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Curiosi dettagli sulle dimissioni del Cda del Palaexpo

Questa intervista dell’ADNKRONOS mette in luce alcuni dettagli importanti a proposito del CDA dimissionario del Palaexpo:  l’idea di trasformare l’Azienda speciale in Fondazione, per esempio, era stata presentata mesi fa, senza alcun esito, per essere esaminata e discussa. Ora, dopo la nomina di un commissario, assai sorprendente per la inusuale velocità con cui è stata decisa e fatta (ma era già pronta?), ecco che si parla appunto di Fondazione come se fosse una nuova brillante idea.  C’è di che restare meravigliati. O forse no.

‘Non potevamo approvare un secondo bilancio in perdita senza chiarezza su strumenti per ripianarlo’

Roma, 1 lug. (AdnKronos)

(Orl/AdnKronos)

Le dimissioni del Cda del Palaexpo “non possono essere lette come un attacco al sindaco Marino, non ci sono gli elementi. Avremmo dovuto approvare il secondo bilancio in perdita dell’istituzione senza chiarezza sugli strumenti utili per ripianarlo e abbiamo preferito dimetterci”. Lo afferma in un’intervista all’Adnkronos lo storico dell’arte Claudio Strinati, consigliere d’amministrazione dimissionario dell’azienda speciale Palaexpo, spiegando che l’approvazione del “bilancio consuntivo 2014, il secondo in perdita, avrebbe esposto noi consiglieri alle accuse di inefficienza e di dolo e ai rilievi della magistratura contabile, per cui non ci restava altra scelta che le dimissioni”.

“Non avevamo alcun elemento per riuscire a costruire un bilancio preventivo 2015 che contenesse un’ipotesi di risanamento credibile – aggiunge Strinati – e dovendo svolgere il ruolo di consiglieri, non retribuiti, obbligati alla trasparenza e non coperti da alcuna forma di assicurazione, abbiamo preso questa decisione”.

L’ex soprintendente del Polo museale di Roma tiene a sottolineare che in quella scelta, almeno da parte sua, non esiste alcuna polemica nei confronti del Campidoglio. “Marino non ci poteva garantire perché i fondi del Comune sono molto ristretti e il bilancio di un’azienda come il Palaexpo doveva essere armonizzato con quello di tutte le istituzioni che fanno capo al Comune di Roma. Una cosa impossibile, anche alla luce del taglio dei finanziamenti, scesi da 11 a 7 milioni all’anno per il 2015, con i quali non si riusciva neppure a fare vivere l’azienda nelle sue esigenze quotidiane”.

“Con le nostre dimissioni – sottolinea l’ex consigliere del Palaexpo – abbiamo detto al sindaco: la fiducia che tu ci hai dato nominandoci non la possiamo onorare fino in fondo e nel nostro gesto non c’è alcuna ostilità ma solo salvaguardia verso di noi e verso l’azienda”. E Marino ha risposto a questa decisione “con parole di alto profilo. Ha preso atto delle dimissioni – spiega Strinati – e ha detto che l’amministrazione comunale si trova in difficoltà finanziarie fin dal momento del suo insediamento, a causa dei vincoli imposti dal piano di rientro”.

Marino ha anche detto “che è suo fermo intendimento sostenere la cultura e rilanciare l’azienda Palaexpo, recependo la ‘pars costruens’ della nostra decisione di dimetterci. Il rapporto quindi tra sindaco e consiglieri è di sintonia e non di scontro. In un certo senso è come se avessimo rimarcato a Marino ciò che lui sa benissimo da solo ed è probabile che da questo momento dialettico esca qualcosa di positivo”.

Le strade possibili per il futuro del Palaexpo nell’immediato sono due: il commissariamento o la nomina di un nuovo cda. “In questo secondo caso – sottolinea Strinati – i consiglieri, consci delle nostre osservazioni, accetteranno l’incarico ritenendo di potere affrontare questa situazione con le stesse modalità, che vanno dalla gratuità alla trasparenza assoluta, compresa la pubblicazione online di tutti i redditi”.

