Archivio mensile:luglio 2011

Vittorio Emiliani e Luca Del Fra sulla Domus Aurea

LA REGOLA D’ORO? PIÙ KOLOSSAL È L’APPALTO, MEGLIO È

di Vittorio Emiliani

l Ministero per i Beni Culturali agonizza per mancanza di risorse, di tecnici, di custodi? Niente paura. Il sottosegretario Francesco Giro – che si è fatto una fama (pensate un po’) durante la latitanza di Sandro Bondi – sostiene il costosissimo progetto di risanamento della Domus Aurea del suo quinquennale commissario, sinora a secco di risultati, ingegner Luciano Marchetti. Sono 35-50 milioni. Da pescare nel solito «tesoro» degli incassi del Colosseo. Che però, per una parte, alimentano il vastissimo bacino archeologico Roma-Ostia. Al quale – notizia di ieri – sono stati sottratti, con un colpo di mano, 5 milioni di euro per esso vitali e che rientrano in un bilancio da approvare, al massimo, entro marzo e che a fine luglio non lo è ancora. Andranno a coprire i debiti del Polo Museale di Napoli… Quello dell’ingegner Marchetti, commissario senza risultati, dal 2006, è un progetto «pesante» (acciaio+cemento). Dall’esito certo? No. Si sa però che installerà nella Domus neroniana, o marchettiana, ben tre ascensori, speciale passione dell’«ingegnere». Suo è quello che da tutta Roma si «ammira», e si maledice, in cima al Vittoriano. Al suo costosissimo progetto se ne contrappone uno della Soprintendenza, più soft e meno costoso, ovviamente. Ma il sottosegretario Giro non ci sta, vuole «chello ca costa ‘e cchiù», forse per passare alla storia. Una volta, nell’Italia dei beni culturali vigevano almeno criteri di dirittura morale e di efficienza tecnica (in Tangentopoli non ci fu un solo Soprintendente inquisito). Ora, da una parte il Ministero agonizza e dall’altra si varano appalti kolossal. Più kolossal è l’appalto, meglio è.
Ecco la regola. Aurea, è il caso di dirlo. Il grottesco è senza fine. Dal 2006 la Domus Aurea è commissariata con Marchetti. Dal 2009 lo è pure l’intera area archeologica Roma-Ostia, prima con Guido Bertolaso e poi con Roberto Cecchi che è pure il segretario generale del MiBAC.
Chi è che ora ha spostato 5 milioni di euro dall’archeologia di Roma-Ostia ai Musei di Napoli? Lo stesso Cecchi, immagino. Che, in veste di segretario generale, toglie quella cifra importantissima dalla
matrioska Cecchi commissario per l’archeologia romana. Si sperava che il nuovo ministro, Giancarlo Galan, sciogliesse il groviglio, congedando chi aveva avuto – all’Aquila o altrove – rapporti con Angelo Balducci leader della famigerata «cricca». Nulla di tutto ciò. Ognuno resta dov’è. Semmai sono gli uomini di Galan a restare fuori. Giorni fa, nel cuore di Roma, mi si è materializzato davanti, di colpo, il direttore generale che tanto criticammo anni fa, Francesco Sisinni. Mi ha chiesto secco: «Mi rimpiangete, eh?» E sorrideva, vendicativo e soddisfatto. Già, chi l’avrebbe mai immaginato?

