Archivio mensile:ottobre 2013

Un’intervista a Claudio Strinati sulla manutenzione della bellezza

l’Unità 26.10.13
La manutenzione della bellezza
Strinati, vent’anni spesi nella cura dei beni culturali della città eterna
intervista di Jolanda Bufalini

Le battaglie e le sconfitte dell’ex sovrintendente romano: dall’apertura della Galleria Borghese al (criticato) restauro del Colosseo affidato a un privato
«Il ministero è come il circolo Pickwick, ci si dà un gran da fare ma si perde di vista lo scopo»

ROMA LA CONVERSAZIONE CON CLAUDIO STRINATI È SPIAZZANTE. Ha servito nei ranghi del ministero dei Beni culturali fino a pochi giorni fa, quando è andato in pensione. Come soprintendente statale a Roma, ai beni storico artistici e ai beni museali, ha ottenuto successi importanti. Due per tutti: la riapertura della Galleria Borghese, il trasloco del circolo ufficiali da palazzo Barberini. Lui stesso dice di sé: «In tanti anni di lavoro con diversi ministri è chiaro che si cerchino anche soluzioni di compromesso». Però, su tutela e valorizzazione, viene prima di tutto fuori l’amante della storia dell’arte e una visione utopica. Emergono idee spiazzanti, nutrite di una grandissima erudizione. E le impuntature con il potere politico pagate care. Professore, cosa successe con la mostra «Il potere e la grazia», nel 2009?
«Era una mostra importantissima per Berlusconi e per il cardinale Bertone. Una mostra che non direi brutta ma, insomma… decorativa. Io non volevo concedere un fondo che serviva per un altro progetto della Soprintendenza. Nacque l’attrito. A palazzo Venezia ho ospitato, prima di questa, tante mostre private, però ho sempre cercato di privilegiare lo Stato. Chiesi sostegno al segretario generale senza rendermi conto che lui era iperfavorevole a quella iniziativa».
Chi era il segretario generale?
«Roberto Cecchi, che è un amico e mi consigliò di non assumere quell’atteggiamento. Io non gli diedi retta e lui non si oppose alla mia rimozione. Non gliene voglio per questo, in qualche modo mi sono auto danneggiato. In quel momento il potere di Berlusconi era fortissimo e, io, ero in carica da vent’anni. Era tempo, ma la cosa fu fatta in modo punitivo, in questo, mi sembra di aver subito un torto».
Recentemente ha sostenuto che il Mibac assomiglia al circolo Pickwich di Charles Dickens. Perché?
«Al ministero, come nel circolo Pickwick, talvolta, ci si dà un gran da fare ma si perde di vista lo scopo. Si è creata una direzione generale per la valorizzazione per poi scoprire che non funziona, che non c’è una strategia».
È contrario ai manager?
«Il manager opera in una banca o in una azienda ma un ministero è un ministero, è più facile orientare l’azione delle figure istituzionali in senso manageriale (con tutti gli strumenti e le collaborazioni necessarie), che sostituire storici dell’arte, archeologi, architetti, bibliotecari, archivisti con una figura astratta di manager. Tanto è vero che non si è creata nessuna gestione. Oppure bisognerebbe dire che i beni culturali non sono tanto importanti. Ma tutti dicono il contrario».
Poiché non si può vendere il Colosseo …
«Lo sfruttamento manageriale del Colosseo è stato un errore culturale. Il Colosseo non è un museo ma un monumento nel contesto urbano, un organismo vivente nella città».
Ma la biglietteria …
«Una biglietteria strepitosa ma sono convinto che i beni culturali di Roma possano prosperare in altro modo. Ci sono tanti tipi di beni culturali, il Colosseo è un monumento, la storia ce lo ha consegnato aperto, non con le sbarre. Sarebbe un segno di civiltà altissimo se sindaco e governo lo rendessero totalmente disponibile, aperto e fruibile. Naturalmente vigilato nel modo più sofisticato ed efficace».
Niente file chilometriche, meno centurioni e ambulanti. Però c’è il contratto con Diego Della Valle… «Infatti, temo che sia un discorso utopico. Però l’immagine del Colosseo da cui Della Valle trae, per un periodo di tempo, il suo lecito guadagno, è legata al restauro».
Perché considera Raffaello Sanzio il primo soprintendente di Roma?
