{"id":1763,"date":"2015-01-12T00:18:58","date_gmt":"2015-01-11T23:18:58","guid":{"rendered":"http:\/\/www.annarosamattei.com\/?p=1763"},"modified":"2022-11-26T20:58:47","modified_gmt":"2022-11-26T19:58:47","slug":"1763","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.annarosamattei.com\/?p=1763","title":{"rendered":"Carlo Pavolini. La riforma Franceschini, le soprintendenze e i musei"},"content":{"rendered":"<p>Questo intervento critico di Carlo Pavolini mi sembra fondamentale per comprendere il significato profondo di una riforma che non solo non produce lavoro in nessun campo della cultura, ma emargina e mortifica la professionalit\u00e0 degli storici dell&#8217;arte.<\/p>\n<p><span class=\"main11\"><b>La riforma Franceschini, le soprintendenze e i musei<\/b><\/span><br \/>\n<span class=\"main11\"><i>08-01-2015<\/i><\/span><br \/>\n<span class=\"main11\"><i>Carlo Pavolini<\/i><\/span><br \/>\n<span class=\"main11\">LA RIFORMA FRANCESCHINI, LE SOPRINTENDENZE E I MUSEI<br \/>\nIl 10 dicembre 2014 \u00e8 entrato in vigore il nuovo regolamento del Ministero per i Beni e le Attivit\u00e0 Culturali e del Turismo, noto come \u201criforma Franceschini\u201d. Uno dei nuclei fondanti del provvedimento \u00e8 la riorganizzazione delle cellule-base del Ministero, le Soprintendenze territoriali: ma tutto sommato, la nuova articolazione degli uffici di tutela (art. 33) fra \u201cSoprintendenze Archeologia\u201d e \u201cSoprintendenze Belle Arti e paesaggio\u201d, queste ultime fuse in unico organismo (e la dice lunga gi\u00e0 la terminologia, al contempo sciatta e r\u00e9tro, con l\u2019incongruo recupero della gloriosa ma datatissima espressione \u201cbelle arti\u201d), ha suscitato minori discussioni di quel che ci si poteva attendere. O meglio: l\u2019aspetto interessante \u2013 in negativo \u2013 \u00e8 stato il concentrarsi dei commenti sul fatto che, mentre le ex Soprintendenze ai Beni storico-artistici e quelle ai Beni architettonici venivano appunto unificate, quelle ai Beni archeologici rimanevano escluse da tale accorpamento. E qui \u2013 nelle settimane e nei mesi che hanno preparato il varo della riforma, e subito dopo la sua pubblicazione \u2013 se ne sono sentite, devo dire, di tutti i colori. Nell\u2019\u201daria che tira\u201d, ed esplicitamente in alcuni articoli di giornale, ma (come subito vedremo) anche in alcune prese di posizione ben pi\u00f9 \u201cufficiali\u201d, \u00e8 parso come di avvertire un grande sospiro di sollievo bipartisan: emesso, cio\u00e8, sia da parte di chi avversava le linee-guida della riforma, sia da parte di chi le favoriva. Si sono letti autorevoli opinionisti affermare che, certo, alcune Soprintendenze sarebbero state aggregate e quindi sarebbero \u201csparite\u201d, mentre quelle archeologiche, per fortuna, si sarebbero \u201csalvate\u201d. Lo stesso ministro Franceschini \u2013 nei giorni in cui il regolamento entrava in vigore \u2013 ha affermato, in una pubblica occasione, che in un primo momento si era pensato di accorpare anche le Soprintendenze archeologiche con le altre, ma che, per merito del governo, questo rischio era stato evitato. Il ministro parlava ad una platea di archeologi, ed evidentemente intendeva cos\u00ec \u201crassicurarli\u201d.<br \/>\nColpisce, di questa generale e generica atmosfera di \u201cscampato pericolo\u201d (un sentimento condiviso, magari, anche da alcuni dei lettori di queste righe), la disattenzione con la quale non si sono finora colte \u2013 n\u00e9 da parte ministeriale, n\u00e9 da parte della pubblicistica corrente \u2013 le serissime implicazioni del passo compiuto nel momento in cui si \u00e8 scelto di unificare per met\u00e0 le competenze della tutela territoriale. Si sar\u00e0 quindi gi\u00e0 capito che io critico la riforma non perch\u00e9 unifica troppo, ma perch\u00e9 unifica troppo poco.