L’Unità 22.07.11

Altro che restauri, l’acciaio incombe sulla Domus Aurea

di Luca Del Fra

La residenza di Nerone, chiusa dal 2005, va in rovina. Un progetto del commissario Marchetti e dei Beni Culturali prevede 45 pali conficcati tra gli affreschi per reggere un «tetto», 3 ascensori e un museo pensile. La damnatio memoriae rischia di abbattersi nuovamente sulla Domus Aurea di Nerone: se negli anni successivi al suicidio dell’imperatore avvenuto nel 68 d.C. per dimenticarlo i suoi concittadini ne sotterrarono la reggia, stavolta a sommergerla rischia di essere una colata di metallo. È quanto prevede il nuovo progetto di restauro, che porta la firma del commissario Luciano Marchetti e lo sponsor politico del sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Maria Giro (PdL): ben 45 pali d’acciaio confitti nella carne viva delle antiche vestigia, la presenza di tre ascensori e addirittura un museo pensile. Uno stupro archeologico o, se volete, un progetto in stile Las Vegas, dai costi altissimi e non risolutivo dei problemi che hanno portato alla chiusura e al commissariamento del monumento.
Dopo 19 secoli di interramento la Domus è riaperta nel 1999 grazie a uno scavo dal basso, senza alleggerire la collina sopra l’edificio che, svuotato, non è più in grado di sostenerla. L’incongruità strutturale è nota ma si pensa di aprire ai visitatori e in breve di avviare i lavori di alleggerimento, da allora però i cantieri restano chiusi. Presto la legge di gravità e le intemperie bussano alla reggia neroniana, che nel 2005 viene chiusa per le infiltrazioni d’acqua e gli evidenti segni di cedimento.
L’anno dopo l’allora ministro dei Beni Culturali Rutelli commissaria la Domus affidandola alle cure di Marchetti: scelta forse non lungimirante, già direttore regionale in pensione, il commissario comparirà nella lista Anemone, dice di stimare Angelo Balducci, è lambito dallo scandalo della ristrutturazione con fondi Arcus del palazzo di Propaganda Fide a piazza di Spagna – in cui compare la compagna Francesca Nannelli –, e vive al centro storico di Roma in una casa presa in affitto proprio da Propaganda Fide.
Ma il compito di Marchetti appare in discesa: nel 2007 è pronto un progetto del Ministero, approvato da soprintendenze e comitati, che risponde agli obiettivi del commissariamento: «l’eliminazione di situazioni di pericolo per le cose e le persone». Costo 15 milioni di euro, che vengono anche stanziati. Benché nel giugno 2009 con il solito trionfalismo Giro annunci il progetto appaltato, in un mese l’inizio dei lavori e in due anni l’apertura del sito, l’unica cosa evidente è il crollo nel 2010 di una parte del complesso, la galleria Traianea. Nel 2011 invece della riapertura Marchetti porta una troupe del Tg3 nella Domus e senza volerlo ammette il suo fallimento: dichiara che lì dentro piove ancora e le immagini mostrano lo scorrere dell’acqua sugli affreschi. Negli stessi giorni il direttore per le antichità del Ministero, Luigi Malnati, sottolinea che delle 150 stanze solo 2 sono state impermeabilizzate. Siamo a 5 anni dall’inizio del commissariamento: a questo ritmo vorticoso l’impermeabilizzazione durerà 370 anni. La débâcle del commissario è funzionale a soddisfare appetiti e voglia di visibilità: ecco la nuova mirabilia, con 45 pali d’acciaio infilzati nella Domus per sorreggere una copertura, poi ben 3 ascensori, vecchia mania di Marchetti, che da direttore regionale ne ha piazzato uno al Vittoriano causando non poche polemiche poiché sbuca ben oltre il tetto del monumento. Giro già da tempo parla ed esalta il progetto e il 14 luglio assieme a Marchetti dichiara che è cosa fatta, aggiungendo un museo pensile, ma alla stampa non sono presentate planimetrie o simulazioni dell’impatto. Poco importa se tra i compiti del commissariamento non compaiano né coperture, né musei pensili, né ascensori, e dunque Marchetti non avrebbe mandato per realizzarli: il capolavoro siderurgico costerà tra i 35 e i 50 milioni di euro, con un incremento di spesa del 300%. Il tutto avviene prima che la soprintendenza e i comitati ecnico-scientifici del Ministero abbiano espresso il loro vincolante parere, in un chiaro tentativo di forzargli la mano.
Si è scatenata un’aspra polemica col Pd in prima linea: per il senatore Marcucci è «un progetto invasivo da apprendisti stregoni» e presentato un’interrogazione parlamentare, mentre per il coordinatore del settore cultura del Pd Matteo Orfini: «La Domus Aurea è l’ultimo di una serie di scempi perpetrati durante il governo Berlusconi. Per Pompei il ministero aveva garantito risultati inesistenti, è finita nel dramma e nel discredito internazionale».
Nei giorni scorsi con cautela la soprintendenza ha sottolineato come il nuovo progetto non abbia sufficienti consolidamenti e dà via libera solo ai lavori compresi nel primo progetto, rimandando ai pareri dei comitati tecnico scientifici, dove molti prevedono scontri gladiatori. Piuttosto che la salvezza della Domus Aurea, per ora ha prevalso la voglia di appalto – che in regime commissariale avviene senza bando, in stile Protezione civile. Stile che Marchetti conosce bene come vicecommissario per la ricostruzione di l’Aquila con deleghe ai Beni Culturali.