«Raffaello aveva un grande potere, avrebbe potuto chiedere al Papa qualsiasi cosa. Decise di mettere al servizio dello Stato pontificio le sue qualità artistiche e di conoscitore delle antichità. Ottenne un potere prefettizio, che andrebbe bene pure oggi, accrescendo l’autorità dei beni culturali».
Le soprintendenze, soprattutto a Roma, hanno storicamente avuto molti conflitti con altri poteri. L’ex assessore Borgna ha ricordato recentemente l’episodio del divieto allo spettacolo di luci di Greenaway a piazza del Popolo.
«Ci sono poteri di veto basati su presupposti culturali che la storia ha rivisto. È meglio un potere prefettizio su una base culturale più ampia che un potere di veto su presupposti miopi. A Roma, come prevede la legge di Roma capitale, molti problemi potrebbero essere risolti con l’esercizio di un potere unitario di comune e Stato. Certo, accade che chi ha potere lo utilizzi per fare un dispetto ma gli errori degli uomini non devono essere confusi con la forza dell’istituzione. La Chiesa cattolica si regge da millenni su questa distinzione. Si dovrebbe osare, in un contesto realmente democratico. L’Amministrazione dello Stato, invece, ha sofferto di un indebolimento della democrazia interna e la crisi della democrazia ha prodotto un eccesso di personalismo».
Come si riuscì ad aprire la Galleria Borghese?
«Walter Veltroni, ministro e vicepremier, diede una spinta fortissima. Telefonava ogni momento per sapere a che punto eravamo e se era stato fatto questo o quello. Ma ci mise nelle migliori condizioni per lavorare, superando ostacoli economici e di impostazione. C’era stato un adagiarsi su soluzioni parziali, invece il ministro sosteneva che il primo museo del mondo, doveva essere anche il più funzionante del mondo. Ci fu un impegno scientifico non indifferente, per il restauro e per l’adeguamento. La villa del 600 era quanto di più lontano dalle regole attuali sulla sicurezza. Ne è risultato un vero modello di come si possa tutelare un monumento antico e valorizzarlo».
E come riuscì a far traslocare gli ufficiali da palazzo Barberini?
«Con una soluzione gattopardesca che ha consentito di mantenere buoni rapporti con il ministero della Difesa. È la massima rovesciata di “cambiare tutto per non cambiare nulla”. Infatti nel complesso di palazzo Barberini, nel giardino, c’è una palazzina del XIX secolo, il villino Savorgnan di Brazzà, che ora ospita il circolo. I militari sono usciti ma non sono usciti dal palazzo». Come possono convivere, a Roma, città antica e città contemporanea?
«La città antica è ovunque, non può non essere vivente. E può essere vissuta, fare parte del quotidiano. È più difficile tutelare un monumento di un museo ma non è impossibile. La prima tutela è la crescita culturale del paese, attraverso la scuola e
l’università. Nella città antica si possono fare le stesse cose che si fanno nella città moderna, ma ci vogliono soluzioni avveniristiche, per esempio nella circolazione. E questo significherebbe lavoro qualificato, di ingegneri, archeologi, storici. Dovrebbero esistere addetti alla città antica in tutte le possibili funzioni, invece un lavoro di questo tipo non è nemmeno concepito. Ma i Beni culturali sono una risorsa solo se ci si lavora».
C’è un sapore utopico in quello che dice.
«Tesi fantasiose che hanno un qualche fondamento nell’esperienza».
Con l’iniziativa del sindaco Marino è tornata al centro la questione dei Fori
«Villa Rivaldi, che guarda sui Fori, è un edificio meraviglioso in uno stato di abbandono che fa vergogna. C’è persino il rischio che vi venga istallato il cantiere della Metro C. Sarebbe il luogo ideale di un museo della città, che c’è in tutte le capitali europee mentre a Roma manca. Un altro edificio in abbandono è l’Angelo Mai».
Anni fa fu sgomberato il centro sociale per restituire l’edificio alla cittadinanza, che aveva raccolto le firme per portarci la scuola.
«L’Angelo Mai è una meraviglia architettonica e urbanistica ora totalmente abbandonata. All’esterno ci sono cartelli di inizio e fine lavori disattesi. Lasciare in abbandono un complesso di quel pregio è molto grave, anche dal punto di vista dell’eticità».

