Archivio mensile:gennaio 2012

Claudio Strinati non ha consulenze e non è un ex

Su Repubblica del 26 gennaio – giornale con il quale Claudio Strinati collabora da vari anni (il che suscita qualche stupore..) – leggo il suo nome, in un articolo intitolato Dopo la pensione la super-consulenza: ecco l’Eldorado dei boiardi di Stato. L’articolo è firmato da Carmelo Lopapa che lo cita accanto a Luciano Marchetti, ingegnere, e a Giuseppe Proietti, archeologo, entrambi ex dirigenti Mibac in pensione, lasciando intendere in modo totalmente errato che anche lui sia un “ex” e che goda di privilegi e incarichi non ben giustificati. Preciso prima di tutto che Claudio Strinati è uno storico dell’arte (categoria spesso dimenticata), che, come tale, è in servizio nei ruoli del Ministero per i Beni e le Attività Culturali secondo una normale e trasparente progressione di carriera: prima come funzionario, a partire dal 1974, a Genova e a Roma; quindi, dal 1991, come Soprintendente della Soprintendenza per i Beni artistici e storici di Roma; in seguito, dal 2001 al 2009, come Soprintendente del Polo Museale di Roma (che è statale e non comunale, distinguendosi dal Polo Museale Capitolino per una “p” al posto di una “v”: amenità delle diciture…). Nell’epoca d’oro dei raccomandati e dei disinformati sottolineo che Claudio Strinati ha sempre vinto regolari concorsi prima di diventare funzionario storico dell’arte e poi soprintendente. Preciso, quindi, che attualmente non è in pensione ma che è in servizio attivo nei ruoli del Mibac, dal momento che, da quando è cessato il suo incarico al Polo Museale romano, è stato nominato dirigente generale di staff con funzioni di studio e ricerca, alle dirette dipendenze del segretario generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Non è quindi “rimasto da consulente nello staff del direttore generale del Mibac Mario Resca”, come scrive Lopapa e come riprendono con clamore i vari siti di gossip, ma è semplicemente un suo pari grado e, come tale, percepisce un regolare stipendio.
Chiunque voglia approfondire può leggere il suo curriculum in questo mio blog. Scrivo tutto ciò in aggiunta a una sua lettera, comparsa ieri su Repubblica, ridotta e riscritta rispetto all’originale.

Nel paese di Cetto Laqualunque si dice e si scrive che il Colosseo crolla: perché?

L’esercizio critico, nel nostro ex belpaese, sembra da tempo, e a molti, un’attività inutile e pericolosa: ai giornalisti, quando si limitano a trascrivere i comunicati stampa senza verificarne i contenuti; a noi stessi cittadini di una così nobile città, quando dimentichiamo rapidamente ogni cosa di giorno in giorno, senza curarci di trattenere in memoria almeno le informazioni più importanti, in questo caso quelle che riguardano il simbolo più famoso del comune patrimonio artistico e storico. Vittorio Emiliani, nel suo intervento, ricorda bene, invece, tutta la vicenda dei vecchi interventi degli anni Novanta sul Colosseo e conosce altrettanto bene la situazione attuale, tanto che, per i pochi che ricordano, è intervenuto più volte sulla questione; è in grado, quindi, di analizzare la sostanza del programma di intervento sponsorizzato da Della Valle, che, stando ai media, sembrerebbe vitale e urgentissimo, dato il precario stato del monumento. Negli ultimi giorni, addirittura, il problema dell’urgenza del restauro del Colosseo è diventato un fatto mediatico, soprattutto si è trasformato pericolosamente in un elemento di discrimine tra chi accetta liberalmente l’intervento dei privati – qualunque esso sia nel bel paese del qualunquemente – e chi si arrocca in modo fanatico nelle difesa del pubblico: è accaduto così che quella che doveva essere una semplice campagna di informazione, attenta e consapevole, si è trasformata in un attacco mediatico a chiunque mettesse in dubbio la correttezza delle procedure, dell’accordo siglato in forma privata (nel senso che non è stato reso pubblico), delle modalità discutibili dell’intervento di restauro affidato a imprese edili. Il tacito invito rivolto ai cittadini è quello non occuparsi di fatti che non li riguardano e che non è necessario conoscere, esaminare e capire. Nel paese di Cetto Laqualunque ognuno deve farsi i fatti propri. O no?

