Archivio mensile:aprile 2015

Alessandro Manzoni, I promessi sposi. Letteratura e popolo, pirateria, diritto d’autore.

Alessandro Manzoni, I promessi sposi, (a cura di Francesco De Cristofaro e Giancarlo Alfano, Matteo Palumbo, Marco Viscardi, saggio linguistico di Nicola De Blasi), BUR classici moderni, 2014, p. 1327, € 18,00

«Non leggo romanzi. Non vale la pena!». Chi esprime questo giudizio ri-legga I promessi sposi, l’archetipo del romanzo italiano, nella nuova edizione curata da Francesco De Cristofaro ( BUR, 2014) e arricchita da saggi di eccellenti studiosi. Il testo è illustrato dalle incisioni di Francesco Gonin e si chiude con la Storia della Colonna infame, secondo le indicazioni dell’autore che intese il genere romanzo in modo radicalmente innovativo. La condanna intellettuale del romanzo era forte anche quando Manzoni decise di farne diretta esperienza, pensando di scuotere e coinvolgere un popolo di non lettori, privo di identità nazionale, di coscienza etica e civile, di una lingua condivisa. Uomo integro e autentico, che viveva così come scriveva, quando scelse la via del romanzo ‘storico’, all’epoca di gran successo, si sforzò di conciliare il ‘vero’ con l’’invenzione’ senza mai esserne del tutto soddisfatto. La necessità dell’aderenza al ‘vero’ non lo distolse mai dall’esigenza del ‘bello’ e dalla finalità dell’’utile’ che giustificavano, secondo lui, l’atto dello scrivere e del narrare: un ‘romanzo’ dalla trama avvincente, ben costruito e ben scritto, doveva essere anche ‘anti-romanzo’, capace di svelare ai lettori i meccanismi economici, sociali, politici, culturali della storia attraverso l’analisi, l’umorismo, l’ironia. Manzoni aveva già sperimentato la via letteraria della poesia, del teatro, del saggio, quando, nella primavera del 1821, a 36 anni, cominciò a scrivere il Fermo e Lucia, che compose e scompose finché non divenne I promessi sposi. Quando lo pubblicò in tre tomi, nel ’25, nel ’26 e nel ‘27, con l’editore Ferrario di Milano, non avrebbe mai immaginato che, tra revisioni, riscritture e peripezie varie, il suo romanzo si sarebbe trasformato in una lunga avventura editoriale e letteraria. Il dibattito romantico milanese si era alimentato, del resto, intorno al Fermo e Lucia, come in un laboratorio aperto, prima ancora che ne fosse completata la stesura. Sommerso da apprezzamenti e critiche (Niccolò Tommaseo scrisse dell’autore: “Si è abbassato a donarci un romanzo!”), il libro divenne un caso letterario anche al di fuori di Milano; fu tradotto in Francia, in Germania, in Inghilterra, ma venne spesso stampato senza l’autorizzazione dello scrittore, che si trovò costretto a controlli e a cause estenuanti, come quella intentata contro l’editore Le Monnier, vinta dopo lunghe battaglie legali. Manzoni era perfettamente consapevole di problemi come la proprietà intellettuale, la distribuzione, la pubblicità, il controllo degli abusi, quando decise di riscrivere daccapo I promessi sposi, tra il 1838 e il 1840, utilizzando la lingua realmente ‘parlata’ a Firenze. Affidò la pubblicazione agli stampatori Gugliemini e Redaelli e adottò a sue spese accorgimenti straordinari per evitare contraffazioni. Prima di tutto l’idea delle dispense: nel novembre del 1840 uscì la prima e l’impresa, assai costosa, durò due anni; poi le illustrazioni: Manzoni chiamò Francesco Gonin ed elaborò con lui le immagini, nella convinzione che avrebbero reso difficili le ristampe illecite del romanzo. Purtroppo la distribuzione delle dispense non riuscì e gli editori stessi fecero copie abusive dei fascicoli per ripagarsi delle continue correzioni dell’autore a stampa già avvenuta. Manzoni non riuscì a ripararsi nemmeno così dalle truffe e, non avendo goduto di alcun diritto, nonostante il successo, per la prima edizione, dalla seconda ricavò solo un grave danno economico. Eppure, scegliendo le dispense, le immagini da vedere, una lingua ‘parlata’ da ascoltare, aveva dimostrato di conoscere i meccanismi del mercato editoriale inventando, in un certo senso, il primo bestseller audiovisivo.