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Intervista a Claudio Strinati di Fabrizio Lemme

IL GIORNALE DELL’ARTE – OTTOBRE 2013

Racconti di crimini artistici e altro di Fabrizio Lemme Professore di Diritto penale dell’economia, Università di Siena
L’Avvocato dell’arte

Mi è mancato un santo patrono (il potere inteso come impedire di fare)
Rimosso dal Polo Museale romano, Claudio Strinati è un caso evidente di cattivo utilizzo delle risorse umane da parte dell’Amministrazione dei Beni culturali

Come è noto, nel bilancio delle società che gestiscono le squadre di calcio è possibile inserire, tra le poste attive, il cosiddetto «monte giocatori», vale a dire il valore complessivo di cessione dei cartellini dei giocatori tesserati, che è proporzionale al loro rendimento nel campionato di calcio. Al fine di esaltare tale posta attiva, le società adottano un’accorta politica di valorizzazione delle competenze specifiche acquisite sul campo dai giocatori.
L’amministrazione dei Beni culturali opera invece esattamente al contrario: deprime o comunque non valorizza le competenze specifiche acquisite dai singoli funzionari.
Questo vale non solo con riferimento alla collocazione degli stessi in pensione: purtroppo, la legge del pensionamento non consente di trattenere in servizio, oltre l’età, dirigenti che abbiano mostrato una perfetta padronanza del settore loro affidato. Mi riferisco, in particolare, ai casi di Andrea Emiliani e di Nicola Spinosa, altissimi conoscitori dell’arte emiliana e di quella napoletana, che hanno dovuto lasciare, rispettivamente le Soprintendenze di Bologna e di Napoli, per sopraggiunti limiti di età (nel caso di Andrea Emiliani, peraltro, indovinata la nomina di Luigi Ficacci). Una situazione analoga si è riprodotta a Roma, con il collocamento a riposo della direttrice della Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini Anna Lo Bianco, al momento non ancora sostituita. Pure, esistevano strumenti per non disperdere il valore intellettuale di tali competenze, quali contratti di consulenza o altro. Ma ancora più paradossale è che questa situazione si sia verificata anche a carico di funzionari «in servizio permanente effettivo», come si potrebbe dire parafrasando il linguaggio militare («in spe»).
Mi riferisco, in proposito, alla situazione di Claudio Strinati, che, come soprintendente del Polo Museale romano, aveva mostrato appieno un’alta padronanza della cultura figurativa romana, alla quale aveva dedicato le sue ricerche fin dagli anni giovanili, con i suoi studi sul Cinquecento, per esempio su Cesare Nebbia, pittore del tardo Manierismo romano. Mentre era ancora «in spe» Claudio Strinati, in maniera del tutto inopinata, è stato rimosso dalle sue funzioni e nominato dirigente generale di staff al Ministero dei Beni culturali: attività che, parafrasando il diritto pubblico inglese, poteva chiamarsi «corporation sole», visto che era composta solo dal dirigente, sprovvisto di qualsiasi infrastruttura e condannato a non far niente! Ora Strinati è stato posto a riposo, ma la sua risposta ad alcune domande mi sembra sia di estremo interesse per mostrare ai nostri lettori a quali perversioni possa condurre la lotta del potere nell’Amministrazione dei Beni culturali.
Professor Strinati, ci conosciamo da quasi quarant’anni, ossia da quando, nel 1976, eraun giovane e valente ispettore dell’Amministrazione dei Beni culturali, apprezzato da Federico Zeri, Giuliano Briganti e Italo Faldi. Può illustrare a grandi linee quali sono stati i principali impegni durante la sua soprintendenza romana?
Credo di aver raggiunto qualche ottimo risultato dal punto di vista amministrativo. Ho riaperto la Galleria Borghese che era, sia pure in parte, chiusa da anni, grazie alla determinazione di Veltroni, all’epoca ministro per i Beni culturali e vicepresidente del Consiglio. Ho trovato la soluzione al problema del Circolo Ufficiali a Palazzo Bar- berini, che si trascinava da tempo immemorabile, senza mortificare il Circolo stesso ma realizzando lo scopo che la Soprintendenza voleva da tempo raggiungere e cioè creare finalmente la Galleria Nazionale d’Arte Antica.
