Archivio mensile:novembre 2012

Andrea Camilleri sull’uso dell’italiano

CULTURA – Repubblica 15 novembre 2012
Non definitemi un autarchico ma la nostra lingua sta scomparendo
Devolution , premier, ma anche resettare: dalla politica alla tecnica leviamo sempre più linfa alle parole. Andrea Camilleri spiega perchè combattere i dialetti è stato insensato: “Donavano – spiega – sangue al corpo vitale del dizionario”.

di ANDREA CAMILLERI

Se All’estero la nostra lingua è tenuta in scarsa considerazione, da noi l’italiano viene quotidianamente sempre più vilipeso e indebolito da una sorta di servitù volontaria e di assoggettamento inerte alla progressiva colonizzazione alla quale ci sottoponiamo privilegiando l’uso di parole inglesi. E c’è di più. Un esempio per tutti. Mi è capitato di far parte, quale membro italiano, della giuria internazionale del Premio Italia annualmente indetto dalla Rai con sede a Venezia. Ebbene, il regolamento della giuria prevedeva come lingua ufficiale dei giurati quella inglese, senza la presenza di interpreti. Sicché uno svedese, un russo, un francese e un giapponese e un italiano ci trovammo costretti ad arrangiarci in una lingua che solo il rappresentante della BBC padroneggiava brillantemente.

Va da sé che la lingua ufficiale, in Francia, del Festival di Cannes è il francese, la lingua ufficiale in Germania del Festival di Berlino è il tedesco. E il Presidente del Consiglio, parlando di spread o di spending rewiew è il primo a dare il cattivo esempio. Monti però non fa che continuare una pessima abitudine dei nostri politici, basterà ricordare parole come «election day», «devolution», «premier» e via di questo passo. Oppure creando orrende parole derivate tipo «resettare». Tutti segni, a mio parere, non solo di autosudditanza ma soprattutto di un sostanziale provincialismo.

Piccola digressione. Il provincialismo italiano, antico nostro vizio, ha due forme. Una è l’esaltazione della provincia come centro dell’universo. E valgano i primi due versi di una poesia di Malaparte, «Val più un rutto del tuo pievano / che l’America e la sua boria»…, per dirne tutta la grettezza. L’altra forma è quella di credersi e di dimostrarsi non provinciali privilegiando aprioristicamente tutto ciò che non è italiano. Quante volte ho sentito la frase: «io non leggo romanzi italiani» o più frequentemente, «io non vado a vedere film italiani». Finita la digressione. Se poi si passa dalla politica al vivere quotidiano, l’invasione anglosassone appare tanto estesa da rendersi pericolosa. Provatevi a saltare da un canale televisivo all’altro (mi sono ben guardato dal dire «fare zapping»), vedrete che il novanta per cento dei titoli dei film o addirittura di alcune rubriche, sono in inglese. La stessa lingua parlano le riviste italiane di moda, di architettura, di tecniche varie. I discorsi della gente comune che capti per strada e persino al mercato sono spesso infarciti di parole straniere. In quasi tutta la strumentistica prodotta in Italia i sistemi di funzionamento sono identificati con parole inglesi.

(…) A questo punto non vorrei che si cadesse in un equivoco e mi si scambiasse per un sostenitore dell’autarchia della lingua di fascistica memoria. Quando il celebre brano jazz «Saint Louis blues» diventava «Tristezze di san Luigi», il cognac «Arzente» e i cognomi della Osiris o di Rascel si dovevano mutare in Osiri e Rascele. Benvenuto Terracini sosteneva, e a ragione, che ogni lingua nazionale è centripeta, cioè a dire che si mantiene viva e si rinnova con continui apporti che dalla periferia vanno al centro. Un amico russo, molto più grande di me, andatosene via nel 1918 dalla sua patria e tornatovi per un breve soggiorno nel 1960, mi confidò, al suo rientro in Italia, che aveva incontrato molte difficoltà a capire il russo che si parlava a Mosca, tanto era infarcito di parole e di locuzioni operaie e contadine che una volta non avrebbero mai ottenuto cittadinanza nei vocabolari. Ma erano sempre e comunque parole russe, non provenienti da lingue straniere.