“Una cosa alla quale mi ero opposto perché non capivo per quale ragione dovessimo spiattellare sotto gli occhi di tutti non solo guadagni e beni posseduti, ma perfino i cavalli fiscali delle nostre automobili… Non siamo paragonabili ai politici, secondo me, per cui non sono mai riuscito ad approvare interiormente questa normativa, ma l’ho ossequiata per la voglia di collaborare con il sindaco”, spiega lo storico dell’arte.

Anche il progetto di trasformare il Palaexpo da azienda speciale in fondazione, “era stato apprezzato da tutto il Cda”, spiega l’ex consigliere. In una lettera che il presidente dimissionario Franco Bernabè aveva scritto a Marino nel gennaio scorso, si fa infatti riferimento allo statuto dell’ipotetica fondazione, inviato al Comune nell’ottobre 2014 per essere esaminato. “Questa trasformazione sarebbe un’ottima soluzione per il Palaexpo, perché una fondazione ha strumenti di raccolta di fondi più potenti di quelli di un’azienda speciale”, conclude Strinati.

Un’intervista a Claudio Strinati sulla manutenzione della bellezza

l’Unità 26.10.13
La manutenzione della bellezza
Strinati, vent’anni spesi nella cura dei beni culturali della città eterna
intervista di Jolanda Bufalini

Le battaglie e le sconfitte dell’ex sovrintendente romano: dall’apertura della Galleria Borghese al (criticato) restauro del Colosseo affidato a un privato
«Il ministero è come il circolo Pickwick, ci si dà un gran da fare ma si perde di vista lo scopo»