Inoltre credo di avere fatto una politica culturale dotata di caratteri chiari e riconoscibili. Penso, per esempio, al ciclo di mostre volte a una ricostruzione organica del Seicento romano, cominciata con Domenichino e proseguita con Caravaggio, Annibale Carracci, Lanfranco, Pietro da Cortona, Guercino, Orazio e Artemisia Gentileschi, Tassi, Preti, Cozza, Algardi, Bernini, Vanvitelli, fino alla notevole manifestazione detta «Il genio di Roma». Spesso ho curato mostre in prima persona (in particolare, in quanto esperto di Cinquecento, quella memorabile su Sebastiano del Piombo tenutasi in Palazzo Venezia nel 2008), ma altrettanto spesso ho voluto che i curatori fossero, di volta in volta, gli esperti massimi della materia. Ho lavorato molto nel settore espositivo spaziando dal Medioevo al Novecento. Proprio su questo punto ho ricevuto le critiche più velenose. Malgrado abbia anche fatto delle cose significative sul Novecento, tra cui la mostra di Manzù che fu universalmente lodata, e varie manifestazioni sulla Scuola romana, come quelle dedicate a Pirandello, Mafai, Afro, la Raphaël ecc., mi hanno accusato di avere ospitato nel corso degli anni troppi artisti viventi, talvolta giudicati mediocri da alcuni settori della critica. Debbo ricordare, a tal proposito, che con l’accoglimento di tante di queste piccole manifestazioni, fatte nella sala del refettorio al piano terreno di Palazzo Venezia, ho raccolto parecchi fondi utili alla vita dell’ufficio, senza peraltro mai toccare gli spazi espositivi maggiori e senza mai sovrappormi alle attività delle Soprintendenze preposte al contemporaneo, ma solo facendo un po’ di attività minore. Qualche manifestazione può essere stata di scarsa rilevanza, ma dico pure che, tra i tanti artisti esposti, non sono mancate personalità interessanti, alcune delle quali sono poi emerse a livello sia nazionale sia internazionale. Subito dopo la mia rimozione dall’incarico di soprintendente alcuni giornalisti hanno avallato la tesi, con interviste mirate allo scopo e fatte alla stessa Rossella Vodret, in base a cui sarei stato rimosso proprio per questo motivo. Ribadisco, invece, che amministrativamente parlando, quelle manifestazioni hanno arrecato addirittura un lecito profitto e quindi un giovamento al bilancio del Polo Museale (che al termine della mia gestione era, infatti, a posto), senza minimamente comprometterne l’immagine e la dignità. Ritengo che i responsabili ministeriali di allora fossero a corto di argomenti per giustificare la mia rimozione, ma sentissero la necessità di trovarne biasimando qualcosa. Pochi giorni dopo queste aggressioni, la stessa Vodret si rimangiò quelle spiacevoli dichiarazioni. Ma tornando alle mostre sull’antico, ho proposto anche modelli di nuova impostazione, come per quella di Sisto V a Palazzo Venezia promossa da Marcello Fagiolo e Maria Luisa Madonna, una delle più importanti esposizioni sul Manierismo mai realizzate; oppure per la mostra del Settecento romano (sempre a Palazzo Venezia); o per quella del Quattrocento romano (al Museo del Corso grazie alla proposta progettuale del professor Emanuele): tutte iniziative con cui ho sempre cercato di rendere omaggio a chi mi aveva preceduto, aprendo al contempo nuovi ambiti di ricerca. Forte di queste esperienze, vorrei ricordare di avere concepito e progettato io la mostra commemorativa del quarto centenario della morte di Caravaggio tenutasi alle Scuderie del Quirinale, uno dei più grandi successi in questo campo nella storia del nostro Paese. Di quell’esposizione, strettamente legata anche alla mia funzione di soprintendente, non fui curatore perché, essendo diventata soprintendente Rossella Vodret qualche mese prima dell’inaugurazione (avvenuta a febbraio del 2010), chiesi io stesso al presidente delle Scuderie Emmanuele Emanuele che ne fossero i curatori lei e Francesco Buranelli, il quale aveva dato un notevole contributo alla sua realizzazione.
Poi ho fatto molte campagne di catalogazione e restauro, tutte notevoli, indubbiamente aiutato in gran parte dai fondi straordinari per il Giubileo. Una per tutte, la Chiesa del Gesù con gli affreschi del Baciccio, una meraviglia incomparabile che mi pare meritevole aver conservato così bene.
Quali ragioni hanno motivato la sua rimozione dall’incarico di soprintendente al Polo Museale romano e la destinazione a una dirigenza generale di staff?
Per essere giusti, io stesso avevo ripetutamente sostenuto che sarebbe stato opportuno che lasciassi il posto di soprintendente per svolgere altre funzioni, dopo così tanti anni di servizio in quella posizione: considera che sono stato prima soprintendente del Patrimonio storico e artistico di Roma e del Lazio dal 1991 al 2001 e poi del Polo Museale romano dal 2001 al 2009. Solo che il modo in cui è avvenuto non è stato certo dei migliori e, a onor del vero, mi ha lasciato male.