L’Unità 22.07.11

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Ancora sugli sbancamenti a Colle Oppio

ADNKRONOS di oggi, 18 luglio 2011

Il comunicato è minaccioso ed essenziale. Non credo che molti giornali riprenderanno la notizia e la commenteranno in modo critico. Preoccupiamocene noi…

“Parlando poi dei finanziamenti necessari per i lavori sulla Domus Aurea, il sottosegretario Giro ha detto che ”il Colosseo salverà la Domus Aurea per la quale ogni anno dobbiamo prevedere fondi ordinari e straordinari, per i quali c’è l’impegno del ministro Galan molto sensibile ai problemi di Roma. Per i fondi ordinari – spiega – una parte dei proventi della bigliettazione del Colosseo, circa 35 milioni l’anno sicuramente destinati ad aumentare – sarà destinata alla Domus. Contiamo di recuperarne almeno 4 milioni l’anno”. Per ora ce ne sono solo una decina ma ”bastano per iniziare”, sottolinea il sottosegretario.

Intanto sono iniziati i lavori sulla Domus Aurea. ”Per ora – spiega Luciano Marchetti, dal 2006 commissario straordinario della Domus Aurea – stiamo procedendo con i lavori di consolidamento delle volte per seguire, da settembre, con i lavori di sbancamento del terrapieno di circa tre metri che sovrasta la struttura e dalla quale provengono le infiltrazioni di acqua a causa del carico di 6 tonnellate di terra al metro quadro che grava sull’edificio”.

Verrà sbancata una parte dei giardini di Colle Oppio inizialmente con un mezzo meccanico di 3,5 quintali di peso (un mezzo più pesante potrebbe sfondarne il tetto), che sbanca 60 centimetri cubi di terra per volta, poi si procederà a mano per evitare problemi alle volte sottostanti. I lavori riguardano l’area che va dalla sala Ottagona fino all’area est. Potrebbero venire fuori delle grandi e inaspettate rivelazioni archeologiche.

Possiamo dire addio ai giardini di Colle Oppio.

Prima di tutto ringrazio Barbara per avere inserito l’articolo di Francesca Giuliani. Potete leggerlo nel suo intervento o su la Repubblica di oggi, 15 luglio 2011. Pregherei chiunque legga di far girare quanto più è possibile la notizia dell’imminente intervento sui giardini di Colle Oppio e sulla sottostante Domus aurea. Sarebbe importante che molti cittadini si attivassero per saperne di più ed evitare azioni di intervento violente e irreparabili in un’area unica al mondo.