ROMA LA CONVERSAZIONE CON CLAUDIO STRINATI È SPIAZZANTE. Ha servito nei ranghi del ministero dei Beni culturali fino a pochi giorni fa, quando è andato in pensione. Come soprintendente statale a Roma, ai beni storico artistici e ai beni museali, ha ottenuto successi importanti. Due per tutti: la riapertura della Galleria Borghese, il trasloco del circolo ufficiali da palazzo Barberini. Lui stesso dice di sé: «In tanti anni di lavoro con diversi ministri è chiaro che si cerchino anche soluzioni di compromesso». Però, su tutela e valorizzazione, viene prima di tutto fuori l’amante della storia dell’arte e una visione utopica. Emergono idee spiazzanti, nutrite di una grandissima erudizione. E le impuntature con il potere politico pagate care. Professore, cosa successe con la mostra «Il potere e la grazia», nel 2009?
«Era una mostra importantissima per Berlusconi e per il cardinale Bertone. Una mostra che non direi brutta ma, insomma… decorativa. Io non volevo concedere un fondo che serviva per un altro progetto della Soprintendenza. Nacque l’attrito. A palazzo Venezia ho ospitato, prima di questa, tante mostre private, però ho sempre cercato di privilegiare lo Stato. Chiesi sostegno al segretario generale senza rendermi conto che lui era iperfavorevole a quella iniziativa».
Chi era il segretario generale?
«Roberto Cecchi, che è un amico e mi consigliò di non assumere quell’atteggiamento. Io non gli diedi retta e lui non si oppose alla mia rimozione. Non gliene voglio per questo, in qualche modo mi sono auto danneggiato. In quel momento il potere di Berlusconi era fortissimo e, io, ero in carica da vent’anni. Era tempo, ma la cosa fu fatta in modo punitivo, in questo, mi sembra di aver subito un torto».
Recentemente ha sostenuto che il Mibac assomiglia al circolo Pickwich di Charles Dickens. Perché?
«Al ministero, come nel circolo Pickwick, talvolta, ci si dà un gran da fare ma si perde di vista lo scopo. Si è creata una direzione generale per la valorizzazione per poi scoprire che non funziona, che non c’è una strategia».
È contrario ai manager?
«Il manager opera in una banca o in una azienda ma un ministero è un ministero, è più facile orientare l’azione delle figure istituzionali in senso manageriale (con tutti gli strumenti e le collaborazioni necessarie), che sostituire storici dell’arte, archeologi, architetti, bibliotecari, archivisti con una figura astratta di manager. Tanto è vero che non si è creata nessuna gestione. Oppure bisognerebbe dire che i beni culturali non sono tanto importanti. Ma tutti dicono il contrario».
Poiché non si può vendere il Colosseo …
«Lo sfruttamento manageriale del Colosseo è stato un errore culturale. Il Colosseo non è un museo ma un monumento nel contesto urbano, un organismo vivente nella città».
Ma la biglietteria …
«Una biglietteria strepitosa ma sono convinto che i beni culturali di Roma possano prosperare in altro modo. Ci sono tanti tipi di beni culturali, il Colosseo è un monumento, la storia ce lo ha consegnato aperto, non con le sbarre. Sarebbe un segno di civiltà altissimo se sindaco e governo lo rendessero totalmente disponibile, aperto e fruibile. Naturalmente vigilato nel modo più sofisticato ed efficace».
Niente file chilometriche, meno centurioni e ambulanti. Però c’è il contratto con Diego Della Valle… «Infatti, temo che sia un discorso utopico. Però l’immagine del Colosseo da cui Della Valle trae, per un periodo di tempo, il suo lecito guadagno, è legata al restauro».
Perché considera Raffaello Sanzio il primo soprintendente di Roma?
«Raffaello aveva un grande potere, avrebbe potuto chiedere al Papa qualsiasi cosa. Decise di mettere al servizio dello Stato pontificio le sue qualità artistiche e di conoscitore delle antichità. Ottenne un potere prefettizio, che andrebbe bene pure oggi, accrescendo l’autorità dei beni culturali».
Le soprintendenze, soprattutto a Roma, hanno storicamente avuto molti conflitti con altri poteri. L’ex assessore Borgna ha ricordato recentemente l’episodio del divieto allo spettacolo di luci di Greenaway a piazza del Popolo.
«Ci sono poteri di veto basati su presupposti culturali che la storia ha rivisto. È meglio un potere prefettizio su una base culturale più ampia che un potere di veto su presupposti miopi. A Roma, come prevede la legge di Roma capitale, molti problemi potrebbero essere risolti con l’esercizio di un potere unitario di comune e Stato. Certo, accade che chi ha potere lo utilizzi per fare un dispetto ma gli errori degli uomini non devono essere confusi con la forza dell’istituzione. La Chiesa cattolica si regge da millenni su questa distinzione. Si dovrebbe osare, in un contesto realmente democratico. L’Amministrazione dello Stato, invece, ha sofferto di un indebolimento della democrazia interna e la crisi della democrazia ha prodotto un eccesso di personalismo».
Come si riuscì ad aprire la Galleria Borghese?
«Walter Veltroni, ministro e vicepremier, diede una spinta fortissima. Telefonava ogni momento per sapere a che punto eravamo e se era stato fatto questo o quello. Ma ci mise nelle migliori condizioni per lavorare, superando ostacoli economici e di impostazione. C’era stato un adagiarsi su soluzioni parziali, invece il ministro sosteneva che il primo museo del mondo, doveva essere anche il più funzionante del mondo. Ci fu un impegno scientifico non indifferente, per il restauro e per l’adeguamento. La villa del 600 era quanto di più lontano dalle regole attuali sulla sicurezza. Ne è risultato un vero modello di come si possa tutelare un monumento antico e valorizzarlo».
E come riuscì a far traslocare gli ufficiali da palazzo Barberini?
«Con una soluzione gattopardesca che ha consentito di mantenere buoni rapporti con il ministero della Difesa. È la massima rovesciata di “cambiare tutto per non cambiare nulla”. Infatti nel complesso di palazzo Barberini, nel giardino, c’è una palazzina del XIX secolo, il villino Savorgnan di Brazzà, che ora ospita il circolo. I militari sono usciti ma non sono usciti dal palazzo». Come possono convivere, a Roma, città antica e città contemporanea?
«La città antica è ovunque, non può non essere vivente. E può essere vissuta, fare parte del quotidiano. È più difficile tutelare un monumento di un museo ma non è impossibile. La prima tutela è la crescita culturale del paese, attraverso la scuola e
l’università. Nella città antica si possono fare le stesse cose che si fanno nella città moderna, ma ci vogliono soluzioni avveniristiche, per esempio nella circolazione. E questo significherebbe lavoro qualificato, di ingegneri, archeologi, storici. Dovrebbero esistere addetti alla città antica in tutte le possibili funzioni, invece un lavoro di questo tipo non è nemmeno concepito. Ma i Beni culturali sono una risorsa solo se ci si lavora».
C’è un sapore utopico in quello che dice.
«Tesi fantasiose che hanno un qualche fondamento nell’esperienza».
Con l’iniziativa del sindaco Marino è tornata al centro la questione dei Fori
«Villa Rivaldi, che guarda sui Fori, è un edificio meraviglioso in uno stato di abbandono che fa vergogna. C’è persino il rischio che vi venga istallato il cantiere della Metro C. Sarebbe il luogo ideale di un museo della città, che c’è in tutte le capitali europee mentre a Roma manca. Un altro edificio in abbandono è l’Angelo Mai».
Anni fa fu sgomberato il centro sociale per restituire l’edificio alla cittadinanza, che aveva raccolto le firme per portarci la scuola.
«L’Angelo Mai è una meraviglia architettonica e urbanistica ora totalmente abbandonata. All’esterno ci sono cartelli di inizio e fine lavori disattesi. Lasciare in abbandono un complesso di quel pregio è molto grave, anche dal punto di vista dell’eticità».

