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Il freddo e le parole dei poeti…

Il primo freddo. Il mio vecchio liceo è una specie di scuola all’aperto: d’inverno, uscendo dalle aule, è sempre necessario indossare il cappotto. Però al mio collega Luigi basta solo la giacca mentre Giancarlo gira infagottato come me e molti studenti se la cavano con leggere magliette. Ma il freddo è una categoria dell’anima più che dell’atmosfera. Non è solo un fatto climatico. Mi riscaldo un po’ parlando con gli studenti di letteratura: dei beati del Paradiso dantesco o dell’inquietudine creativa di Tasso. A qualcuno non interessa niente ma molti si appassionano e ritrovano se stessi, le proprie domande e i propri turbamenti. Parlare dei grandi libri è sempre come parlare di sé e del presente. Tutto ciò che ci appassiona ci riguarda altrimenti non ha senso e non ha nessun interesse. Non conta che i libri siano antichi o moderni. Tutto è sempre presente. Il viaggio nella luce di Dante: essere “beati” non vuol dire forse realizzare le proprie potenzialità, riconoscersi fino in fondo, individuare il proprio cammino? Diversamente e ugualmente “beati”, quindi, qualunque sia la vita toccata in sorte. Diversamente e ugualmente “beati”: purché si esegua il  compito inciso nel dna atavico, nella mappa celeste degli astri, nella inevitabile natura di ogni essere.  Cara Barbara, forse tra gli improbabili venticinque lettori, sei la più presente e sensibile amica delle parole dei poeti. Quelle con le quali ci avvolgiamo per ripararci dal freddo del non senso. Un filtro che purifica l’aria che respiriamo, carica di veleni, fino a farla tornare limpida e chiara.