Molto mi è costata, in tal senso, l’occasione di una mostra assai delicata, sia nei contenuti sia negli scopi istituzionali sia nelle parte amministrativa, e per me infausta: parlo dell’esposizione sui Santi patroni d’Europa intitolata «Il potere e la grazia». La mostra, da me accettata per essere ospitata a Palazzo Venezia, fu inaugurata dalla neonominata Vodret, a ottobre del 2009, dall’allora presidente del Consiglio Berlusconi e dal cardinal Bertone, assumendo l’aspetto della celebrazione e consacrazione di un potere (il titolo fu abbastanza esplicito) che al momento sembrava incontrovertibile e perentorio. Le mie scelte in proposito, in specie riferite ai finanziamenti di questa mostra, ritengo che debbano avere a tal punto scontentato i miei superiori dell’epoca da indurli ad accelerare un cambio della guardia, che sarebbe stato in sé anche sacrosanto, se non fosse stato attuato, come di fatto accadde, senza alcun preavviso e in maniera brusca e a mio parere punitiva. La modalità della mia sostituzione fu talmente improvvisa e sorprendente che, insediatasi la collega Vodret alla guida della Soprintendenza, dopo pochi giorni fu predisposta un’ispezione da parte del Ministero, come se si volesse dimostrare (o così almeno mi sembrò e mi sembra ancora adesso) che si fossero verificati fatti tali da rendere necessaria una mia sostituzione immediata: lo dimostra il fatto che non venni nemmeno avvisato dell’ispezione e mai convocato dall’ispettore per dare gli eventuali chiarimenti, normalmente richiesti in fattispecie del genere. Tuttavia non venne rilevato niente di irregolare e men che mai di illecito nella mia gestione (e credo che sia stato cercato con scrupolo), come poi è stato confermato dalla Corte dei Conti. Nonostante l’incarico triennale che mi fu successivamente dato di dirigente generale di staff (non di direttore, si badi bene) si sia rivelato una buona occasione di collaborazione con l’allora direttore generale della Valorizzazione Mario Resca, non sono comunque mai riuscito a ottenere la nomina di direttore generale, pur avendo regolarmente conseguito il grado di dirigente generale di prima fascia. Dietro quello che sembra un cavilloso e burocraticissimo gioco di parole, «dirigente» e «direttore», si celano, infatti, realtà sostanziali, tra cui una: se il Ministero ti nomina dirigente generale ma non ti attribuisce la funzione di direttore generale, viene meno non solo la tua globale possibilità operativa, ma anche una parte notevole del tuo stipendio, che è appunto legata alla funzione; in altre parole, se la funzione non ce l’hai (cioè se sei dirigente ma non direttore), subisci un danno considerevole non solo nel campo specifico della tua attività, ma anche nel trattamento economico, fino ad arrivare, addirittura, a una decurtazione della pensione e della liquidazione, calcolate in gran parte proprio in base all’ultimo stipendio. Come dirigente generale di staff non potevo avere la responsabilità di un ufficio e sono stato così costretto a un certo isolamento, ma, nonostante ciò, ho cercato di lavorare al meglio. Ho sostenuto inizialmente, finché ho potuto, l’operato di Resca, specie nei rapporti internazionali con gli Stati Uniti, la Germania e la Cina (del resto nel periodo in cui sono stato soprintendente ho lavorato molto con l’estero portando manifestazioni e iniziative in Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Olanda, Stati Uniti, Brasile, Cina, Giappone e Australia, con risultati sovente assai apprezzabili); ho concluso il mio lavoro di dirigente con un’indagine sull’erogazione dei servizi al pubblico nei Poli Museali, i cui risultati mi auguro possano servire a migliorare alcuni aspetti del lavoro futuro.
È vero, che, arrivato alla fase conclusiva della mia carriera, cominciata a Genova nel 1974, speravo di poter dare qualcosa di più all’Ammi- nistrazione. Capisco, però, che il mantenimento del potere è diventato, per alcuni settori della vita pubblica italiana, una funzione pressoché esclusiva, basata sul principio che il potere stes- so resta sempre e soltanto nelle mani di chi ce lo ha già. Io negli anni più intensi di lavoro ho concepito quel potere che mi è stato legittima- mente dato, a seguito di prove selettive e con- corsi di merito secondo le modalità di un tempo, soprattutto come «poter fare» e credo di essermi comportato in conseguenza, «facendo» abba- stanza bene. Esiste, però, anche l’altra faccia della medaglia: la concezione, cioè, del potere come «poter impedire ad altri di fare», e non nego che abbia una sua significativa validità. Quest’ultima tipologia però non sono stato mai in grado o desideroso di esercitarla.
di Fabrizio Lemme, da Il Giornale dell’Arte numero 335, ottobre 2013

