo Albertelli, Ettore Majorana, Plauto, Bertrand Russell, Ennio Quirino Visconti – si sono intrattenuti, insieme ai loro professori, ad ascoltare una serie di interventi di esperti, per entrare, a loro volta, nella discussione attraverso un manipolo di audaci delegati. Giuseppe Antonelli, Rino Caputo, Piero Dorfles, hanno parlato del loro modo di intendere la lettura dai rispettivi punti di vista. Chiamandoli a parlare e coordinando i loro interventi, io stessa mi sono espressa sull’argomento. Per ricordare ai nuovi partecipanti le ragioni per cui, tanti anni fa, detti avvio alla Settimana della Lettura, che si chiude ogni anno al Palazzo dei Congressi nell’occasione della Fiera della piccola e media editoria, Più libri più lib(e)ri, ho parlato brevemente di alcuni dei problemi che affliggono la scuola italiana in un modo che si è ormai cronicizzato: la morte delle Biblioteche scolastiche, certificata dalla scomparsa delle figure dei bibliotecari; l’assenza di precise indicazioni curricolari sulla lettura per gli anni di formazione che comprendono le scuole superiori e l’Università; i pregiudizi diffusi sulla didattica della lettura. Giuseppe Antonelli, docente di Filologia italiana all’Università di Cassino, è intervenuto in modo molto brillante sulla questione dei classici e della specificità della lingua letteraria riportando degli esempi di “traduzione” – per esempio, il Decameron di Boccaccio “tradotto” da Busi… – che mostravano senza ombra di dubbio tutta la loro manifesta insensatezza. Ha citato, a tal proposito, esilaranti commenti di giovani, che, sia pur redatti nello stile sms, sono apparsi ricchi di sgrammaticate intuizioni. Rino Caputo, italianista, preside della facoltà di Lettere di Tor Vergata, ha parlato della differenza di spessore che caratterizza in ogni epoca un classico, in ragione della trasversalità di tempi, temi, procedimenti, della capacità di contaminazione dei grandi scrittori. Piero Dorfles, inviato del Tg1 e conduttore della trasmissione Per un pugno di libri, animato dalla sua consueta ironia, ha parlato della assoluta libertà della lettura, dello spessore di senso dei grandi libri – introvabile nella facile scrittura di consumo dei best seller giovanili attuali, stile Federico Moccia – della perenne attualità dei temi e delle grandi invenzioni narrative. A seguire gli interventi degli studenti, che, riferendo sulle loro letture con manifesto impegno, sono stati ascoltati con attenzione, forse con qualche impazienza, come accade di norma quando a parlare sono dei giovani, poco avvezzi a esprimersi con scioltezza davanti a un folto pubblico. Goldoni, Foscolo, Manzoni, Leopardi, classiciclassici che più non si può, passati in rassegna attraversi sapienti filtri tematici, formali, ideologici. Finché una ragazza non ha avuto l’idea di lanciarsi sull’argomento “Federico Moccia” affermando con molta disinvoltura che non trovava differenze tra i personaggi e i temi del bestesellerista di oggi e i personaggi e i temi di ieri, tra Step e Orlando, tra i ragazzi delle palestre e i cavalieri antichi, tra Angelica e le donne del nostro tempo presente. Proprio questo intervento ha suscitato l’interesse di Antonelli e Dorfles – un po’ meno di Caputo – per la sua spontaneità. Meno analisi, meno studio, meno letture scolastiche, più libertà. ecc. ecc., hanno detto unanimi, inanellando la serie solita dei luoghi comuni sulla straordinaria capacità di afflizione e di noia della scuola che uccide il piacere della lettura mettendola in cattedra. Cari amici, Giuseppe e Piero, lo so che non lo pensate per davvero ma, per evitare equivoci e non mortificare i colleghi e gli studenti convenuti, ho concluso il nostro incontro affermando che lettori non si nasce ma si diventa. Lettori scaltriti intendo. Lettori capaci di leggere Dante sull’autobus. Qualcuno vi ha insegnato a leggere la Commedia e voi dovreste rendergliene merito. La discussione però è aperta. Potreste avere ragione voi. Perché no? Dite che un libro si legge, non si studia. Che non va sacralizzato. Dante non sarebbe d’accordo se lo interpellassimo, almeno stando a quanto lui stesso dice sui livelli e i modi di lettura del suo “sacrato poema”. Moccia – almeno credo – si può leggere e basta, a una sola dimensione. Dante no, Kafka nemmeno e nemmeno Leopardi e Gadda.