In sostanza, la lingua nazionale può essere raffigurata come un grande, frondoso albero la cui linfa vitale viene risucchiata attraverso le radici sotterranee che si estendono per tutto il paese. È soprattutto dal suo stesso terreno, dal suo stesso humus, che l’albero trae forza e vigore. Se però il dosaggio e l’equilibrio tra tutte le componenti che formano quel particolare terreno, quell’unico humus, vengono alterati attraverso l’immissione di altre componenti totalmente estranee, esse finiscono con l’essere così nocive che le radici, esattamente come avviene in natura, tendono a rinsecchire, a non trasmettere più linfa vitale. Da quel momento l’albero comincia a morire. Se comincia a morire la nostra lingua, è la nostra stessa identità nazionale che viene messa in pericolo. È stata la lingua italiana, non dimentichiamolo mai, prima ancora della volontà politica e della necessità storica, a darci il senso dell’appartenenza, del comun sentire. Nella biblioteca di un mio bisnonno, vissuto nel più profondo sud borbonico, c’erano La Divina commedia, l’Orlando furioso e i Promessi sposi tutti in edizione pre-unitaria. È stata quella lingua a farlo sentire italiano prima assai di poterlo diventare a tutti gli effetti. Una lingua formatasi attraverso un processo di assorbimento da parte di un dialetto, il toscano, vuoi dal primigenio volgare vuoi da altri dialetti. Dante non esitava a riconoscere il fondamentale apporto dei poeti «dialettali» della grande scuola siciliana, e ricordiamoci che è stato il siciliano Jacopo da Lentini l’inventore di quella perfetta macchina metrica che è il sonetto.

E in Boccaccio, in certe novelle geograficamente ambientate fuor da Firenze, non si coglie qua e là un’eco di quel dialetto parlato dove la novella si colloca? Perché da noi è avvenuta, almeno fino a una certa data, una felice coesistenza tra lingua nazionale e dialetti. Il padovano del Ruzante, il milanese di Carlo Porta, il veneziano di Goldoni, il romano di Belli, il napoletano di Di Giacomo, il siciliano dell’abate Meli hanno prodotto opere d’altissimo valore letterario che hanno arricchito la nostra lingua. La guerra che subito dopo l’Unità d’Italia si cominciò a combattere più o meno scopertamente contro i dialetti, e che raggiunse il suo apice negli anni del fascismo, è stata un’insensata opera di autodistruzione di un immenso patrimonio. Si è scioccamente visto il dialetto come un nemico della lingua nazionale, mentre invece esso ne era il principale donatore di sangue. Oggi paghiamo lo scotto di quell’errore. Abbiamo abbattuto le barriere e quei varchi sono rimasti pericolosamente senza difesa. La mia riflessione termina qui. Coll’augurio di non dover lasciare ai miei nipoti non solo un paese dal difficile avvenire ma anche un paese la cui lingua ha davanti a sé un incerto destino.

© Riproduzione riservata (15 novembre 2012) Tutti gli articoli

Considerazioni inattuali di Giovanni Sartori sulla moneta unica

‘Il Corriere della Sera’ 12 novembre 2012

L’EUROPA DELLA MONETA UNICA
Un animale senza difese

di Giovanni Sartori

Non so bene quanti siano gli Stati, Staterelli o isolotti-Stato oggi esistenti. Diciamo, all’ingrosso, circa 200. Eppure il più strano animale tra questi duecento è l’Europa dell’euro. L’animale è grandino, conta ancora nel mondo, ma è anche un animale assurdo. È unificato da una moneta comune sottratta al controllo dei singoli Stati membri. E fin qui va bene. Però disporre di una moneta unica non basta: impedisce, è vero, il rimedio «sporco» della inflazione per fronteggiare i debiti; ma oggi come oggi facilita le incursioni monetarie della speculazione internazionale.

Il rimedio? Quello risolutivo sarebbe, a detta dei più, di arrivare a un’Europa federale. Ma temo che sia un rimedio impossibile. Uno Stato federale richiede una lingua comune. Difatti tutti gli Stati federali esistenti sono costituiti da componenti che si capiscono e parlano tra loro. La Germania parla tedesco, gli Stati Uniti e l’Australia l’inglese (e così pure l’India a livello di élite di governo), il Brasile il portoghese, l’Argentina e il Messico lo spagnolo, e così via citando. Se l’Europa diventasse uno Stato federale io mi potrei trovare sulla scheda di voto un candidato finlandese del quale non saprei nemmeno pronunziare il nome e del quale nessun europeo sa nulla. La sola piccolissima eccezione è la Svizzera, che però a livello di classe politica federale si intende benissimo. E trovo stupefacente che nessuno dei proponenti dell’Europa federale si renda conto di questo pressoché insuperabile ostacolo.