Vorremmo vederlo questo progetto, cari ingegneri. Fatecelo vedere, almeno. Vorremmo vedere le volte di cemento, le intercapedini di cui parlate, il sistema di accesso alle sale, gli ascensori…
Vorremmo sapere, come e soprattutto quando risistemerete lo storico giardino di De Vico una volta che lo avrete distrutto. Il giardino di via dei Fori Imperiali, del resto, è stato annientato quasi vent’anni fa mentre è più recente l’abbattimento degli alberi centenari di piazza Venezia: il risultato estetico del costoso scempio non richiede commenti, quello della ricerca andrebbe discusso e confrontato con gli scavi del primo novecento. Immagino che il verde sia l’ultimo dei problemi degli attuali commissari ed ingegneri, nonostante per gli archeologi del millennio scorso fosse tra i primi, pari solo alla passione storica e conoscitiva. Spiace molto che i giornalisti riscrivano quasi pari pari i comunicati stampa senza accertarsi e informarsi in modo coscienzioso, senza capire in modo critico di che si tratta, di che si sta parlando esattamente, specialmente quando si tratta di aree pubbliche amate dai cittadini, di Beni storici e artistici di enorme delicatezza e di complessa gestione. Qualcuno dovrebbe far notare ai progettisti (entrambi ingegneri) che la domus aurea, come Pompei, richiederebbe forse solo (si fa per dire…) cure e interventi rituali e costanti di tecnici archeologi e restauratori piuttosto che intrusioni di cemento e di ascensori. Inoltre, forse, la domus aurea non dovrebbe essere visitabile per la sua estrema delicatezza: come le grotte di Lascaux, come la tomba di Nefertari (restaurata sotto la guida del glorioso e pressoché scomparso Istituto italiano per il restauro), anche la domus aurea dovrebbe essere sistemata con cura e chiusa, accessibile solo a richiesta. Anche il tempio pitagorico a Porta Maggiore è chiuso per la fragilità dei suoi stucchi, ha problemi gravi di infiltrazioni, soffre di incuria, con i treni che gli passano sopra ogni giorno: come mai nessuno chiede che sia aperto? che sia smantellata la ferrovia? come mai non gode della stessa pericolosa attenzione mediatica di cui gode invece la domus aurea? forse perché manca un personaggio di richiamo come Nerone? Come ne sarebbe stato felice l’imperatore pop morto suicida! Chissà che non ci pensi la damnatio memoriae a frenare lo scempio imminente dell’innocente giardino… Non sarà rischioso trascurare questa interdizione, anche a distanza di secoli? I Flavi cancellarono la memoria dell’imperatore interrando e nascondendo allo sguardo la sua fastosa dimora; Traiano ci costruì sopra le terme. Noi moderni tecnocrati, invece, la riporteremo in piena luce, incuranti del divieto: abbatteremo il giardino, costruiremo delle belle volte di cemento, scale mobili, ascensori, soprattutto biglietterie che qualche disinteressato sponsor utilizzerà come vetrina delle sue merci. Non sarebbe meglio riflettere ancora, prima di cominciare, per accertarsi che un’operazione così radicale e temeraria non sia per di più segnata da infausti auspici …?

Beni culturali in disfacimento

Ministeri come deserti… Signori, fra tre anni si chiude,
di Vittorio Emiliani

Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali fra tre anni sarà una sorta di deserto: niente dirigenti, soprintendenti, tecnici, né custodi. Non lo dice il solito critico catastrofista Lo annuncia il sottosegretario Francesco Giro. «Il problema del personale è ancora più preoccupante di quello delle risorse. «Il sottosegretario Giro ogni tanto rinsavisce», ha commentato il segretario della Uil-Bac, Gianfranco Cerasoli. Ora, bisogna sapere che, secondo conti riportati dal segretario della Cgil-BC, Libero Rossi, se il personale della «gallina dalle uova d`oro» del nostro turismo si è ridotto, dal 1997 ad oggi, del 25,2 per cento, le sue risorse generali sono precipitate del 35 per cento.

Al punto che ispettori e tecnici non possono nemmeno più andare in missione nelle aree archeologiche come nei cantieri edilizi o di restauro fuori città: non ci sono più soldi. Proibito usare l`auto personale (per ottenere, anche anni dopo, rimborsi francescani). Soltanto autobus ni. , trenino, bicicletta, o a piedi. Del resto, sapete a quanto ammontano i buoni-pasto per questi solerti funzionari? A 7 euro l`uno. E gli stipendi allora? Con una trentina di anni di anzianità un direttore di[ museo o di area archeologica (o magari di tutt`e due) porta a casa 1.700 euro al mese.

Nelle Soprintendenze mai come ora si è provata la mortificante sensazione di appartenere ad un Ministero dove chi lavora, lavora tanto, guadagna poco e non ha nemmeno le motivazioni, lo status di un tempo. Del resto l`onorevole Sandro Bondi ha potuto impunemente giocare al «fantasma del Collegio Romano» e il suo successore non sembra brillare per particolare attivismo e volontà di approfondimento (anche se ha il merito di aver applicato la sentenza del Consiglio di Stato su Vittorio Sgarbi imposto da Bondi a Venezia). A fronte di un Ministero che ha perduto – perché avevano raggiunto la soglia dei 67 anni o perché avevano 40 anni di versamenti (avendo vinto il concorso giovanissimi) un numero impressionante di intelligenze appassionate e competenti: dal direttore generale per l`archeologia Stefano De Caro a quello per il paesaggio, Mario Lolli Ghetti, a soprintendenti quali Piero Guzzo, Maria Luisa Fornari, Liliana Pittarello, Ruggero Martines, Carla Spantigati, ecc. Altri personaggi sono stati messi a fare praticamente nulla, come l`ex soprintendente del Polo museale di Roma (e dico poco) Claudio Strinati, ancora lontano dalla pensione, sostituito da una soprintendente bocciata in tutti i concorsi ai quali ha partecipato. C`erano tanti quarantenni scalpitanti e preparati alle spalle dei giovani pensionandi? Proprio no, visto che il Ministero ha indetto pochissimi (e contestati) concorsi, uno, sommerso dai sarcasmi, fatto apposta per i cosiddetti «bocciati e redenti». Dove qualcuno è stato ri-bocciato. In forza di ciò ci sono ben 31 Soprintendenze o Archivi retti ad interim da titolari di altre gravose Soprintendenze. Ho contato otto «interim» soltanto nelle Soprintendenze ai Beni Architettonici e Paesaggistici.

