Archivio mensile:febbraio 2011

Quale colpa hanno commesso le balene?

Wellington, 21 feb. (TMNews) – Più di un centinaio di balene pilota sono morte spiaggiate sull’isola di Stewart Island, a sud dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda, secondo quanto riferisce un responsabile del ministero della Protezione ambientale neozelandese.

A scoprire i 107 cetacei sono stati alcuni passanti, ha precisato il portavoce, precisando che la maggior parte di loro era morta, mentre 48 sono stati uccisi, per l’impossibilità di rimetterli in mare. “Abbiamo capito subito che sarebbero servite 10-12 ore per riportarle in mare, ma che il sole e il caldo le avrebbero fatte morire prima”, ha spiegato il responsabile. La balena pilota, chiamata anche Globicephala, arriva a misurare 20 metri di lunghezza ed è la più frequente nelle acque neo-zelandesi.

In memoria di Giovanni Bollea…

Giovanni Bollea era già vecchio quando lo conobbi e l’impressione che mi fece da subito fu quella di una sincerità totale e immediata. Parlava con quella felice e sapiente consapevolezza che sarebbe tipica dei bambini, se oggi ancora se ne trovassero, immuni dal contagio globale. Giovanni è stato un esempio vivente di come l’autenticità delle emozioni, dei sentimenti, dell’intelligenza intuitiva, renda assurda ogni classificazione, inutile il conteggio degli anni. Mi è sempre sembrata aberrante la nostra classificazione delle età: neonato, bambino, adolescente, giovane, adulto, anziano, vecchio: con tutti i pregiudizi che a ogni età si legano, inevitabili.
Per i romani fino a diciotto anni si era puer, dai diciotto ai trenta adulescens, da trenta ai quarantacinque iuvenis, poi si era senior e quindi senex. Il cursus honorum aveva ancora limiti di età ben precisi quando il puer Ottaviano li infranse, a diciotto anni, con conseguenze inimmaginabili per l’equilibrio dello Stato: gli ordinamenti della Repubblica restarono in piedi – magistrature, organismi di controllo, ecc – ma vennero del tutto svuotati di senso e di efficacia dall’invasione della politica e dal potere assoluto del princeps, come lui stesso si definì. Ottaviano, a detta sua, era solo il “primo” ad avere il diritto di parola nelle riunioni del Senato, solo un primus inter pares insomma, che però cambiò subito il suo nome in Imperator Caesar Augustus. Basta leggere ancora oggi le sue res gestae, la cronistoria delle sue imprese, da lui stesso dettata, affissa sull’esterno dell’Ara Pacis: pacificatore di Roma e dell’impero, unico protagonista delle storia. Cosa c’è di meglio di un supremo ordinatore quando i conflitti politici e le guerre civili lacerano il tessuto di una nazione? “Chi se non lui?” si dice sempre di chi si prende il compito di riportare la pace cancellando le regole e le istituzioni, assumendosi compiti in nome di un popolo virtuale che gli delega tacitamente ogni potere. La libertà allora, “ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”, diventa un nome vano per molti che preferiscono dormire in una stanza buia e silenziosa piuttosto che essere svegli e lottare in piena luce nel mondo rumoroso e disordinato.
Giovanni aveva conservato in sé il bambino sapiente ed era in grado di combattere con audacia, senza paura, liberando la voce degli altri bambini spaventati dalle falsità e dalle violenze degli adulti. Inascoltata ancora la sua straordinaria proposta: i genitori avrebbero dovuto piantare due alberi per ogni nuovo nato perché l’aria e la vita, data e offerta, si compensassero in un perenne scambio. Quanti di noi conoscono e intendono un’idea così semplice e poetica tanto da metterla in pratica? Quando ero bambina c’era la festa degli alberi: le maestre ci portavano a piantare alberelli in un certo giorno dell’anno che non ricordo quale fosse. Quando ero bambina piante e animali non erano stati rifiutati dalla città: i gatti abitavano nelle rovine, nei cortili dei palazzi, nelle piazze.
Ieri, sul marciapiede che gira intorno al Colosseo, qualcuno aveva deposto il corpicino rigido di un gatto: investito? avvelenato? morto di stenti? Comunque nessuno dei passanti ci badava né riconosceva in lui un fratello..
Ciao Giovanni! Che la memoria tua resista a lungo nell’opera che hai svolto, nella testimonianza di tanti che hai beneficato, nei tuoi scritti, negli affetti di coloro che hai amato. Possa tu ricordare a tutti la sacralità e la sapienza dell’infanzia capace di dialogare con le pietre e con gli alberi, con gli animali e con le nuvole, come a una parte integrante di sé..

biografia di Claudio Strinati

Ho letto per caso il curriculum di Claudio sul sito del MIBAC e mi sono stupita della totale assenza di dati sulla sua lunga e ricca attività culturale, per altro tuttora in corso. Ho pensato di porre riparo al suo ingovernabile minimalismo pubblicando sul mio blog il suo “vero” curriculum per chiunque fosse curioso di sapere meglio tutto quel che ha fatto e che va facendo.