E allora? Allora il nostro strano animale è anche il più indifeso al mondo. Tutti gli altri Stati si difendono quando i loro interessi vitali vengono minacciati con dazi e severi controlli doganali. Persino l’Inghilterra, con un piede dentro e un piede fuori dall’Europa dell’euro, resta liberissima di proteggersi con dazi sulle importazioni; e siccome mantiene la sterlina resta anche liberissima di stampare moneta. Lo stesso è ancor più vero per gli Stati Uniti, che per esempio hanno di recente protetto «protezionisticamente» la loro produzione di acciaio.

L’Europa dell’euro è invece inerme, come se fosse votata al suicidio. Si prenda il recente caso dell’alluminio del Sulcis. L’Alcoa se n’è andata per la semplicissima ragione che la nostra energia elettrica è più cara (la importiamo in parte dalla Francia e, ironia della sorte, dalle sue centrali nucleari). Mi chiedo: non avrebbe senso che l’autorità europea della concorrenza si comportasse in modo più flessibile? Tanto da consentire all’Italia di salvare l’alluminio del Sulcis accollandosi il differenziale elettrico? L’occupazione si difende così. Se no come facciamo a produrre lavoro e ricchezza?

È un quesito al quale dovrebbero rispondere gli economisti. Ma negli ultimi venti-trenta anni gli economisti si sono buttati in massa sull’economia finanziaria (che è eccitante e rende anche bene), ignorando la distinzione che ricordavo. Leggevo l’altro giorno su Repubblica un articolo di Luciano Gallino, uno studioso molto serio della materia da tutti rispettato, intitolato «La strada da seguire per creare più lavoro». Mi sono detto: finalmente un titolo che affronta il problema senza fronzoli evasivi, senza paura di fare paura. Ma poi Gallino sa solo proporre la cosiddetta job guarantee (JG), una formula per la quale è lo Stato che crea direttamente occupazione. Sì, ma è troppo poco: sono gocce di acqua in uno stagno. Tutto serve o può servire; ma anche Gallino è costretto dai tabù che ci paralizzano a proporre un rimedio troppo piccolo per un malanno troppo grande.

Intanto la realtà è questa: che in Italia le piccole imprese che resistono alla crisi e che prosperano sono soprattutto le circa 13.000 aziende, di regola aziendine, create e gestite da immigrati. Tante grazie. Sono di solito imprese familiari che non hanno (per loro fortuna) la tutela della Camusso e dei nostri sindacati. Aggiungi che le nostre aziende di media grandezza in su continuano sempre più a fuggire dall’Italia (a meno di non poter utilizzare, restando qui, la manodopera sottocosto degli immigrati o anche dei clandestini). Al contempo tra il giugno 2011 e quello 2012 il flusso degli investimenti esteri che ci lasciano è stato di 235 miliardi, pari al 15 per cento del nostro Pil (prodotto interno lordo). E perché meravigliarsi?

L’Italia è un Paese la cui burocrazia è probabilmente tra le più lente, inefficienti e anche esasperanti della zona euro. Inoltre l’Italia è classificata tra i Paesi più corrotti tra i 200 che ricordavo all’inizio. Senza contare che persino lo Stato paga i suoi fornitori anche con dodici mesi di ritardo. Infine abbiamo un cuneo fiscale (il prelievo del Fisco sui salari) davvero eccessivo che, dice giustamente il presidente di Confindustria Squinzi, «strangola» la nostra economia. E anche questo non è certo un incentivo per attirare investimenti dall’estero.

Tirate le somme, la crisi dell’occupazione non verrà certo rimediata in un anno. E anzi temo che si aggraverà finché non cominceremo a proteggerci. D’altra parte non arrivo a intravedere una soluzione migliore alla politica delle porte spalancate di quella di una concorrenza vigilata e corretta da una forte autorità europea che sia flessibile e attenta alle emergenze. Qualcuno ha idee migliori? Se così, tanto meglio. La mia proposta intende soltanto sollevare il problema. Cominciamo a discuterne, invece di continuare a fare i finti (o magari veri) tonti.