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Ancora sull’abbandono del patrimonio artistico…

Un altro articolo di Tomaso Montanari sullo scempio della cultura. Anche io, formica letteraria, ho scritto un nuovo romanzo, una favola grottesca, su questo stesso tema, assai doloroso anche sul piano personale. Mentre attendo con ansia il giudizio e l’imprimatur dell’editore, mi accorgo che la situazione precipita più velocemente di quanto abbia immaginato nella mia storia surreale. Come al solito, la realtà è assai più inverosimile della finzione narrativa. Aggiungo una nota personale alle precise e puntuali osservazioni di Tomaso: da tempo Claudio Strinati, di cui molti riconoscono il valore di studioso anche su questo blog, viene del tutto ‘ignorato’ dal suo stesso Ministero, nonostante sia pressoché l’unico storico dell’arte ‘dirigente’ sopravvissuto allo sterminio dei ‘tecnici’, operato in questi ultimi anni con una sistematicità che ha dell’incredibile; tra pochi giorni scadrà il suo contratto triennale e, dato che nessuno lo ha ancora convocato, immagino che rientrerà nei tagli decisi dal governo. Ennesima conferma della cancellazione degli ‘intellettuali’ dai ruoli chiave della tutela del nostro patrimonio artistico: non a caso, del resto, un ministro li aveva definiti una “élite inaffidabile” di cui sarebbe stato necessario liberarsi nel giro di pochi anni.

