Archivio mensile:ottobre 2014

A proposito di Libriamoci: un mio articolo uscito sul Messaggero

Questo articolo l’ho scritto pensando alle tante iniziative effimere che, pur restando lodevoli per qualche verso, non avendo un fondamento strutturale, sono destinate a non lasciare traccia. Dove sono i ‘libri’ in Libriamoci? Che tipo di lettura è quella proposta? Veloce, lenta? Quali libri sono stati letti? Sarebbe interessante verificare cosa e come hanno letto davvero gli studenti coinvolti nell’iniziativa. Temo che a partecipare alla ‘festa’ della lettura ad alta voce siano stati in gran parte i soliti personaggi mediatici, non ‘libri’ ma ‘nomi’, desiderosi forse più di promuovere l’immagine di sé invece che libro e lettura.

http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=35JZDD&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

Il risveglio del Reame… dal suo sonno ipnotico

TivoliIMG_1375A Tivoli, il 24 ottobre, Insieme oltre. Per la cultura della sostenibilità. I siti patrimonio Unesco.

Riferirò meglio del ricco incontro di Tivoli, ma intanto volevo precisare che questa riflessione sull’importanza della lettura è drettamente legata alla questione del ‘sonno’ profondissimo del ‘Reame’

Sembra che gli Italiani leggano pochissimo, molto meno dei vicini francesi, inglesi, tedeschi. Poiché le ragioni del fenomeno non vengono affrontate in modo analitico, l’intero sistema del libro è in difficoltà: l’editoria insegue i non-lettori pubblicando quasi solo libri commerciali; la scrittura semplifica linguaggio, stile, argomenti pur di essere appetibile e di immediato consumo; la lettura è veloce e acritica. L’esperienza ‘letteraria’ del leggere e dello scrivere, che tanta parte ha nella formazione della coscienza e dell’identità di una nazione, si chiude all’interno di una élite intellettuale trasformandosi in un fenomeno incomprensibile e impraticabile. Eppure saper leggere un libro equivale a saper leggere noi stessi e la complessa realtà in cui viviamo. Leggere vuol dire attraversare criticamente sistemi di segni per ritrovarne i livelli di senso che si manifestano in profondità e non solo in superficie. Leggere la materia, infatti, dovrebbe voler dire coglierne l’intima essenza ‘immateriale’ fondata sull’energia; leggere l’universo misterioso che chiamiamo ‘io’ dovrebbe voler dire comprenderne la multiforme e instabile stratificazione che passa dal conscio all’incoscio; leggere il mondo in cui viviamo dovrebbe voler dire percorrerlo in verticale e in orizzontale oltrepassando la pura e semplice superficie degli eventi. La scrittura allegorica, di antica tradizione e memoria, ripropone in sé questa necessità critica invitando il lettore a cogliere significati che vanno al di là di quello letterale. Dante lo fa in modo sublime raccontando il suo viaggio nell’aldilà come una ricognizione nella storia del suo tempo: lui stesso ne è il protagonista reale, come veri e reali sono i personaggi e le situazioni della sua inchiesta, ma il senso dell’intera vicenda sovrasta il suo significato letterale apparente, lo trascende e lo verifica in una dimensione immateriale superiore.