A proposito della pratica demenziale della caccia

Ho letto ieri l’articolo di Margherita D’Amico, di cui condivido, non solo la passione per gli animali e la natura, ma soprattutto la tenacia nella difesa del diritto alla vita che sarebbe proprio di tutte le specie. Ogni volta che penso alla folle pratica della caccia, specialmente in un paese quasi desertificato, da tempo povero di flora e fauna come il nostro, mi viene in mente una ‘modesta proposta’, come la chiamerebbe Swift: non potremmo creare delle adeguate riserve di caccia per soli umani perché gli appassionati della morte si sparino serenamente tra loro ad armi pari? Molti potrebbero in tal modo soddisfare il loro irrefrenabile istinto omicida, senza infierire sugli animali ma semplicemente affrontando i loro simili, ostentando gaiamente costosi fucili e pallottole. Conosco un potente signore romano che scrive poesie sulla lucentezza delle pallottole: pensate un po’ a quali follie può arrivare la mente umana…

La caccia uccide anche gli uomini
Vittime innocenti di troppi fucili

di MARGHERITA D’AMICO
su «Repubblica.it»

Pochi ne parlano ma di pratica venatoria non muoiono soltanto gli animali. Negli ultimi quattro anni, 114 morti e 303 feriti provocati dai pallini dei cacciatori. Non più una faccenda legata alla difesa della fauna e del territorio bensì qualcosa che tocca le persone e la loro incolumità. L’Italia è il primo produttore europeo di armi sportivo-venatorie
ROMA – E’ la mattina del 13 ottobre e Vincenzo Pulicicchio, settant’anni, è stato a raccogliere funghi. Torna all’auto con il paniere pieno; cammina lungo la strada sterrata, frequentata da pedoni e veicoli, che divide la provincia di Catanzaro da quella di Cosenza, quando scorge un paio di esemplari irrinunciabili. Si sporge appena verso il cespuglio e dall’alto un colpo di carabina gli trapassa la spalla, spezzandogli l’aorta. Dissanguato, secondo l’Associazione Vittime della Caccia, è il nono dei 16 morti e 48 feriti provocati dalle armi venatorie dalla pre-apertura di questa stagione – 1 settembre – a oggi. Seguono di pochi giorni un ragazzo di sedici anni, ucciso per errore vicino Pavia dall’amico di diciassette, e Onorio Dentella, raggiunto nel Bergamasco dal proiettile del nipote inciampato durante una battuta. I cacciatori hanno fatto strage fra i loro colleghi (12 morti e 34 feriti), ma anche tra persone che avevano il solo torto di passare davanti alla canna dei loro fucili: 4 morti (2 bambini) e 14 feriti (3 bambini).

Di caccia allora non muoiono solo gli animali, ma non se ne parla mai: perché? A sentire i parenti di molte vittime, gli scampati, diverse associazioni che si occupano di diritti umani, un fitto velo di omertà copre questi fatti, che spostano l’asse rispetto alla questione venatoria. Non più una faccenda legata alla difesa della fauna e del territorio, roba da animalisti e ambientalisti, bensì qualcosa che tocca le persone e la loro incolumità, e ha al centro gli strumenti con cui il pericoloso hobby è praticato: le armi.

Quanti cittadini italiani finiscono dunque nei bersagli destinati agli animali? Quante armi, in virtù della caccia, circolano fra la popolazione civile? In mancanza di dati ufficiali, richiesti con insistenza alle istituzioni, ogni anno l’Associazione Vittime della Caccia mette insieme una parziale lista dei caduti, dedotta da notizie di stampa locale poi verificate. Se la stagione 2010-2011 risulta particolarmente tranquilla, 25 morti di cui uno solo non cacciatore e 75 feriti (subito prima del periodo venatorio peraltro, vicino Altamura in provincia di Bari viene abbattuto da un bracconiere don Francesco Cassol, addormentato nel sacco a pelo durante un ritiro spirituale), il 2009/2010 registra 31 decessi e 86 feriti, e nel 2008/2009 i morti sono 42, di cui 27 estranei alla caccia, e i feriti globali 94. Negli ultimi quattro anni, (pur con una tendenza in calo) è una strage: 114 morti e 303 feriti. “Il nostro elenco si limita alle vittime dei fucili da caccia, sia in ambito venatorio che, quando riusciamo a saperlo, extra venatorio,” spiega Daniela Casprini, presidente dell’associazione. “Escludiamo incidenti come cadute, infarti, e pure i suicidi ameno che questi ultimi non siano stati commessi da minorenni” Ciò nonostante la nota che si scorre sul sito dedicato alle vittime della caccia è assai nutrita: il bambino di Lucca impallinato al volto mentre gioca nel cortile di casa, le sorelline colpite dalle schegge del fucile dello zio, l’automobilista incolonnato e raggiunto da proiettile vagante, la segretaria comunale di Venosa colpita in giardino, il giovane che a Siena stramazza in campo mentre gioca a pallone, quando a Palermo, sempre con un fucile da caccia, un uomo spara dal balcone e uccide l’ex genero.

