Archivio mensile:febbraio 2015

Distruggere opere d’arte equivale a uccidere la vita

Il sonno del Reame racconta una storia fantastica in cui  il tema centrale è la misteriosa essenza sapienziale e salvifica dell’arte. Le disavventure dei personaggi sono provocate dal ritrovamento di una celebre opera perduta di Michelangelo:  il ritratto a grandezza naturale di Tommaso dei Cavalieri,  il giovane che  per la sua straordinaria bellezza aveva ispirato all’artista un amore di tale abissale profondità da indurlo a fissare la sua immagine in un dipinto in modo da oltrepassare i limiti della sua vita terrena. Non è nuova l’invenzione del ritratto che ‘vive’, se pensiamo al Ritratto ovale di Poe, al Dorian Gray  di Wilde e a tanto altro ancora del vasto repertorio letterario.  Anche nella mia storia immagino che il ritratto ‘viva’ di una sua ‘vita’ propria, diversa e più intensa di quella umana, ma immagino che proprio questo suo misterioso ‘vivere’, anche se di una vita inorganica, sia appunto il segno distintivo dell’arte, il suo segreto, la sua essenza profonda. Assistere, attraverso le immagini televisive, alla furiosa distruzione di antichissime opere d’arte nel museo di Mosul, per mano dei barbari ossessi, invasati e drogati dell’Isis, scatena forti emozioni in tutti noi, spettatori impotenti di un’azione che ci appare istintivamente delittuosa.  Ci rendiamo conto, nel modo più violento e indesiderato, di come l’arte sia la forma più nobile e alta della vita; di come solo ‘uccidendola’ si uccida la vita colpendola al cuore,  in profondità; di come la volontà perversa di spegnere tante vite umane coincida con la volontà di spegnere la bellezza, l’amore e la sapienza che sono ispirati dall’arte.

IL PROGETTO FORI E IL NON-PARCO ARCHEOLOGICO.

VIA DEI FORI IMPERIALI: UNA STORICA PASSEGGIATA RIDOTTA A UN PERCORSO DI GUERRA TRA  MUTE ROVINE, CEMENTO E CANTIERI

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Immaginiamo di percorrere via dei Fori Imperiali, sia da un lato che dall’altro, da piazza Venezia in direzione del Colosseo.

A sinistra della piazza, sul lato della chiesa della Madonna di Loreto, là dove recinto.fori5c’era un’aiuola alberata, simmetrica a quella del lato opposto, ora si apre un fossato in fondo al quale affiorano resti di murature. Procedendo lungo la via, sempre a sinistra, verso largo.corrado.riccil’interno del

marciapiede, tra piazzole e scale di cemento su forti dislivelli, ecco un altro lungo e ampio fossato, delimitato sul lato opposto dalla via Alessandrina che lo separa dal Foro di Traiano. Su uno degli aggetti di cemento sospesi sullo scavo il moncone di un pino abbattuto; all’interno del fossato murature e fondamenta di edifici dell’antico quartiere alessandrino demolito per l’apertura della via; proseguendo lungo il marciapiede, tra le statue degli imperatori, le aiuole di roselline smunte, i cespugli di alloro, i pochi pini scavi.ss.cosma.damianosopravvissuti e soffocati dal cemento, si procede su terrazzamenti che scendono e salgono in modo disordinato: fino alla metà degli anni novanta, lungo tutto questo lato sinistro della via, c’era un giardino.