C`è chi deve coprire una intera grande regione o, nel contempo, saltare da una regione nei giorni pari all`altra nei giorni dispari.
Sempre per stipendi mediocri. Tenete conto di un fatto: le Soprintendenze ai Beni architettonici e paesaggistici sono quelle più in difficoltà perché devono tutelare un paesaggio continuamente aggredito da un`edilizia spesso illegale o abusiva, e comunque rispondere a continui quesiti, compiere sopralluoghi, vigilare su centri storici anche minimi ma preziosi. Con un numero di tecnici così ridotto che ad ognuno di loro toccano anche un migliaio di pratiche l`anno, cioè 4 o 5 per giorno lavorativo. Se il personale sta così male, quanti e redenti», dove c`è chi riboccia addirittura sono i fondi per gli investimenti nella tutela? Appena 53 milioni per il 2011. Briciole per un patrimonio che conta oltre 20.000 centri storici (di cui almeno mille straordinari), molti di origine etrusca, italica, magnogreca e romana, 95.000 chiese, 40.000 fra torri e castelli, e molto altro ancora.

L`elencazione di casi e situazioni disperanti potrebbe continuare, ma bisogna domandarsi: perché? Soltanto sordità, incultura, cialtroneria? No. Perché anche così deboli le Soprintendenze danno fastidio ai poteri forti, nazionali e locali. Allora meglio indebolirle vieppiù e commissariarle dove si può. Un altro «perché» lo ha esposto esemplarmente la responsabile culturale della Confindustria, Patrizia Asproni: «Sono stanca del Ministero per i Beni e le Attività culturali. Non ne abbiamo più bisogno.

Il patrimonio culturale del Paese deve entrare nella competenza del Ministero dello sviluppo economico». Insomma, basta con la tutela e avanti coi buoni affari. Non è una battuta: è la strategia di attacco in corso.

L’Unità 14.07.11

Vittorio Emiliani sul Colosseo..

La vicenda dei restauri del Colosseo fila liscia come l’olio nella comunicazione della stampa: tutti plaudono alla meravigliosa iniziativa. Vittorio Emiliani sembra essere l’unica voce critica. Ve la ripropongo direttamente dal giornale l’Unità, che oggi – 11/7/2011 – trovate in edicola.

Un contratto di sponsorizzazione per 15 anni e il logo della Tod’s sui biglietti d’ingresso…

Il Colosseo? Ora è un marchio – Assalto dei privati alla cultura

di Vittorio Emiliani

Il caso Della Valle-Colosseo. Esempio emblematico di un modello: l’ingresso in forze dei privati nei beni culturali? Un po’ di milioni versati a fronte di «esclusive» pluriennali per l’utilizzo fotografico, tv, commerciale.