Il sonno del Reame è una fiaba allegorica e morale che racconta in modo grottesco la crisi della cultura umanistica, la deriva ‘economicistica’ del sistema culturale italiano, il ricorso dilagante ai cosiddetti manager, l’espulsione o la marginalizzazione dei veri esperti: in sintesi la guerra tra potere e cultura, tra nuovi ‘obbedienti’ e vecchi ‘intendenti’. Il Sonno del Reame, a giudicare da eventi e situazioni reali tuttora in pieno corso nel nostro paese, ha origine da uno stato di vera, patologica e radicale amnesia di sé, del senso del proprio essere nella storia e nel mondo di un’intera nazione. Castelli e principi della fiaba rispecchiano l’Italia di oggi, dove il potere si trincera e si arrocca considerando la cultura un corpo estraneo da espellere, un costo inutile e impossibile da sopportare. Il tema dominante della fiaba, che si sviluppa nei due ritrovamenti paralleli di un famoso cartone di Michelangelo e di un antico codice di poesie d’amore, è quello della nostalgia per la bellezza, obbligata a restare muta e a non poter più generare amore e sapienza, a causa della grave epidemia di smemoratezza che colpisce l’intero Reame. L’antiquario Consalvo Perotti, che ‘da vivo’ ritrova e acquista in gran segreto il mirabile ritratto michelangiolesco di Tommaso dei Cavalieri, scomparso da secoli, credendo di poterne fare un evento mediatico e commerciale, da ‘morto’ diventa, proprio lui, il motore di un rovesciamento di prospettive e di piani narrativi riacquistando coscienza della vera funzione dell’arte: lo aiutano nell’impresa il sapiente gatto Gregorio e l’ombra del grande artista, autore del celebre cartone, espressione pura e assoluta della bellezza, dell’amore, della vera sapienza. Due personaggi antitetici come Guido e Niccolò, un umanista ‘intendente’ abbandonato dal sistema e un esperto di finanza ‘obbediente’ che da quello stesso sistema è esaltato, rappresentano la frattura tra i due modi opposti di intendere la necessità della trasmissione dell’arte e della cultura. A Guido e alla sua compagna, voce narrante della storia insieme al gatto Gregorio, tocca il compito di muoversi in un labirinto di segnali misteriosi e di impedimenti maligni, per contrastare il progetto di svendita dell’intero Reame, ideato dal principe Gaudenzio e dai suoi zelanti collaboratori per abolire arte, bellezza e conoscenza, trasformando scuole, biblioteche e musei in attività ricreative e commerciali. Nei capitoli intitolati Tra un capitolo e l’altro la storia si ferma chiamando in causa i lettori perché partecipino, insieme a chi scrive, alla lettura critica di un mondo in dissoluzione. Il sonno del Reame è dedicato a tutti coloro a cui sta a cuore la conservazione delle memorie del nostro paese, soprattutto ai tanti ‘intendenti’ e alla loro lunga dedizione a una causa divenuta improvvisamente estranea a molti amministratori politici e incomprensibile alla maggioranza del paese.

  • I

A proposito della Domus Aurea e della dimenticata ‘archeologia verde’