A Fiorito sì, alla cultura no
Tomaso Montanari
“Il fatto quotidiano” 10/10/2012

Quando parlo con i miei colleghi universitari francesi o americani dei ‘tagli alla cultura’ italiani, la domanda più ricorrente è: «cosa hanno chiuso?». E qui la faccenda si fa particolarmente penosa, perché si tratta di spiegare loro che l’ipocrisia italica non permette quasi mai di sopprimere davvero qualcosa – sarebbe quasi meglio, paradossalmente –, ma costringe tutti a vivere largamente al di sotto della soglia minima di dignità.
Non si chiudono i musei: no, ma nei bagni non c’è la carta igienica, dai soffitti piove sui quadri, le sale sono aperte a rotazione. E il direttore degli Uffizi guadagna 1800 euro al mese (contro gli 8100 dello stipendio base di Franco Fiorito).
Non si sopprimono le soprintendenze: ma i pochi storici dell’arte e gli archeologi rimasti in servizio in organici ridotti all’osso, non possono usare la macchina di servizio (né farsi rimborsare la benzina o le spese del telefono) nemmeno per fare i sopralluoghi sui monumenti colpiti dal terremoto. E i carabinieri del Nucleo di tutela non possono pagarsi i viaggi per le rogatorie internazionali che consentono di recuperare le opere o i libri rubati.
Non si chiudono gli archivi o le biblioteche: ma se si guastano (succede ogni giorno) i montacarichi che servono a distribuire il pesante materiale cartaceo, non è possibile consegnare i pezzi agli studiosi. E d’inverno non si può accendere il riscaldamento, né d’estate l’aria condizionata: d’altra parte, lo studio non deve forse essere matto e disperatissimo?
Non si eliminano gli enti culturali: ma la prestigiosissima Scuola Archeologica Italiana di Atene è decimata nel personale, ed è costretta da anni ad una indecorosa economia di guerra; l’Accademia della Crusca si aggira ogni anni col cappello in mano; la Società di Storia Patria di Napoli (che possiede la più importante biblioteca sul Meridione) è sull’orlo del fallimento.
Non si chiudono le scuole, ma non ci possiamo permettere gli insegnanti di sostegno, la carta (di qualunque tipo) si porta da casa, e gli autobus per portare i bambini a conoscere le loro città non esistono quasi più.
Non si ha il coraggio di dire che l’università italiana non deve più fare ricerca (per trasformarsi anche ufficialmente in un esamificio e in un concorsificio truccato), ma l’ultimo finanziamento per la ricerca che la mia università mi ha erogato ammonta a 600 euro annui. E l’ho ceduto, come altri colleghi, al dipartimento: in una sorta di colletta che potesse portare ad avere qualche assegno di ricerca per non far scappare all’estero proprio tutti i giovani studiosi più meritevoli.
A questo punto del discorso, qualcuno tira invariabilmente fuori un argomento in apparenza definitivo: «Non ci sono soldi». Ma il mantra del «non ci sono soldi» era già difficile da sostenere prima, visto che nel Paese con l’evasione fiscale più grande dell’Occidente è un po’ dura pensare davvero che ‘non ci siano soldi’: il problema, semmai, è il fatto che preferiamo lasciare quei soldi nella disponibilità dei privati. Gli stessi privati a cui, poi, chiediamo l’elemosina della beneficenza. Una beneficenza che non è a costo zero, visto che – per quanto riguarda, per esempio il patrimonio culturale – si traduce in iniziative contrarie alla funzione costituzionale del patrimonio stesso, che è quella di produrre conoscenza e cultura, e attraverso di esse, eguaglianza e cittadinanza. Questi ‘rimedi’ alla mancanza di denaro pubblico sono infatti tutti all’insegna del mercato, e producono non cittadini, ma clienti: grandi mostre di cassetta (anzi Grandi Eventi), prestiti forsennati di opere delicatissime, iperrestauri a rotta di collo, cessioni di sovranità pubblica a sponsor privati che ‘marchiano’ i monumenti e molto altro ancora. Del resto, l’opzione alternativa è spesso ancora peggiore: non ci sono soldi, dunque che il patrimonio vada pure in rovina.
Ma ora – dopo le feste in costume romano della Regione Lazio, dopo la notizia che il Ponte sullo Stretto ci è costato 300 milioni di euro solo per non esistere, o che il Palazzo della Regione Lombardia ce n’è costato 400, dopo che si apprende che agli incliti consiglieri regionali campani viene distribuito un milione l’anno –, beh, ora è un po’ difficile pensare che il problema sia davvero che i soldi non ci siano. Semmai, il punto è cosa vogliamo farne, di questi benedetti soldi pubblici.
Ma niente paura: quando avremo definitivamente perduto Pompei, potremo sempre nascondere la nostra vergogna sotto una maschera. Naturalmente, una maschera da maiale.

1. Ministero per i Beni e le attività culturali. Nel luglio del 2008 Sandro Bondi subisce passivamente un taglio da 1 miliardo e 300 milioni di euro. Il Mibac non si riprenderà più: per l’anno prossimo Ornaghi annuncia sereno altri 50 milioni di tagli. Morale: la Pinacoteca di Varallo questo inverno non riaprirà; a Brera fino a ieri non c’erano i soldi per riparare i lucernari; a Capodimonte piove sui quadri; a Pompei non si assumono manutentori: e le case romane, si sfarinano.
Ora il governo Monti, con la spending review, per risparmiare 10.000 euro l’anno taglia i comitati tecnico-scientifici, gettando il patrimonio tra le braccia della burocrazia ministeriale. Ma anche le famose Regioni tagliano: nel 2013 la colta Toscana sottrarrà 1 milione e 750 mila euro all’istruzione, due milioni alla cultura.

2. I tagli al Mibac non riguardano ‘solo’ i musei e i siti monumentali, ma anche gli archivi e le biblioteche. A Firenze l’Archivio di Stato non può più climatizzare i depositi: con 36 gradi e un’umidità fuori controllo la memoria storica del paese è a rischio. A Napoli i 300.000 volumi dell’Istituto di studi filosofici non trovano una sede: basterebbe metà di quel che Fiorito è accusato di aver intascato.