<br \/>\nIn realt\u00e0, gli scarsi e distratti commenti di cui ho riportano lo spirito, se non la lettera, producono effetti paradossali. Se infatti \u2013 anche da parte governativa \u2013 si tende a distinguere fra \u201csommersi\u201d e \u201csalvati\u201d (i primi, sostanzialmente, sono gli storici dell\u2019arte, e ci torner\u00f2 sopra; i secondi, gli archeologi), vuol dire che l\u2019accorpamento \u00e8 un male: ma allora perch\u00e9 lo si \u00e8 promosso, e perch\u00e9 lo si giudica un passo avanti? Disattenzione e superficialit\u00e0 sconcertanti, lo ripeto; di pi\u00f9, prevalenza di un\u2019impostazione meramente burocratica e \u201cgestionale\u201d di un problema che avrebbe meritato un ben pi\u00f9 ampio approfondimento preventivo. Qui misuriamo ancora una volta, e su un terreno che in Italia assume un\u2019importanza non certo trascurabile, i danni politici e culturali del ventennio appena trascorso, la caduta di tensione e di livello di quella che un tempo si chiamava la \u201cbattaglia delle idee\u201d: peggio, la perdita di memoria \u2013 con l\u2019eccezione, tanto pi\u00f9 lodevole, di pochi commentatori \u2013 di problemi e dibattiti che in un\u2019epoca non lontanissima avevano appassionato almeno gli addetti ai lavori, e che, pur non avendo ottenuto (\u00e8 vero) alcun risultato pratico, si erano talvolta qualificati almeno per il loro spessore culturale.<br \/>\nCapisco che il pericolo di fare la parte del laudator temporis acti \u00e8 in agguato. In realt\u00e0, un filo di collegamento con alcune di quelle passate discussioni si \u00e8 conservato, e su questo stesso sito web si \u00e8 manifestato, ad esempio, grazie all\u2019interessante e serrato \u201cbotta e risposta\u201d che proprio sul tema della \u201cvisione olistica\u201d del patrimonio culturale e paesaggistico \u2013 e della sua tutela \u2013 si \u00e8 svolto nel marzo scorso fra Pier Giovanni Guzzo da un lato, Giuliano Volpe e Daniele Manacorda dall\u2019altro: tutti e tre miei grandi amici. L\u2019aggettivo \u201colistico\u201d \u00e8 di conio abbastanza recente e non mi piace molto, ma devo dire che rende l\u2019idea, n\u00e9 so trovargli un sinonimo altrettanto sintetico. Inutile dire che su questo tema specifico sono d\u2019accordo con Volpe e Manacorda, fino a identificarmi con le loro posizioni, e mi scuso se nei capoversi che seguono non far\u00f2 altro che ripercorrere \u2013 in alcuni punti essenziali \u2013 le argomentazioni da loro gi\u00e0 validamente sostenute (da Manacorda anche in un capitolo del suo stimolante libro L\u2019Italia agli italiani, uscito alla fine di questo 2014).<br \/>\nDi Soprintendenze uniche, in effetti (e non di \u201cSoprintendenze miste\u201d, secondo il brutto e squalificante aggettivo che pure si usava a tale proposito, alludendo a esperienze amministrative allora in atto in alcune situazioni, come il Molise), si parlava gi\u00e0 negli anni 1970-90, ad esempio in quel vivace centro di discussione che era il gruppo di Dialoghi di Archeologia. Fra gli altri era fautore di soluzioni del genere Andrea Carandini, e anch\u2019io intervenni in merito con un articolo su Ostraka del 1996. Impossibile ripercorrere le motivazioni di ordine pratico, ma soprattutto scientificoculturale, della proposta di creare un ufficio unico per tutte le pratiche di tutela destinate a incidere su uno stesso territorio, motivazioni che vengono ora riprese da Manacorda e