ll Colosseo è già in sicurezza. Altre sono le emergenze
Data di pubblicazione: 24.01.2012 — L’Unità — Eddyburg

Autore: Emiliani, Vittorio

Un’analisi lucida contro le molte – pretestuose – polemiche sulle denunce al bando per i restauri dell’anfiteatro. L’Unità, 24 gennaio 2012 (m.p.g.)

L’intervista del neo-ministro per i Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi, comparsa ieri sul “Corriere della Sera” contiene punti e spunti interessanti. Vi sono tuttavia taluni temi strategici della tutela sui quali sarebbe utile conoscere il suo più che autorevole parere: 1) nell’intervista si parla dei piani-casa (per lo più orrendi) voluti da Berlusconi e solo in parte corretti, non c’è notizia invece dei piani paesaggistici che MiBAC e Regioni dovrebbero avere già redatto da quel dì, e che sono lo strumento fondamentale di difesa dall’aggressione cementizia in atto, per cui la priorità delle priorità è fare il punto su di essi dopo la latitanza dei predecessori di Ornaghi, soprattutto di Sandro Bondi; 2) non vi sono accenni alla grave situazione del personale dei Musei che, senza interventi urgenti, porterà a chiusure sempre più frequenti: qua e là i portoni cominciano a rimanere penosamente, forzosamente sbarrati, magari la domenica; 3) silenzio pure sul rapporto centro-periferia che da anni ormai inceppa i meccanismi della tutela: Ornaghi non ne porta ovviamente colpa di sorta, ma, a fronte della megastruttura centrale, ci sono fior di soprintendenze ancora gestite “ad interim”, e (sono dati recenti forniti dall’arch. Roberto Cecchi oggi sottosegretario) quelle ai Beni Architettonici risultano così sguarnite di personale che, a Milano, ogni tecnico dovrebbe affrontare 79,24 pratiche al giorno…Mi fermo qui: questa è la realtà oggettivamente devastata della tutela dei beni culturali e paesaggistici e ad essa poco lenimento possono apportare i privati, le fondazioni, le associazioni. Su questi tre punti (ma ve ne sarebbero alcuni altri) lo Stato c’è o non c’è. Senza vie di mezzo.

Il ministro ribadisce la volontà di far decollare, coi dovuti paletti, l’operazione-Colosseo. Tutti siamo favorevoli. In chiarezza e con una premessa: il grido “il Colosseo crolla!” è clamorosamente fasullo. Il monumento-simbolo – l’ha chiarito bene la sua direttrice Rossella Rea ad “Ambiente Italia” (Rai3) – è stato “messo in sicurezza” coi 40 miliardi di lire forniti a metà degli anni ’90 dalla Banca di Roma. A cosa serviranno i 25 milioni di euro della Tod’s? L’ha specificato la stessa Rea: a) ripulire con nebulizzazioni i marmi dell’Anfiteatro; 2) rifare le cancellate; 3) togliere l’asfalto dai percorsi interni riscoprendo il travertino originario; 4) creare il Centro Servizi. C’entra tutto ciò con la sicurezza strutturale del Colosseo? Meno di zero. Il monumento “soffre”, questo sì, per le scosse continue del vicino traffico veicolare, anche pesante, e per l’eccesso di “pressione antropica”, cioè di visitatori. Qualcuno vuole eliminare il traffico? Per Alemanno è più facile gridare “al crollo”. Quanto ai 5 milioni di visitatori…se ne vogliono tanti di più.