Claudio Lotito ha parlato chiaro: il Colosseo sarà il nuovo marchio della sua Polisportiva Lazio. Temo che Lotito non legga molto i giornali. Un suo diretto concorrente, il patron della Fiorentina Diego Della Valle, re delle scarpe, lo ha largamente preceduto stringendo col commissario straordinario (eterno?) all’archeologia di Roma e di Ostia, Roberto Cecchi, un contratto di sponsorizzazione, che riserva per quindici anni il marchio del Colosseo a lui. Che, inoltre, potrà stampigliare il proprio logo aziendale sugli oltre 5 milioni di biglietti annuali. In quindici anni, coi prevedibili incrementi, 80-90 milioni. Souvenir che andranno in tutto il mondo. Il marchio Tod’s campeggerà pure sui tendoni di 2 metri e 40 che nasconderanno i restauri, non brevi. A fronte di 25 milioni di euro, il Ministero apparecchia una ricco set di ritorni pubblicitari.
Della Valle, alla conferenza-stampa, è stato molto corretto: «Noi non facciamo beneficenza». Cioè questa non è una donazione liberale. Poi – forse per l’assenza quasi totale di rilievi critici sulla convenzione genuflessa predisposta dal MiBAC – è montata l’euforia.
Al convegno organizzato in materia al Teatro Argentina la responsabile di Confculture (Confindustria), Patrizia Asproni, è partita bene: «Noi siamo imprenditori e vogliamo fare profitti. Della Valle prima investiva nello sport, ora nel Colosseo. Lo sport non ha più appeal a causa della corruzione e del doping». Poi ha calato l’asso di bastoni: «Sono stanca del Ministero per i Beni e le Attività culturali. Non ne abbiamo più bisogno. Il patrimonio culturale del Paese deve entrare nella competenza del Ministero dello sviluppo economico». Insomma, è la redditività dei beni culturali a dettare l’agenda. Non più la ricerca: scientifica, artistica, archeologica. Non più il valore «in sé e per sé» della cultura. I professori studino pure; priorità e usi spettano al profitto. E la tutela del patrimonio? Un bel fastidio, oggettivamente. Roba da «talebani della tutela», come disse Andrea Carandini nel sostituire (in 4’) Salvatore Settis, dimissionario, alla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali.
L’operazione-Colosseo come modello per l’ingresso in forze dei privati nei beni culturali? Un po’ di milioni versati a fronte di «esclusive» pluriennali per l’utilizzo fotografico, televisivo, commerciale, ecc. In qualche caso – vedi Palazzo delle Esposizioni e Scuderie del Quirinale (ne ha parlato pochi giorni fa il Corriere della Sera nella pagine romane) – si accenna a far gestire a privati quegli spazi pubblici restaurati con ingenti fondi statali e comunali, Per sdemanializzarli e rinsanguare le esauste casse municipali? Forse. Riecco due spettri: a) la Patrimonio SpA di Tremonti creata per dismettere edifici pubblici anche di pregio storico; b) la privatizzazione dei musei avanzata da Giuliano Urbani, sommerso dall’unanime sollevazione dei direttori di musei del mondo intero.
Della Valle aggiunge: «Speriamo di dare presto notizie concrete di restauri anche a Pompei, Venezia, dove bisogna pensare al Canal Grande, e di un grande intervento anche a Firenze. Voglio fare un bel regalo al sindaco Renzi». Sino a ieri la famiglia era molto interessata al business del nuovo Stadio, condizione essenziale per tenersi la Fiorentina, e già sull’area prescelta s’erano accese fiere polemiche.
Aspettiamo e vediamo ‘sto regalo. In questi giorni è riemersa una parola magica: mecenatismo. Qui bisogna chiarirsi le idee: queste sono sponsorizzazioni con un chiaro profitto privato sotto forma di ritorno di immagine; il mecenatismo è altra cosa. Lo si può capire con una gita ad Ercolano. Qui opera da anni la donazione di David W. Packard, dell’omonimo gigante dell’informatica. Che, in silenzio, finanzia, attraverso la Packard Humanities Institute, manutenzione ordinaria e straordinaria di quel magnifico sito, sulla base di un’intesa progettuale con l’ottimo soprintendente del tempo, Piero Guzzo (lo stesso messo in croce a Pompei da un commissariamento che ha stravolto il grande teatro romano, ed ora in pensione).
Sono state ripristinate le fogne e le canalizzazioni della città antica. Packard – come ha scritto Francesco Erbani su Repubblica – è il figlio del fondatore dell’azienda, viene da studi classici e si è fidato in pieno degli archeologi a cominciare da Guzzo, lavorando con loro (e non con pretesi manager) a sbrogliare l’intrico burocratico al fine di riparare subito i danni, sempre gravi nelle città antiche, prodotti dalle acque piovane che ruscellano dai tetti, o dal guano dei piccioni, oppure dagli scarichi intasati sottoterra da materiali remoti.
È stato messo norma l’impianto elettrico dando ad Ercolano una efficiente illuminazione notturna. Senza contropartite? Esatto. Questo si chiama mecenatismo.