Oltre a essere, infatti, grazie all’articolo 842 del codice civile, gli unici depositari del diritto a entrare nelle proprietà altrui a meno che non siano recintate a norma (chiudere quattro ettari costa 15-20mila euro) potendo sparare fino a 150 metri dalle abitazioni e a 50 dalle strade, i cacciatori sono anche autorizzati a possedere un numero illimitato di fucili e carabine, con cui, al contrario di chi ha un revolver per la difesa personale, possono esplodere colpi anche in luoghi pubblici. In base alla direttiva 91/477/CEE e ss. mm. ii. a loro è inoltre consentito di viaggiare con i fucili al seguito per tutti gli stati membri con la carta europea armi da fuoco, e anche fuori dalla UE, grazie a permessi rilasciati senza grandi difficoltà dalle questure.

Come mai tanti favori a una minoranza – si stima che i cacciatori siano poco più di 700mila – non così amata dall’opinione pubblica, che oggi sembra più a favore di animali, ambiente e vita pacifica? L’Italia è il primo produttore europeo di armi sportivo-venatorie, copre circa il 60% dell’intera offerta comunitaria, arrivando al 70% se si considerano solo le armi lunghe da caccia e tiro, ed è il più importante paese esportatore nel mondo di armi sportive, commerciali e munizioni, con aziende leader nel settore come Beretta e Fiocchi. “Secondo dati Eurispes 2008 il comparto ha un giro d’affari valutato poco meno di 2 miliardi di euro, invece per il Consorzio Armaioli Italiani nel 2010 l’indotto delle armi civili realizzava più di 3 miliardi” dice Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio Disarmo. “La Rete Italiana Disarmo indica oggi in Italia 10 milioni di armi detenute ufficialmente, di cui la metà presso civili. Tra le categorie in possesso di licenza ci sono 50.000 guardie giurate, 178.000 sportivi del tiro a segno e circa 720.000 cacciatori.”

Spiegano dall’ANPAM, Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni Sportive e Civili: “Non sappiamo il numero esatto di armi da caccia vendute in Italia. Ma tutte le armi sportive e civili prodotte qui o importate devono essere testate, approvate, immatricolate e punzonate presso il Banco Nazionale di Prova. Conoscendo quindi la nostra produzione totale, esportata per il 90%, e quante armi lunghe vengono importate, stimiamo che ogni anno da noi ne vengano vendute intorno alle 50 mila, fra caccia e tiro sportivo.”

Ma quante e quali armi può avere un cacciatore? Quali esami psicofisici occorre superare per utilizzarle? “Un cacciatore possiede tutte le armi che vuole, ma fuori può portarne una sola, e se la lascia incustodita è reato penale” dice Gianluca Dall’Olio presidente di Federcaccia. A parte le carabine a canna rigata impiegate nella caccia agli ungulati, cervidi, mufloni e cinghiali, potenti quanto armi da guerra e capaci di raggiungere gittate di migliaia di metri “di regola si usano fucili ad anima liscia, principalmente calibro 20 e calibro 16, e ai nostri 450mila tesserati distribuiamo precisi vademecum.”

C’è chi dubita però che sia opportuno favorire ancora la massiccia presenza di questi utensili fra la gente.
Nel 2005 Christian Maggi ha 19 anni, vive a Sori in provincia di Genova e una sera, rientrando in motorino, si sente apostrofare dal terrazzo sopra il garage. “Vi siete divertiti?” chiede il vicino, 81 anni. Christian alza gli occhi e l’ex cacciatore gli scarica addosso 150 pallini. “Era in cura alla Asl, prendeva farmaci antimaniacali, ma gli lasciavano in casa due fucili” racconta il fratello Daniele. “Il processo penale si è chiuso subito, il gip non lo imputò di tentato omicidio ma di lesioni personali aggravate. Ha sparato nella schiena di Christian, inoperabile e costretto a convivere con tutto quel piombo in corpo, e non si è fatto un giorno di fermo.” Ed è ancora in una frazione di Sori, a Sussisa, che nel 2010 incontrano la morte le guardie zoofile Elvio Fichera e Paola Quartini, lei della LIPU, per mano di un cacciatore a cui stanno notificando una sanzione per le pessime condizioni di detenzione dei suoi cani. Renzo Castagnola uccide entrambi, quindi si toglie la vita.