I dirigenti-obbedienti del Mibact senza diritto di parola

  patrimonio sos
in difesa dei beni culturali e ambientali

 

La satrapia orientale ai Beni culturali. Ministero in crisi ma guai a chi fiata
Simone Verde
Pubblicato: 04/10/2013 06:09
In Italia sopravvive, indisturbato, un ultimo baluardo di feudalesimo. Un settore dell’amministrazione pubblica in cui criticare un dirigente o raccontare l’impotenza di chi non ce la fa può significare il declassamento in totale discrezionalità dei superiori. Questo settore non è legato alla sicurezza nazionale, dove il deficit di democraticità può essere considerato parte della deontologia professionale ma è quello cui più gioverebbe la circolazione delle idee e il dibattito pubblico, sia per reperire risorse private che per alimentare il dovuto consenso sociale attorno alle sue scelte. Questo settore, è quello dei beni e delle attività culturali.Lo ha ribadito una circolare del MiBACT rivelata due giorni fa (la n. 39 del 23 settembre) e firmata dalla segretario generale Antonia Pasqua Recchia in cui “si richiama la necessità che ogni attività a rilevanza esterna finalizzata alla formulazione di proposte normative che possano incidere sulla disciplina dei beni culturali, debba seguire un percorso ordinato e sistematico che sia pienamente rispettoso del ruolo istituzionale assegnato all’organo di indirizzo politico del ministero”. Si stabilisce, così, che “i contenuti della proposte siano preventivamente e obbligatoriamente vagliati dai Direttori generali e dai Direttori regionali competenti”. Chiunque volesse dire la propria sulla riforma del ministero, cioè, non potrebbe affidare le sue idee al pubblico dibattito ma deve passare il vaglio della censura interna.