3. A Siena chiude il Santa Maria della Scala, fiore all’occhiello del sistema museale cittadino. La crisi del Comune (commissariato) sembra mettere fine ad una delle esperienze culturali più promettenti d’Italia.

4. L’Istituto Centrale per i beni sonori e audovisivi di Roma (la cosiddetta Discoteca di Stato), cioè la memoria sonora del Paese, spacciata dalla Spending review a luglio, è stata salvata in corner dall’insurrezione dei cittadini. Sul sito, un avviso tuttora ringrazia «quanti hanno testimoniato la loro solidarietà e partecipazione». Ve lo immaginate sul sito di un ente pubblico francese, o tedesco?

5. Il mondo dell’arte contemporanea è in ginocchio: i tagli sono del 33%. Il Madre di Napoli è in smontaggio, il Maxxi è commissariato, il Castello di Rivoli si trascina grazie a bilanci provvisori bimestrali, e la Quadriennale di Roma non si terrà per la prima volta dal 1927.

6. Il terremoto in Emilia, Lombardia e Veneto: non ci sono soldi per i monumenti danneggiati. Un esempio? Per il Palazzo Ducale di Mantova ci vogliono 5 milioni di euro, e ne sono arrivati 300.000 mila. Alla faccia di Mantegna. Il centro dell’Aquila, d’altra parte, aspetta da oltre tre anni, ed è ridotto ad una quinta da Cinecittà.

Romanticamente. 13 febbraio, ore 20, Auditorium: lectio magistralis di Claudio Strinati

Si svolgerà dal 12 al 14 febbraio nasce la prima edizione di RomanticaMente Festival dell’Amore narrato, con tre Lezioni d’Amore, che partiranno dal mondo classico (Vittorio Sermonti), attraverseranno l’arte e la musica (Claudio Strinati) per giungere alla filosofia (Umberto Galimberti), punto d’arrivo – nel giorno di San Valentino – di un percorso storico-critico sulla natura dei sentimenti. Intorno ad esse, il Festival propone una serie di appuntamenti con la letteratura, la cultura, il passato e l’attualità del discorso amoroso. In Parole d’amore, due noti autori si confronteranno su poesia, cinema e romanzo, mentre gli aspiranti narratori potranno seguire il laboratorio di scrittura creativa Se Cupido scocca un racconto. Anche la cucina, che ha molti seguaci, sarà protagonista del Festival con il Menu d’amore a cura del Masterchef Spyros Theoridis. Nell’incontro con le Lettere del cuore, la scrittrice Antonella Boralevi racconterà dal suo punto di vista questo fenomeno di costume di ieri e di oggi. L’angolo dei bambini sarà animato dal laboratorio giocoso sulla fiaba Chi corteggia Cenerentola?, mentre le arti visive avranno un loro spazio nel concorso fotografico Scatto d’amore e nella mostra Batticuori, che inaugurerà il Festival con le opere di Mojmir Jezek. Da un’idea di Elisabetta Putini e Maria Luisa Migliardi.

Lunedì 13 Sala Ospiti ore 20
LECTIO MAGISTRALIS di Claudio Strinati:
Romanticismo fra arte e musica

Beni culturali in disfacimento

Ministeri come deserti… Signori, fra tre anni si chiude,
di Vittorio Emiliani

Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali fra tre anni sarà una sorta di deserto: niente dirigenti, soprintendenti, tecnici, né custodi. Non lo dice il solito critico catastrofista Lo annuncia il sottosegretario Francesco Giro. «Il problema del personale è ancora più preoccupante di quello delle risorse. «Il sottosegretario Giro ogni tanto rinsavisce», ha commentato il segretario della Uil-Bac, Gianfranco Cerasoli. Ora, bisogna sapere che, secondo conti riportati dal segretario della Cgil-BC, Libero Rossi, se il personale della «gallina dalle uova d`oro» del nostro turismo si è ridotto, dal 1997 ad oggi, del 25,2 per cento, le sue risorse generali sono precipitate del 35 per cento.