Claudio Strinati, nato a Roma il 17 settembre 1948, storico e critico d’ arte.
Laureato nel 1970 in Lettere moderne (indirizzo e specializzazione in Storia dell’ arte) con il prof. Cesare Brandi, si è poi perfezionato nella disciplina e, dopo avere conseguito una borsa di studio presso l’ Accademia di San Luca in Roma, è stato per due anni docente di storia dell’ arte nei licei pubblici statali finché, nel 1974, è entrato, per concorso, nei ruoli del Ministero per i Beni e le Attività culturali, percorrendovi la carriera di funzionario tecnico storico dell’ arte: prima come Ispettore presso la Soprintendenza alle Gallerie e Opere d’ arte della Liguria con sede a Genova, poi a Roma, presso la Soprintendenza per i Beni artistici e storici del Lazio con il grado di Direttore e infine, dal 1991, dopo aver superato un concorso per dirigente, come Soprintendente, carica che ha ricoperto fino al luglio del 2009, quando è stato designato Dirigente Generale nello staff del Ministro per i Beni e le Attività culturali, interrompendo l’attività amministrativa sul territorio per dedicarsi a attività di studio ricerca e consulenza interna.
Negli anni di servizio presso il Ministero ha anche svolto attività di docenza, a contratto triennale, presso l’ Università degli Studi di Udine nel periodo 1987-89, sempre nel settore dei Beni Culturali. Ha svolto e svolge anche attività pubblicistica inerente all’ arte figurativa e alla musica ( i cui studi ha sempre coltivato in parallelo con quelli sulla arti figurative), scrivendo su la Repubblica e sul magazine dello stesso quotidiano, Il Venerdì, dove ha una rubrica musicale. Ha pubblicato numerosi contributi di carattere scientifico in varie riviste specializzate, italiane e straniere, su argomenti compresi tra il Rinascimento e l’ epoca neoclassica. Si è occupato anche di arte contemporanea e ha curato alcune mostre su eminenti artisti del Novecento come Manzù, Greco, Pirandello, Mafai, Afro ( tutte tenute nel Museo Nazionale di Palazzo Venezia).
Ha curato con particolare dedizione i rapporti culturali internazionali organizzando mostre e manifestazioni in varie nazioni, tra cui la Francia, l’ Inghiltera, la Germania, la Spagna, la Grecia, l’ Olanda , la Norvegia, la Svezia, Malta, l’ Ungheria, la Turchia, l’ Egitto, la Russia, Gli Stati Uniti d’ America, il Canada, il Messico, l’ Agentina, il Brasile, l’ Australia, il Giappone, la Cina.
Tuttavia l’ ambito storico artistico cui si è maggiormente dedicato negli anni della Soprintendenza è stato quello dell’ arte nel secolo diciassettesimo con alcune “incursioni” anche nell’ età del Rinascimento cui si è dedicato con una grande mostra su Sebastiano del Piombo, tenuta nel 2008, prima a Roma in Palazzo Venezia, e in seguito a Berlino nel Museo Dahlem, e giudicata dalla critica specialistica tra le migliori mostre dell’ anno. Ha poi curato una mostra su Il Quattrocento romano tenuta con successo, sempre nel 2008, presso il Museo del Corso della Fondazione Roma. Sua la mostra Caravaggio, tenutasi alle Scuderie del Quirinale di Roma nel 2010 , di cui ha curato il catalogo edito da Skira: mostra che ha avuto un successo straordinario ed è stata una delle più apprezzate e visitate in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi.
A partire dalla metà degli anni novanta fino a oggi ha concepito e allestito esposizioni di notevole respiro destinate a ripercorrere l’ intera storia dell’ arte del Seicento soprattutto, ma non esclusivamente romano, individuata sia nei sommi protagonisti sia nei cosiddetti minori. Nelle sedi istituzionali di Palazzo Venezia e Palazzo Barberini ha così allestito mostre del Caravaggio e dei caravaggeschi, del Domenichino, di Pietro da Cortona, del Lanfranco, di Orazio e Artemisia Gentileschi, ( curata da Keith Christiansen del Metropolitan di New York) di Andrea Sacchi, di Mattia Preti, ma anche di personaggi meno conosciuti ma di cruciale importanza in quell’ epoca storica come Agostino Tassi, Francesco Cozza, Alessandro Algardi e altri. Ne è scaturita una sorta di ampia enciclopedia dell’ arte caravaggesca e barocca che ha segnato una tappa interessante degli studi attuali di storia dell’ arte nel nostro Paese.
Altre mostre sono tuttora in corso di preparazione.
Ha dedicato molto lavoro anche alla riorganizzazione dei musei statali romani. Sotto la sua Soprintendenza è stata restaurata e riaperta al pubblico la Galleria Borghese, museo di cruciale importanza nel panorama italiano. E’ stato poi recuperato allo Stato il grandioso Palazzo Barberini, da oltre sessanta anni occupato per larga parte da istituzioni che nulla avevano a che fare con la Galleria Nazionale per la quale il palazzo fu acquisito allo Stato nell’ immediato dopoguerra rimanendo però largamente sottoutilizzato. Ha altresì recuperato molti spazi del Palazzo Venezia rendendoli disponibili all’ ampliamento del museo e alle grandi mostre e ha collaborato attivamente alla riapertura generale del Vittoriano che è divenuto in pochi anni uno degli spazi espositivi più importanti della città.
Un altro settore cui si è molto dedicato è quello del restauro e della catalogazione delle opere d’ arte. Sono migliaia, infatti, le opere che sono state sottoposte a restauro sotto la sua Soprintendenza in tutto il territorio di Roma e del Lazio, e centinaia di migliaia le opere catalogate e rese disponibili allo studio di tutti gli interessati attraverso un sistema informatico che è in costante sviluppo.

