Archivio mensile:aprile 2017

L’enigma d’amore nell’occidente medievale

*MATTEI Enigma d'amore PIATTO**MATTEI Enigma d'amore COP

Dopo aver a lungo riflettuto, ho scritto questo libro nella convinzione che oggi abbia senso parlare delle origini del discorso d’amore, dei passaggi necessari a farne esperienza, nel corpo, nell’anima, nel cuore e nella mente.  A chiunque desideri intenderne  e rinnovarne il messaggio di sapienza propongo un passo tratto dall’Introduzione. (pag.31-33)

“Molte centinaia d’anni fa, sul finire del Mille, nei ricchi feudi sparsi nel Sudovest della Francia, tra la Provenza e l’Aquitania, l’esperienza d’amore fu celebrata dai leggendari trovatori, professionisti della poesia, del canto e della musica, assai ricercati dai signori e dalle dame di corte. Per esprimere la qualità particolare di quell’esperienza sottile i trovatori usavano le parole ‘fin amor’ o ‘amor nova’, femminili in lingua d’oc, esplorando ogni aspetto del fenomeno, cogliendone la miracolosa potenza che paragonavano a quella della primavera.

Lo schema mentale e comportamentale dell’amore cortese comparve nell’orizzonte europeo in un periodo segnato da profonde tensioni di tipo politico e sociale. Rappresentò, in un certo senso, l’emancipazione della cultura laica dalla tutela religiosa che fino a quel momento aveva condizionato ogni aspetto della vita. Forme poetiche originali e nuovi temi letterari tradussero nella gentilezza dei riti d’amore le tensioni e le contraddizioni vissute dai protagonisti di una società in fermento – signori, dame e cavalieri – trasferendole in un mondo immaginario carico di suggestione e di bellezza, in cui vennero sublimati la competizione, la delusione, la violenza di un’emarginazione diffusa, il desiderio di esplorare e conoscere se stessi e il mondo secondo un principio di libertà.

La classe dominante di quei tempi scoprì, in un certo preciso momento della storia, di poter trarre la sua conoscenza della vita e la somma del suo sapere da una curiosa sorta di ars amandi, che si fondava su un paradosso: il vero amore, secondo la nuova mentalità, non aveva come obiettivo la soddisfazione immediata dei sensi, ma inseguiva un piacere più raffinato, che consisteva nell’infinita dilazione del desiderio. Questo nuovo modo di intendere l’amore, che ridisegnava i rapporti tra l’uomo e la donna, complicandone lo schema in base ad un preciso rituale di norme morali e intellettuali, costituì il fondamento di una società, della sua cultura, del suo nuovo modo di sentire, intendere ed esprimere in modo figurato il percorso infinito della conoscenza.

L’amore si trasformò in fin’amor, come lo chiamavano i poeti dell’epoca, cioè in un filosofico cammino interiore, che portava al perfezionamento di sé sul piano intellettivo e spirituale. Vivendo in modo reale e astratto l’esperienza della fin’amor, uomini  e donne proiettavano per la prima volta ansie e desideri nello specchio della parola poetica in cui l’intelligenza e l’anima cercavano  la via dell’espressione di sé.

Tale era l’importanza del tema d’amore e dei rituali a esso connessi che, nella seconda metà del dodicesimo secolo, nel momento culminante di quella civiltà, segnata da una diffusa ‘rinascenza’ dell’arte, della poesia e della cultura, a Troyes, presso la corte della contessa Maria di Champagne, uno scrittore, a noi noto con il nome di Andrea Cappellano, dedicò all’argomento un vero e proprio trattato che ebbe grande diffusione in tutta Europa con il titolo De amore.

L’autore, attraverso un ricco repertorio di storie, esempi, personaggi, mostrando di rivolgersi a un giovane amico di nome Gualtieri, proponeva a tutti i cavalieri che vivevano nelle corti un dettagliato protocollo di prescrizioni e divieti, una sorta di vademecum morale, necessario per vivere tutti i passaggi dell’amore nel modo più vigile e consapevole, al di fuori dei vincoli e delle costrizioni del matrimonio.

Nel corso del 1100 l’esperienza d’amore, codificata da Andrea Cappellano, cantata dai trovatori, narrata nei favolosi romanzi cavallereschi di Chrétien de Troyes, poeta prediletto, anche lui, da Maria di Champagne, si trasformò in tal modo in un rituale di omaggio alla donna assai complesso che pochi eletti condividevano nel segno qualificante ed esclusivo della gentilezza d’animo e della sapienza, cui quell’esperienza sembrava necessariamente accompagnarsi.

Secondo il rituale, chiamato jeu d’amor, gioco di corteggiamento e amore, il cavaliere imparava a dare forma ed espressione al suo desiderio e alle sue virtù avvicinandosi gradualmente alla dama ma senza illudersi di poterla mai davvero raggiungere. Si trattava di una sorta di rito d’iniziazione che insegnava al cavaliere l’arte dell’amore, come esperienza di dominio delle passioni, misura e scoperta di sé in rapporto a un obiettivo irraggiungibile: l’amor de lonh, l’amore di lontano cantato dal leggendario trovatore Jaufré Rudel che riuscì a trovare e a vedere la principessa di Tripoli solo in punto di morte.”