Volpe con un\u2019accentuazione \u2013 che mi convince appieno \u2013 della dimensione del paesaggio come quella che meglio si presta ad esprimere il carattere unitario del patrimonio (tanto pi\u00f9 in Italia), e l\u2019esigenza, quindi, di una sua unitaria tutela. Da archeologo, \u00e8 inevitabile che io abbia presente soprattutto le tematiche proprie del mio campo. Non dimentichiamo che negli anni \u201970 avevano fatto piena irruzione in Italia la nozione e la prassi dell\u2019archeologia medievale e moderna; che era sempre pi\u00f9 all\u2019ordine del giorno \u2013 per chiunque facesse archeologia \u2013 pensare per \u201ccontesti\u201d, diacronici e interdisciplinari, e quindi collegarsi strettamente ai saperi dello storico dell\u2019arte, dell\u2019architetto, ecc.; che le tecniche e le tecnologie aggiornate dello scavo e della documentazione imponevano sempre pi\u00f9 di ricorrere a specialisti (chimici, fisici, biologi\u2026..) non diversi da quelli ai quali ricorrevano gli storici dell\u2019arte; e cos\u00ec via. Non credo che sia utile proseguire nell\u2019elencazione, n\u00e9 scendere nei dettagli, poich\u00e9 si tratta di cose largamente note. Piuttosto, \u00e8 funzionale al nostro discorso riassumere le principali critiche che all\u2019epoca venivano mosse alle varie ipotesi di Soprintendenza unica. Quelle che Piero Guzzo oggi sintetizza nei suoi interventi su Patrimonio SOS sono inevitabilmente le stesse che egli mi oppose (e di ci\u00f2 lo ringrazio, perch\u00e9 dimostr\u00f2 di prendere comunque sul serio la cosa) dopo l\u2019uscita del mio articolo del 1996. Per grandi linee, potremmo definire la prima come \u201cl\u2019obiezione siciliana\u201d. Essa prende le mosse dalla valutazione negativa che, quasi unanimemente, si d\u00e0 dell\u2019esperienza delle Soprintendenze intersettoriali di quella Regione autonoma. Ma qui, francamente, rispondere \u00e8 facile e lo si \u00e8 fatto pi\u00f9 volte, tanto che mi baster\u00e0 prendere in prestito poche parole dalla lettera aperta di Volpe a Guzzo su questo sito (16\/3\/14): \u201ci danni del \u2018modello siciliano\u2019 sono di tutt\u2019altra natura: derivano dalla dipendenza ravvicinata e dall\u2019ingerenza diretta del potere politico\u201d, incarnato dall\u2019Assessore regionale, \u201ce soprattutto da una scellerata legge regionale che ha prodotto\u2026 l\u2019eliminazione di ogni competenza specifica\u201d quale prerequisito per la nomina dei dirigenti.<br \/>\nOra, tutti indistintamente ci guardiamo bene dal proporre oggi Soprintendenze uniche regionali: si d\u00e0 per scontato che debbano essere a direzione nazionale, e guidate da tecnici dei beni culturali. D\u2019altra parte nemmeno i colleghi siciliani sembrano rimpiangere il vecchio modello degli uffici di tutela settoriali, stando a quel che afferma lo stesso Volpe (e leggo ora di una recente e netta presa di posizione di Settis, che invita a ripensare questa forma di \u201cautonomia\u201d regionale, rivelatasi nefasta, e a \u201criportare la Sicilia in Italia\u201d). E infine: come mai, negli anni \u201990, i critici delle proposte \u201colistiche\u201d (bench\u00e9 allora non venissero chiamate cos\u00ec) omettevano accuratamente di citare le buone prove che invece \u2013 a detta di tutti \u2013 stavano offrendo le citate Soprintendenze \u201cmiste\u201d gi\u00e0 attive allora in Italia, almeno due delle quali a tripla competenza (architettonica, storicoartistica e archeologica)? Anche oggi nessuno si ricorda mai di menzionare queste \u201cbuone pratiche\u201d allorch\u00e9 si affronta il problema.