“Parliamo di tragedie, ma non sottovalutiamo il disagio di dover tollerare estranei armati in casa propria” commenta Danilo Selvaggi, responsabile dei rapporti istituzionali della LIPU-Birdlife Italia. “Esiste inoltre una zona grigia fra caccia legale e bracconaggio, popolata di cacciatori che commettono piccole ma continue infrazioni.”

Tanti sicuramente sono ligi, ma c’è pure chi s’impone tagliando reti, uccidendo per rappresaglia animali d’affezione; conversazioni sui blog rivelano disinvoltura nell’ammettere frodi e abusi. Il clima è teso anche altrove, lo raccontano gli otto volontari italiani e tedeschi del CABS-Committee Against Bird Slaughter che nei Pirenei sono stati inseguiti dalle pallottole dei bracconieri a cui avevano disattivato quasi 700 trappole illecite. Per le guardie zoofile delle nostre associazioni più impegnate, fra cui Lipu, Lac, WWF, non è mai una passeggiata. Il 18 ottobre a Lumezzane, Brescia, finito un sequestro tre guardie del WWF tornano all’automobile, incustodita. Ripartiti, scoprono che qualcuno ha provveduto a tagliare i tubi del liquido dei freni, e solo un testacoda li salva da un burrone.

Possibile che le istituzioni al servizio del cittadino siano così evasive?
A quanto pare il Ministero degli Interni non è disponibile a trattare il tema, né sui guai combinati dalle armi da caccia la Polizia di Stato sa fornire alcun dato, informazione, commento. E dire che varie cronache riferiscono persino fenomeni di ricettazione di questi strumenti.
“Papà è morto alle 10.40, noi però siamo stati avvisati dai carabinieri alle 14.10, quando la notizia già circolava su internet; non abbiamo visto nemmeno un verbale” racconta Antonio Pulicicchio, figlio del cercatore di funghi ucciso a Soveria Mannelli. “A chi ha sparato pare fosse stato sospeso il patentino, si era unito lo stesso a una battuta al cinghiale e un amico medico gli ha prestato la carabina. Ha centrato mio padre da dieci metri. A causa dei cinghialai, squadre di rambo che si muovono anche in cinquanta, da queste parti la gente ha paura a uscire di casa.”

Luciano Cerutti invece viene stroncato a 56 anni in Val di Cadore, novembre 2005, da un selecacciatore, autorizzato ai cosiddetti abbattimenti di selezione fuori stagione. Femmine sterili, esemplari malati che verrebbero individuati a colpo sicuro, anche se per i requisiti minimi stabiliti dal Ministero della Salute con decreto 28/IV/1998 può rinnovare il porto d’armi chi veda con un solo occhio e abbia 8/10 di acutezza corretti da lenti e occhiali, chi decifri fonemi a non meno di sei metri di distanza pure per mezzo di impianti acustici (sotto questa soglia, ci si può consolare con la caccia in appostamento); nessuna prescrizione contro l’impossibilità di deambulare, mentre in caso di minorazioni agli arti superiori si può ricorrere alle protesi.

“Mio marito era salito alla sua piccola baita, bruciava ramaglie, l’uomo gli ha sparato da 55 metri. Non c’era nebbia, il fucile era dotato di binocolo; cercava un cervo e ha centrato Luciano al cuore” racconta la vedova Marcella Del Longo. “Non ha mai detto nemmeno ‘mi dispiace’. Ho due figli, il più piccolo ha perso il padre che adorava a tredici anni. Oggi a quell’uomo vorrei chiedere: cos’ha visto, quella mattina? Non mi risulta che mio marito avesse orecchie a punta, lunghe corna . Alcuni cacciatori hanno avuto il coraggio di chiedermi com’era vestito, come se bisognasse andare in giro a palle e strisce per non finire ammazzati.”