Ha pubblicato molti libri di storia dell’ arte che hanno incontrato notevole riscontro di lettura e di critica. In particolare è in corso di pubblicazione un ciclo di volumi dal titolo Il mestiere dell’ artista, editi da Sellerio (il primo è uscito nel 2007, il secondo nel 2009, il terzo è di prossima pubblicazione), che ripercorrono momenti salienti della storia dell’ arte italiana dal Trecento a oggi. Nel 2010 è uscita con l’editore Skirà una imponente pubblicazione su I Caravaggeschi, da lui ideata, risultato di lunghi anni di lavoro in collaborazione con Alessandro Zuccari che ne ha curato la versione finale; sempre nel 2010 sono stati pubblicati due imponenti volumi, il primo su Raffaello, edito da Scripta maneant, il secondo su Bronzino edito da Viviani. Ha in preparazione un libro su Tiziano.
E’ Ufficiale al merito della Repubblica Italiana e ha ricevuto la Legion d’ Onore francese per attività culturali svolte negli ultimi dieci anni a Parigi, in particolare presso il Museo del Lussemburgo con il quale ha attivamente collaborato organizzando mostre su alcuni sommi maestri dell’ arte italiana (Raffaello Sanzio, Paolo Veronese, Tiziano Vecellio) che hanno incontrato ottimi riconoscimenti da parte del pubblico e della critica.
Nel suo nuovo incarico ha curato nel 2010 il catalogo della mostra sul Trittico di Beffi, un capolavoro dell’ arte italiana del Quattrocento conservato presso il Museo Nazionale dell’ Aquila che, a seguito del terremoto che ha sconvolto la città, è stato inviato, come simbolo della resurrezione dopo la sciagura, in un “tour” presso vari musei degli Stati Uniti riscuotendo grande interesse di pubblico e di critica.
Ha collaborato alle celebrazioni per l’ Unità di Italia in corso già dal 2010. In tale ambito ha curato l’ esposizione La France et le “Risorgimento”, tenuta nel settembre 2010 al Museo Nissim de Camondo di Parigi in occasione della visita di stato in Francia del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano.

Susanna condivide le riflessioni sui gatti "filosofi"..