<br \/>\nSeconda \u201cstorica\u201d obiezione. Si afferma che, nazionali o regionali che siano gli uffici, se \u201ca rappresentare l\u2019organo e a guidarne destini e operativit\u00e0 \u00e8 un rappresentante di uno dei saperi compresi nell\u2019organo stesso, ci\u00f2 comporta automaticamente il declassamento di valore di tutti gli altri saperi\u201d(Guzzo). Stavolta l\u2019argomentazione \u2013 che si collega ad un altro problema spesso sollevato, quello del ruolo degli architetti, del quale riparler\u00f2 fra poco \u2013 sarebbe meritevole di una discussione pi\u00f9 approfondita: tuttavia lo si \u00e8 fatto in altre sedi e lo spazio \u00e8 poco, cos\u00ec che, anche in questo caso, me la caver\u00f2 facendo mia l\u2019azzeccata similitudine di Giuliano Volpe con la gestione di un ospedale, che pu\u00f2 essere benissimo diretto da un nefrologo senza che ci\u00f2 vada a scapito dell\u2019operativit\u00e0 e della valorizzazione dei cardiologi, degli anatomopatologi e dei ginecologi che vi<br \/>\nlavorano. Fuor di metafora, ci si pu\u00f2 legittimamente chiedere come realizzare nella pratica un simile modello in una Soprintendenza, e su questo torner\u00f2 pi\u00f9 avanti.<br \/>\nMa intanto: tutto quello che si \u00e8 detto finora comporta che una tutela davvero \u201colistica\u201d, o lo \u00e8 fino in fondo e in tutto e per tutto (lo dice la parola stessa), o non \u00e8. In altri termini, se non verr\u00e0 integrata nei nuovi uffici anche la competenza archeologica non si elimineranno mai i grandi paradossi del modo attuale di fare tutela sul territorio. Esister\u00e0 sempre un ente deputato a intervenire sulle fondamenta di uno stabile e un altro competente sui suoi elevati, con finalit\u00e0, fondi e tempi diversi e sulla base di linee di ricerca separate; un complesso edilizio potr\u00e0 essere sottoposto per una sua parte a un vincolo \u201cdisciplinare\u201d (archeologico, ad esempio), per un\u2019altra parte no; il comune cittadino non avr\u00e0 mai uno \u201csportello\u201d unico a cui rivolgersi, ad esempio, per una ristrutturazione immobiliare, ma continuer\u00e0 a trovarsi di fronte \u2013 come oggi \u2013 la prospettiva di un iter tortuoso e incomprensibile di pareri contraddittori e di lentezze infinite; e cos\u00ec via.<br \/>\nN\u00e9 si dica che a questi inconvenienti pongono rimedio gli istituti \u201cdi coordinamento intersettoriale\u201d ora previsti dal regolamento Franceschini, quali il Segretariato regionale (art. 32) e la Commissione regionale presieduta dal Segretario medesimo (art. 39). Il secondo organismo, a orecchio, mi ricorda tanto quelle desolanti \u201cconferenze dei Soprintendenti\u201d degli anni \u201970-\u201990, prive di ogni reale potere e convocate ogni tanto per mero dovere burocratico, cos\u00ec che si scioglievano \u2013 con generale sollievo dei Soprintendenti stessi \u2013 dopo poche frasi di circostanza. Semmai, su questo terreno, si pu\u00f2 registrare a bilancio \u201cpositivo\u201d solo l\u2019esaurirsi del ruolo nefasto delle Direzioni regionali, unanimemente giudicate come una sovrastruttura che ha comportato soltanto nuovi filtri burocratici e nuove lungaggini. Prima dell\u2019istituzione di tali Direzioni, si era purtroppo facili profeti allorch\u00e9 si diceva: o le Soprintendenze uniche verranno costruite grazie ad una spinta \u201cdal basso\u201d dei tecnici, e sulla base di un preciso orientamento metodologico e culturale, oppure (siccome l\u2019esigenza \u00e8 reale) ci penser\u00e0\u2026.. Arrigoni, cio\u00e8 il potere centrale, in forme distorte e per i propri fini. Cos\u00ec \u00e8 stato, e il nuovo impianto ora varato non risolve affatto le contraddizioni. Qui