Il meccanismo oppressivo che sta asfissiando il MiBACT è ben rodato da decenni e si tiene in piedi su una struttura piramidale alla cui testa si trovano i direttori generali e i direttori regionali. Al di sotto, i soprintendenti ordinari nominati, dopo il concorso, dal ministro con mandato di tre anni. Nessun mandato, però, è irrevocabile, e all’amministrazione centrale è possibile cambiare posto a piacimento a chiunque. La retrocessione deve tenere conto della fascia di pertinenza, ma il trasferimento in una regione o in una città secondaria o a un ispettorato sono una punizione. Per non parlare dei soprintendenti ai poli speciali come quelli di Firenze e Pompei per i quali il declassamento implica un’importante penalizzazione economica. Meglio allinearsi, quindi. Perché rischiare?

Che il ministero abbia discrezionalità su trasferimenti e retrocessioni è sacrosanto, visto che il potere di sanzione è essenziale. Il problema, però, è che non esiste un criterio valutativo né un istituto collegiale e le retrocessioni sono discrezionali. Basta una critica o un commento sgradito e si rischia. Basta dire sì, invece, e si va avanti secondo un meccanismo che privilegia lo svuotamento della creatività e della competenza. A rendere più grave la cosa, l’incombenza sempre più soffocante della politica. Se la durata dei ministri è in media di due anni, a ogni rimpasto segue un giro di valzer. A cambiare non è soltanto il segretario generale (questa volta confermato, purtroppo, nella persona di Recchia), ma possono saltare anche i direttori generali.

E non finisce qui. I direttori regionali devono essere ‘graditi’ ai presidenti delle regioni, tanto più che con il Codice del paesaggio e dei beni culturali prendono parte alla stesura dei piani paesistici cosicché la loro figura, da coordinamento delle varie soprintendenze da sintesi tra le competenze statali della tutela e quelle regionali della valorizzazione, possono rivelarsi di compensazione tra gli interessi non sempre virtuosi che gravano sul territorio, con complicità anche dei singoli soprintendenti. Così sembra far pensare il silenzio di quella ai beni architettonici e paesaggistici di Venezia, Renata Codello, di fronte allo scempio quotidiano della grandi navi che invadono da anni la laguna (vedi Gian Antonio Stella il 25 settembre scorso sul Corriere). Esiste, poi, la situazione assurda dei direttori dei musei, attualmente semplici funzionari che non ricevono nessun scatto remunerativo malgrado le responsabilità civili e penali cui sono esposti, comandati dal soprintendente da cui dipendono senza l’autonomia professionale che gli spetterebbe.

È questa, la struttura folle ed entropica che sta distruggendo il ministero che più dovrebbe contribuire alla creatività e all’innovazione e in cui dirigenti ormai abituati a una discrezionalità priva di complessi si sentono liberi di partorire provvedimenti folli come la circolare n. 39. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa il ministro Massimo Bray superate le turbolenze del Governo. Bray che ha da sempre dimostrato una sensibilità ben diversa. Il quale, per l’appunto, ha da poco insediato una commissione sulla riforma del ministero, quella sul cui operato la Segretario generale vorrebbe imporre la censura. Forse perché uno dei suoi compiti dovrebbe essere quello di ristrutturare il MiBACT secondo criteri di apertura, creatività e pluralismo contraddittori con una certa pratica del potere?

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