Riporto le parole di Susanna (con il suo permesso..) sui comportamenti “filosofici” dei gatti: chissà che non convinciamo anche qualcun’altro a osservare i nostri amici con attenzione per imparare da loro a meditare e a non affrettarci inutilmente…

Anche io ho spesso la sensazione che la mia gatta, Princeza, guardi oltre la superficie delle cose, a volte anche oltre il mio stesso sguardo. E come è curioso quel loro modo di incantarsi sulle cose.
Condivido molto la sua passione per i gatti e anche io penso che sia proprio un peccato che non popolino più le strade del nostro centro storico, anche se in alcune parti di Monti ancora si può avere la gioia di vederli gironzolare. Sebbene la loro presenza, e anche assenza, in una città sia un fatto che non mi è mai passato inosservato, non avevo mai riflettuto sul perché avessero questa straordinaria capacità di rendere un luogo allegro e rassicurante. Mi ci ha fatto pensare la sua osservazione sui gatti romani quali veri autoctoni: è perché sono segno di autenticità e vita.
Basti pensare a Terracina. Se ci è stata, avrà sicuramente fatto caso a quanti sono i gatti che testimoniano che quel bellissimo centro storico continua ad essere vissuto da vecchiette e vecchietti, che lo abitano ancora nell’antico romantico modo in cui erano vissuti i centri delle città.

In Brasile, almeno qui nel Sud, purtroppo non ci sono gatti in giro ed è una cosa che ho annoverato subito nella lista dei difetti. In compenso però ci sono vari cani che vagabondano tranquillamente per la città. Non nutro lo stesso sentimento per questa specie ma fa comunque piacere incrociarli per la strada, almeno finché hanno quest’aria così mansueta.

Dei sette “filosofi” ecco la quarta: si chiama Miao, nome non troppo originale ma riconoscibilissimo, almeno per lei, che si gira subito quando la chiamo…

Miao

I miei gatti filosofi..

Ieri ho ricevuto una mail da una mia ex studentessa, Susanna, che si è trasferita in Brasile. Mi racconta come sta e anche che Viola e Maria sono andate a trovarla: un’immagine e una memoria graditissima di un gruppo di giovani sensibili e affettuose come non capita facilmente di trovarne, specialmente in questi ultimi anni di deriva dei sentimenti e della grazia… Susanna era curiosa di sapere come stavano i miei gatti “filosofi” nella nuova casa al Colosseo. Lei li ha conosciuti nel giardino di palazzo Venezia e si è chiesta come si trovassero in un contesto così diverso: dal basso di un grande giardino all’alto di un terrazzo dove lo spazio è più ristretto ma l’aria è limpida e pulita e l’orizzonte è vasto. Cara Susanna, ai gatti piace guardare lontano, come se volessero andare oltre la superficie delle cose. Li vedo spesso che stanno immobili e a lungo osservando qualcosa che a noi umani sfugge: annusano l’aria e socchiudono gli occhi con un’espressione enigmatica. Sono sette ora, dopo che qualcuno se ne è andato in un’altra dimensione: alcuni per malattie, altri, invece, in modo naturale, molto dolcemente. Attila è il più vecchio della tribù attuale, Mio e Mia sono i più giovani, poi ci sono Gino e Pino,la dolce Nina, sempre affettuosa con tutti loro, e la scontrosa Miao. Il loro pelo ora è lucido e morbido mentre prima era ispido e sporco: i gatti si trovano alla stessa altezza dei gas di scarico delle automobili che li avvelenano molto di più di quanto non avvelenino noi. In questo senso mi piace pensare che un terrazzo sia meglio di un giardino, soprattutto se il giardino è quello di Palazzo Venezia, assai poco salubre per la scarsa qualità dell’aria. Nonostante queste considerazioni, certamente li avrei lasciati in quello che era diventato negli anni il “loro” giardino: ma solo se fossi stata convinta che qualcuno si sarebbe occupato di loro con serietà e con amore. Al di là di una curiosa idea di “metterli in sicurezza” (non ho ancora capito cosa si intendesse con questa strana formula burocratica..) non c’era nessuna reale attenzione alla piccola colonia felina che pure, con la sua sola presenza, ha tenuto lontani i topi per tanti anni. Questione di territorio: dove stazionano gatti nessun topo intelligente si accosta. Peccato che i gatti stiano scomparendo dalle piazze, dalle vie, dai giardini storici della nostra vecchia e stanca città: i veri autoctoni romani erano loro prima che le invasioni barbariche – politici insensibili, turisti transumanti – ne cancellassero le tracce. Al Colosseo e al Pantheon non c’è più ombra di gatti. E allora io me li conservo a casa, i mei beneamati, come se fossero dei “beni culturali”. Eccone alcuni: Nina, in cucina, come sempre attenta a osservare e ascoltare, curiosa, ogni cosa; Mio e Gino, che sostano sul davanzale del terrazzo. Presto presenterò anche gli altri quattro “filosofi”.
Nina
Mio e Gino