cade a fagiolo una riflessione sulla terza obiezione \u201cstoricamente\u201d sollevata contro la prospettiva della Soprintendenza unica: quella che potremmo chiamare l\u2019obiezione \u201cdegli architetti\u201d. Non nel senso che veniva formulata da architetti, tutt\u2019altro, ma nel senso che veniva formulata prendendo a pretesto gli architetti. Si tratta, in realt\u00e0, di un corollario della critica gi\u00e0 discussa secondo cui, se l\u2019organismo unitario \u00e8 guidato dal rappresentante di uno dei saperi, ci\u00f2 comporta il declassamento\u2026. (eccetera). In particolare, si sosteneva e si sostiene che \u2013 qualora l\u2019ufficio di tutela territoriale (l\u2019aggettivo \u00e8 importante) venisse unificato \u2013 a dirigerlo non potrebbe essere chiamato che un architetto, in quanto detentore della sola competenza disciplinare cui la normativa vigente attribuisce il potere di esprimersi su materie quali il patrimonio paesaggistico, l\u2019urbanistica, la pianificazione in rapporto alla conservazione dei beni culturali e ambientali, e cos\u00ec via. Mi scuso delle eventuali imprecisioni sul piano del lessico normativo, appunto: che non credo tocchino per\u00f2 la sostanza.<br \/>\nIn primo luogo viene spontaneo rilevare, se realmente le cose stessero cos\u00ec, un altro dei paradossi del regolamento Franceschini. Se infatti l\u2019art. 33 della legge comporta, come sappiamo, due soli gruppi di Soprintendenze, le \u201cArcheologia\u201d e le \u201cBelle Arti e Paesaggio\u201d, e se le \u201cBelle Arti e Paesaggio\u201d possono essere dirette attualmente (vedi sopra) solo da architetti, ci\u00f2 implica il bel risultato di aver \u201csalvato\u201d \u2013 torno ad una terminologia gi\u00e0 utilizzata all\u2019inizio \u2013 una sola categoria professionale, quella degli archeologi, e di aver abbandonato alla presunta dittatura degli architetti una seconda professionalit\u00e0, peraltro di gloriose tradizioni, quella cio\u00e8 degli storici dell\u2019arte (i quali peraltro tacciono su questo punto, o perch\u00e9 sfiniti e rassegnati, o per altre logiche che non conosco e che vorrei qualcuno mi spiegasse).<br \/>\nIn altre parole, e fino a prova contraria, si \u00e8 semplicemente \u201csottomessa\u201d una disciplina ad un\u2019altra, senza ottenere in compenso nulla di \u201colistico\u201d. E non si venga a dire che questo rappresenta solo il primo passo di una futura riunificazione generale, per due motivi: primo, perch\u00e9 ci si potrebbe credere se si scorgesse \u2013 nell\u2019atteggiamento dei vertici ministeriali \u2013 il sia pur minimo segno di una consapevolezza culturale del problema, il che non \u00e8; secondo, perch\u00e9 in Italia una riforma che interviene dopo un secolo di sostanziale immobilit\u00e0 richieder\u00e0 secoli per essere a sua volta\u2026 riformata.<br \/>\nMa a ben vedere, questa dittatura degli architetti \u00e8 poi realmente inevitabile? Io non lo credo. So di inoltrarmi in una materia molto tecnica (e infatti lo far\u00f2 solo in termini generalissimi), e qualche aspetto della normativa \u2013 siamo sempre l\u00ec! \u2013 pu\u00f2 sfuggirmi. Ma intanto, la normativa non \u00e8 la legge mosaica, e con un po\u2019 di coraggio politico e amministrativo pu\u00f2 sempre venir innovata. E poi, il problema assumerebbe tutt\u2019altro profilo se si imboccasse la strada di uffici a struttura dipartimentale, il cui dirigente \u2013 sia chiaro che penso esclusivamente a dirigenti di formazione tecnica \u2013 sia tenuto ad acquisire per via interna i pareri delle singole \u201csezioni\u201d disciplinari (archeologica, storico-artistica, ecc.) sulle