Al punto che ispettori e tecnici non possono nemmeno più andare in missione nelle aree archeologiche come nei cantieri edilizi o di restauro fuori città: non ci sono più soldi. Proibito usare l`auto personale (per ottenere, anche anni dopo, rimborsi francescani). Soltanto autobus ni. , trenino, bicicletta, o a piedi. Del resto, sapete a quanto ammontano i buoni-pasto per questi solerti funzionari? A 7 euro l`uno. E gli stipendi allora? Con una trentina di anni di anzianità un direttore di[ museo o di area archeologica (o magari di tutt`e due) porta a casa 1.700 euro al mese.

Nelle Soprintendenze mai come ora si è provata la mortificante sensazione di appartenere ad un Ministero dove chi lavora, lavora tanto, guadagna poco e non ha nemmeno le motivazioni, lo status di un tempo. Del resto l`onorevole Sandro Bondi ha potuto impunemente giocare al «fantasma del Collegio Romano» e il suo successore non sembra brillare per particolare attivismo e volontà di approfondimento (anche se ha il merito di aver applicato la sentenza del Consiglio di Stato su Vittorio Sgarbi imposto da Bondi a Venezia). A fronte di un Ministero che ha perduto – perché avevano raggiunto la soglia dei 67 anni o perché avevano 40 anni di versamenti (avendo vinto il concorso giovanissimi) un numero impressionante di intelligenze appassionate e competenti: dal direttore generale per l`archeologia Stefano De Caro a quello per il paesaggio, Mario Lolli Ghetti, a soprintendenti quali Piero Guzzo, Maria Luisa Fornari, Liliana Pittarello, Ruggero Martines, Carla Spantigati, ecc. Altri personaggi sono stati messi a fare praticamente nulla, come l`ex soprintendente del Polo museale di Roma (e dico poco) Claudio Strinati, ancora lontano dalla pensione, sostituito da una soprintendente bocciata in tutti i concorsi ai quali ha partecipato. C`erano tanti quarantenni scalpitanti e preparati alle spalle dei giovani pensionandi? Proprio no, visto che il Ministero ha indetto pochissimi (e contestati) concorsi, uno, sommerso dai sarcasmi, fatto apposta per i cosiddetti «bocciati e redenti». Dove qualcuno è stato ri-bocciato. In forza di ciò ci sono ben 31 Soprintendenze o Archivi retti ad interim da titolari di altre gravose Soprintendenze. Ho contato otto «interim» soltanto nelle Soprintendenze ai Beni Architettonici e Paesaggistici.

C`è chi deve coprire una intera grande regione o, nel contempo, saltare da una regione nei giorni pari all`altra nei giorni dispari.
Sempre per stipendi mediocri. Tenete conto di un fatto: le Soprintendenze ai Beni architettonici e paesaggistici sono quelle più in difficoltà perché devono tutelare un paesaggio continuamente aggredito da un`edilizia spesso illegale o abusiva, e comunque rispondere a continui quesiti, compiere sopralluoghi, vigilare su centri storici anche minimi ma preziosi. Con un numero di tecnici così ridotto che ad ognuno di loro toccano anche un migliaio di pratiche l`anno, cioè 4 o 5 per giorno lavorativo. Se il personale sta così male, quanti e redenti», dove c`è chi riboccia addirittura sono i fondi per gli investimenti nella tutela? Appena 53 milioni per il 2011. Briciole per un patrimonio che conta oltre 20.000 centri storici (di cui almeno mille straordinari), molti di origine etrusca, italica, magnogreca e romana, 95.000 chiese, 40.000 fra torri e castelli, e molto altro ancora.

L`elencazione di casi e situazioni disperanti potrebbe continuare, ma bisogna domandarsi: perché? Soltanto sordità, incultura, cialtroneria? No. Perché anche così deboli le Soprintendenze danno fastidio ai poteri forti, nazionali e locali. Allora meglio indebolirle vieppiù e commissariarle dove si può. Un altro «perché» lo ha esposto esemplarmente la responsabile culturale della Confindustria, Patrizia Asproni: «Sono stanca del Ministero per i Beni e le Attività culturali. Non ne abbiamo più bisogno.

Il patrimonio culturale del Paese deve entrare nella competenza del Ministero dello sviluppo economico». Insomma, basta con la tutela e avanti coi buoni affari. Non è una battuta: è la strategia di attacco in corso.

L’Unità 14.07.11