Aggiungo qualche mia osservazione a questo articolo di Claudio Strinati, che trovo certamente assai interessante, non solo per ovvie ragioni familiari.
Il progetto di risanamento della Domus Aurea, nonostante sia stato sottratto per anni a un lungo e inaudito controllo commissariale, affidato per grazia divina a persone più amanti del potere che competenti in materia, prevede comunque un intervento massiccio e distruttivo sul verde soprastante. Nessuno ne parla come se fosse necessario, ovvio e indiscutibile. Da almeno una decina d’anni, infatti, si preannuncia l’abbattimento degli alberi, si parla della riduzione se non dell’eliminazione totale del verde, in parole povere si progetta di distruggere un giardino che è il respiro e il conforto dei rioni limitrofi: per salvare la Domus Aurea, affermano alcuni esperti; per seguire un’idea di archeologia dei nostri tempi, storicamente connotata e quindi non assoluta, obiettano altri. Non è inutile, a questo proposito, ricordare che il colle, la terra e la vegetazione insistono sulla Domus da duemila anni, dai tempi della damnatio memoriae di Nerone; che la Domus Aurea, inoltre, stava meglio prima di essere scavata, aperta al pubblico, esposta agli inevitabili traumi dei conseguenti cambiamenti microclimatici.
Il giardino storico di Colle Oppio, progettato, per una parte, dall’architetto Raffaele De Vico e, per un’altra, dallo storico dell’arte Antonio Munoz, all’epoca Direttore delle Antichità e Belle Arti,  rientra nella serie di interventi urbanistici messi in atto tra il 1928 e il 1936, non solo per riqualificare e tutelare un’area archeologica tra le più importanti e vaste della città, sottraendola in tal modo alla speculazione edilizia, ma anche per esaltare, insieme ad essa, il verde pubblico.
Tra il 28 e il 32 De Vico sistemò la parte compresa tra i giardini di Palazzo Brancaccio (in parte espropriati per l’occasione), l’attuale via Mecenate, l’affaccio su via Labicana e il prospetto verso il Colosseo. Viali alberati, cancellate, fontane abbelliscono ancora oggi un giardino, che, sia pur maltenuto e poco controllato, è ancora oggi di grande piacevolezza e ristoro, non solo per i turisti ma soprattutto per i comuni cittadini. Tra il 35 e il 36 Munoz sistemò la parte alta, comprendente i resti delle Terme di Traiano, a cui volle dare grande risalto prospettico. L’intera area non venne certo scavata qua e là in modo caotico, ma venne interamente ridisegnata secondo un progetto unitario ispirato a un’idea di archeologia verde che ha sempre affascinato, sin dai tempi più remoti, artisti e vedutisti.
“Archeologia verde? Un’idea ‘romantica…”, obietterà subito qualcuno.
Ma è proprio questo il punto che va rimesso in discussione: siamo contro il Romanticismo, forse? ma quanti di noi possono dire in piena coscienza di conoscere la valenza e l’attualità dal punto di vista storico, estetico e filosofico, del più importante movimento di idee risalente a due secoli fa?
Oggi quale sarebbe il nostro orizzonte di idee e conoscenza? Perché dovrebbe essere preferibile lo scavo assoluto, spogliato dal verde, il fossato recintato da grigliati e trincee, più simile a uno spiacevole percorso di guerra che a un luogo storico e artistico? Perché dovrebbe essere preferibile l’intervento occasionale, frammentario, privo di un progetto unitario che non tiene in nessun conto l’insieme complesso e stratificato di una città come Roma?
Oggi, chissà perché, è venuta meno l’idea della centralità dell’Urbanistica, della necessità di un disegno unitario che necessariamente  coordini e unifichi qualunque intervento in modo tale da rendere la città sempre più aperta e amata, leggibile e accogliente per tutti coloro che la abitano e la vivono.
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A Roma facevano a gara a chi aveva la casa più grande, più bella, più ricca. Così Nerone prevalse su tutti, costruendo la Domus Aurea, una casa che circondava la città e i cui saloni erano più vasti dei campi che coltivavano i contadini
Il Messaggero, giovedì 9 ottobre 2014
Che la Domus Aurea fosse una sorta di mostruosità fisica e morale, lo sostennero personaggi autorevoli dell’epoca cioè del primo secolo dopo Cristo, e con argomenti abbastanza seri. Plinio il Vecchio che la vide costruire lo dice chiaro nel suo trattato “Naturalis Historia”. A un certo punto si era scatenata a Roma la gara tra chi avesse la casa più grande e più fastosa, magari moltiplicando il numero delle dimore di proprietà o la loro dimensione. A punire il lusso, scrive Plinio, ci pensano gli incendi ma non c’è verso che la natura umana comprenda che c’è qualcosa di ancor più effimero dell’uomo stesso. Ma, continua il grande storico, «abbiamo visto la casa di un principe, Nerone, estendersi fino a circondare la città e, per non farsi mancare niente, è piena d’oro», una pacchianata fuori misura, turpe e offensiva. Pensate, racconta, che quei contadini, arruolati a forza e mandati a morire ammazzati per ampliare l’Impero, spesso coltivavano dei campi più piccoli di un salotto di quelle dimore principesche fatte sul loro sangue.