Torniamo indietro e percorriamo questa volta il lato destro della via. Pochi metri oltre i fianchi del Vittoriano, all’interno di un’aiuola sopravvissuta al cemento, troviamo solo due pini mentre di altri due, da poco abbattuti, restano i monconi; poco dopo, all’altezza della Curia, un’ampia recinzione delimita uno spazio terroso e incolto dove, accanto ai fusti mozzati di due pini, sopravvivono tre lecci; bancarelle di frutta, ambulanti e figuranti popolano gli spazi antistanti al perimetro della rete; più avanti, sempre sullo stesso lato destro, il marciapiede si disarticola, come nella parte opposta della via, in riseghe e gradoni di cemento che aggettano sul foro sottostante in modo discontinuo; anche qui, su uno dei terrazzamenti, il moncone di un pino abbattuto; lungo il marciapiede, subito dopo la recinzione, un’altra aiuola avanza nel cemento fino a restringersi a una striscia di terra di pochi centimetri delimitata da bordature di ferro; sul bordo esterno del marciapiede vasche di begonie sofferenti in sequenza: fino a pochi anni fa tutto questo lato destro della via era sistemato a verde e ad alberature.

Siamo ora a metà strada, a largo Corrado Ricci, nell’area delimitata dal Foro di Nerva e dall’inizio di via Cavour. Nell’ampio spazio, dove a ridosso del muro romano da qualche tempo è stata fatta una nuova recinzione (altri scavi?), troviamo aiuole di roselline con bordure di ferro stagliate in mezzo a una colata di ghiaia cementificata che ha ricoperto l’intera superficie dello slargo asfissiando i pochi pini scampati per ora agli abbattimenti.

A destra, dopo aver costeggiato brutte vasche bianche di piccoli, asfittici bossi che chiudono la via delimitandone la zona pedonale, la chiesa dei Santi Cosma e Damiano e la Basilica di Massenzio si ergono, sospese su profondi fossati, in fondo ai quali, a sinistra, compaiono i resti di pavimentazioni e antichi muri perimetrali, mentre a destra non c’è niente. La basilica, la cui stabilità potrebbe essere minacciata dagli scavi, è attraversata da un poderoso braccio trasversale di acciaio; la chiesa è collegata al marciapiede da uno stretto ponte.

Arriviamo ai cantieri della metro C, che, di qua e di là della via, si inoltrano fino a pochi metri dal Colosseo occupando metà della carreggiata: a sinistra si inerpicano in alto occupando prima i giardini di Villa Rivaldi, disalberati due anni fa per l’occasione, e, di seguito, la passeggiata Cederna cancellata da una muraglia di cemento; a destra i cantieri si addossano ai basamenti del tempio di Venere e della stessa Basilica, ingabbiati entrambi da ponteggi e armature di sostegno.

In che consiste il progetto di demolizione della via?

In altri scavi incompiuti e illeggibili come quelli che abbiamo appena descritto? Nell’accentuazione della discontinuità creatasi all’interno della città storica a seguito degli sventramenti fascisti?

Nel peggioramento della qualità della vita e della mobilità dei cittadini?

Come mai, nel corso del ‘ventennio’ alle nostre spalle, non troppo dissimile da quello ‘storico’, gli alberi e il verde lungo via dei Fori Imperiali sono stati sistematicamente mortificati, abbattuti e distrutti, come se lo statuto dell’archeologia fosse necessariamente incompatibile, non solo con il resto della storia cittadina, ma soprattutto con la vivibilità, la qualità e la bellezza dell’ambiente?

L’ ‘archeologia verde’ è un’idea ‘romantica, poco filologica?

Quale sarebbe oggi il nostro orizzonte di idee, conoscenza, capacità progettuale?

Perché dovrebbe essere preferibile lo scavo assoluto, spogliato dal verde, il fossato recintato da grigliati e trincee, più simile a un percorso di guerra che a un luogo storico e artistico?

Perché dovrebbe essere preferibile l’intervento occasionale, frammentario, privo di un progetto unitario che non sembra tenere in nessun conto l’insieme storicamente e artisticamente complesso e stratificato di una città come Roma?

Oggi è venuta meno l’idea della centralità dell’urbanistica, della necessità di un disegno unitario che coordini e unifichi qualunque intervento in modo tale da rendere la città sempre più aperta e amata, leggibile e accogliente.