pratiche che le coinvolgono. Assolutamente non deprimendo le competenze specialistiche, ma anzi valorizzandole. Unificando gli archivi, i servizi tecnici e (importantissima) la vincolistica. Rendendo certo un po\u2019 pi\u00f9 lungo l\u2019iter interno, ma complessivamente pi\u00f9 breve l\u2019emissione finale del provvedimento su pratiche di tipo interdisciplinare. In un simile contesto, cosa vieta che la sezione architettonica e paesaggistica di una Soprintendenza venga interpellata, per gli aspetti di competenza, su un piano paesistico regionale (tanto per fare un esempio), e che il parere finale sia espresso da un dirigente archeologo?<br \/>\nCerto, a questo scopo servono Soprintendenze agili, che controllino ambiti territoriali non troppo ampi. E quindi la tendenza in atto, che favorisce invece la creazione di uffici da un lato tradizionalmente divisi per discipline, e dall\u2019altro estesi territorialmente in modo abnorme (il colmo, un vero e proprio monstrum, si avr\u00e0 se, come sembra, verr\u00e0 creata una Soprintendenza archeologica coincidente con l\u2019intera Regione Lazio!), va esattamente nella direzione contraria a ci\u00f2 che sarebbe auspicabile.<br \/>\nPer il momento, manca davvero lo spazio per parlare qui di argomenti \u201caltri\u201d dal regolamento Franceschini. Non che simili argomenti non siano urgenti, tutt\u2019altro. Uno riguarda il profondo cambiamento di mentalit\u00e0 e di cultura amministrativa (senza il quale sar\u00e0 vana qualsiasi \u201cingegneria istituzionale\u201d) che il pur valoroso personale scientifico delle Soprintendenze dovrebbe finalmente affrontare \u2013 e prima ancora \u201cvisualizzare\u201d \u2013 per uscire in positivo dall\u2019ingiusta penalizzazione sub\u00ecta negli ultimi vent\u2019anni, senza peraltro adagiarsi in un heri dicebamus che fatalmente condurrebbe alla riproposizione dei vecchi problemi. Altri argomenti riguardano il grande tema del rapporto fra tutela, valorizzazione ed economia dei beni culturali, per costringere in tre parole aspetti dalle implicazioni colossali. Un altro ancora, la sfera delle collaborazioni esterne e delle libere professioni nei campi del patrimonio culturale. E cos\u00ec via.<br \/>\nMa la critica dell\u2019odierno regolamento, o meglio di ben delimitate parti di esso (in questo intervento me la sono sentita di dire la mia solo sugli articoli riguardanti gli uffici periferici), rimarrebbe monca senza un accenno alla riorganizzazione dei musei. Accenno che per fortuna potr\u00e0 essere breve, perch\u00e9 a questo proposito non ho davvero nulla da aggiungere all\u2019impianto \u201cconcettuale\u201d tante volte espresso \u2013 fra gli altri \u2013 da Salvatore Settis, e ripreso il 21 luglio scorso (mentre l\u2019orientamento governativo si andava delineando), in forma di lettera aperta al Direttore Generale pubblicata su Patrimonio SOS, da Piero Guzzo, col quale stavolta sono pienamente d\u2019accordo. Nessuna contorsione dialettica potr\u00e0 infatti convincermi della giustezza (in primo luogo, della sensatezza) di quella linea ministeriale che \u2013 non senza difficolt\u00e0 \u2013 si riesce a evincere dalla lettura integrata degli articoli 30, 34 e 35 del regolamento. Macroscopico e tante volte paventato \u2013 ebbene, ora ci si \u00e8 arrivati! \u2013 \u00e8 innanzitutto l\u2019errore di dotare di \u201cautonomia speciale\u201d istituti quali i Musei Archeologici Nazionali di Napoli, Reggio Calabria e Taranto (mi limito ad esempi tratti dal mio settore disciplinare), notoriamente e storicamente legati in modo inscindibile al territorio su cui insistono e vivificati da un continuo afflusso di nuove acquisizioni di scavo. Fra l\u2019altro, chiss\u00e0 perch\u00e9 questi e solo questi? Ai quali si aggiunge poi, in modo del tutto incongruo, \u201cPaestum\u201d (cos\u00ec definita, tout court, nel\u2019art. 30): e bisogner\u00e0 capire perch\u00e9, anche a non voler andare dietro ai gossi giornalistici di queste settimane.