LE DISTRUZIONI
Ma per noi moderni il problema della Domus Aurea è un altro. A noi interessa il patrimonio archeologico, artistico e architettonico della Nazione da preservare, conoscere, esaltare per quel che merita e la Domus Aurea è gemma incomparabile, un mistero, un sogno che si materializza davanti ai nostri occhi. La “damnatio memoriae” subita dalla Domus Aurea è terrificante. Doveva essere cancellata in odio a Nerone e lo fu, ma tutta la storia dell’Impero e della successiva transizione all’alto medioevo è storia di distruzioni inesorabili.
Lo sapevate che Marco Scauro costruì un teatro a Roma che aveva la scena su tre piani sorretti da 360 colonne? Il piano inferiore di marmo, l’ammezzato di mosaici a tessere vitree, il superiore di legno dorato. Tra le colonne c’erano tremila statue di bronzo e sulle gradinate trovavano posto 80.000 persone. L’arredo era di stoffe preziose e ovunque si vedevano affreschi e decorazioni. Che cosa è rimasto? Niente. Ma la Domus Aurea ha subito un trattamento altrettanto, se non più, atroce e pone al conservatore attuale problemi che vanno ben al di là delle mera tecnica.
LE GROTTESCHE
Quella che oggi chiamiamo la Domus Aurea e che adesso verrà, in buona parte e con grande merito delle Istituzioni, riaperta al pubblico, è una piccola porzione dell’immane complesso originario. È una zona di rappresentanza ma di minore rilievo nell’economia generale della fastosa dimora e dei suoi immensi giardini. Questa in effetti dilagava sul Palatino dove risiedeva o intendeva risiedere l’imperatore. La zona ora riaperta, solo in parte ispezionata, sul colle Oppio, era un insieme di saloni per ricevimenti, da utilizzare e forse utilizzata solo per cerimonie, eventi, incontri. Alla fine del Quattrocento un pittore che camminava sull’area sovrapposta a uno dei saloni della Domus, interrata da più di mille e trecento anni, cadde in una buca e si ritrovò, con suo grande stupore, in quella che credette essere una grotta sotterranea.
COME DISNEYLAND
Ma c’erano degli affreschi in quella grotta e non sembravano fatti dall’uomo di Cro-Magnon, che peraltro neppure sapeva essere esistito tempo prima. Era, invece, il pittore Famulus (chiamato anche Fabullo), ricordato da Plinio il vecchio, grande maestro: «Huius erat Minerva spectantem spectans». Era lui l’autore di una Minerva che guarda chi la guarda. Una magia per cui l’opera ti segue con lo sguardo. Famulus aveva un’alta concezione di sé. «Dipingeva poche ore al giorno, ma anche questo con solennità: era sempre in toga, anche sulle impalcature». E, prosegue Plinio: «Carcer eius artis domus aurea fuit»; la Domus Aurea fu il suo carcere, perché Nerone lo volle in esclusiva per la sua Disneyland privata.
Ma i conti non tornano. Quell’immane insieme di edifici, giardini, laghi (dove c’è adesso il Colosseo c’era un laghetto inglobato nella Domus, parte artificiale, parte naturale, che era vicino alla statua del Colosso di Nerone, anch’essa perduta) e delizie varie, fu fatto in meno di quattro anni, dal 64 al 68, favolosi anni sessanta, milleottocento anni prima di noi, centinaia di ettari costruiti e decorati impiegando lo stesso tempo, più o meno, con cui noi discutiamo il piano di fattibilità di un tratto della Metro C, che passa proprio in zona Domus Aurea e apriamo a stento un cantiere che si ferma subito scatenando furibonde polemiche e comunque nulla del previsto è stato fatto.
MORTO DA FELTRE
Se Famulus lavorava così, un po’ svogliato, come hanno fatto gli antichi a realizzare tutte quelle pitture di cui qualcosa vide quel pittore cascato lì dentro alla fine del Quattrocento? Si chiamava Lorenzo Luzzo e lo chiamavano pure il Morto da Feltre, sua patria, perché si aggirava in quella specie di tomba per imparare come si dipinge bene. Poi altri andarono a vedere e ci andò anche Raffaello e tutti i suoi scolari ci andarono, e copiarono le pitture che vedevano e le chiamarono grottesche perché credevano che quelle fossero grotte.
Adesso possiamo vedere qualcosa di più, con gratitudine estrema verso la Soprintendenza che ci apre la strada del peristilio fino ai saloni memorabili come quello ottagono e quello della volta d’oro. Ma occorre enorme rispetto per non offendere il passato che preme ancora angosciato sul presente.

Claudio Strinati