<br \/>\nAl di l\u00e0 dei casi singoli, ci\u00f2 che comunque colpisce e (con un eufemismo) preoccupa \u00e8 che \u2013 \u201cfinalmente\u201d \u2013 una serie di grandi musei storicamente \u201cterritoriali\u201d vengono staccati dalle Soprintendenze di riferimento, alla faccia di tutti i sogni di una strategia \u201colistica\u201d per i beni culturali. Ci saranno al massimo \u201cmodalit\u00e0 di collaborazione\u201d fra le due serie di istituti (musei da un lato, Soprintendenze dall\u2019altro), modalit\u00e0 assicurate (art. 35) dalla Direzione Generale Archeologia per quanto riguarda i musei di livello dirigenziale, da\u2026 nessuno per gli altri musei. Un pasticcio da un lato, nuove sovrapposizioni di competenze e nuovi filtri burocratici dall\u2019altro. E si noti che evito appositamente di accennare all\u2019altra polemica \u201cmanager s\u00ec, manager no\u201d alla testa dei musei, non perch\u00e9 si tratti di una materia marginale (\u00e8 anzi molto grave e preoccupante), ma perch\u00e9 si colloca su un terreno diverso e per ora ce la possiamo risparmiare.<br \/>\nC\u2019\u00e8 invece ancora qualcos\u2019altro di cui parlare. Il testo governativo infatti, gi\u00e0 trattando della Direzione Generale Musei all\u2019art. 20, e poi ancora riprendendo la questione \u2013 a livello periferico \u2013 all\u2019art. 34, fa capire che il modello adottato \u00e8 quello che attribuisce ai musei, o pi\u00f9 precisamente ai nuovi \u201cpoli museali regionali\u201d, i compiti di \u201cservizio pubblico di fruizione e valorizzazione degli istituti e dei luoghi della cultura in consegna allo Stato\u201d. Prima di tutto, che vuol dire \u201cluoghi della cultura\u201d, ut sic? E poi: le Soprintendenze non saranno quindi d\u2019ora in poi autorizzate a \u201cvalorizzare\u201d, o lo potranno fare solo tramite i \u201cpoli\u201d? E ci\u00f2 a prescindere dalle serie problematiche che a mio avviso apre lo stesso termine, generico e abusato, di valorizzazione: ma anche questo tema deve obbligatoriamente rimanere per ora fuori dal quadro e potr\u00e0 semmai \u2013 \u00e8 una minaccia! \u2013 venir ripreso in un futuro intervento. Abbia ogni giorno il suo affanno, dice la Bibbia.<br \/>\nIn conclusione. Ho ritenuto giusto esprimere le modeste e soggettive opinioni di una persona attualmente un po\u2019 fuori dai giochi, ma che in passato ha fatto parte dell\u2019amministrazione. Mi dispiace, sinceramente, di non riuscire a trovare molto di positivo nell\u2019articolato governativo, ma mi sembra che con esso venga smantellato l\u2019impianto attuale \u2013 con la cui difesa cieca e immobile non mi schiero affatto \u2013 a favore di un nuovo quadro densissimo di incognite, per usare ancora una volta un eufemismo. Ricordiamoci sempre che non tutto ci\u00f2 che \u00e8 nuovo \u00e8 necessariamente buono (G. B. Shaw).<\/span><\/p>\n<p>Carlo Pavolini<br \/>\n31 dicembre 2014<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questo intervento critico di Carlo Pavolini mi sembra fondamentale per comprendere il significato profondo di una riforma che non solo non produce lavoro in nessun campo della cultura, ma emargina e mortifica la professionalit\u00e0 degli storici dell&#8217;arte. 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