Archivio mensile:dicembre 2009

Le cene romane…

A Roma si va sempre a cena fuori. Amici e non amici (i secondi sono ovviamente molti di più dei primi…) ci invitano oppure omettono di invitarci ed è tutto un conteggio di persone che si sono viste o non si sono viste nella tal casa della tale persona.  Alla fine di una cena la signora elegante si avvicina a un’altra signora molto abbronzata. “Vado al compleanno della tale… Se ne avrebbe  a male se non andassi…Perché non vieni anche tu?”. ” Ma io non sono stata invitata…” risponde  la signora interrogata mettendo a punto uno stento sorriso (“Come mai?” intanto si interroga tra sé e sé “come mai non mi ha invitato? Dunque non sono più in auge secondo lei? Ignobile, ignobile persona…”). Straordinaria città però … capace di mettere insieme liberti arricchiti, pretoriani potenti, clienti e faccendieri, donne e uomini intriganti in offerta speciale. Come ai tempi di Trimalcione. Qualche sera fa si festeggiava un libro in una antica dimora. Ampi corridoi, stanze deserte. In un vecchio salone si affollavano aristocratici scoloriti e ignobili cittadini affetti da mondanità acuta. Al tavolo del vegliardo festeggiato, scrittore demodé sine alcuna nobilitate, doveva prendere posto la padrona di casa, nobilissima donna, e lui fremeva nell’attesa. Tutti si erano seduti. Accanto a lui due posti vuoti. “Mi siedo qui” dico collocandomi alla sua sinistra. “No. Questo è il posto della principessa Palmira Vattelapesca…”. “Allora qui?” dico spostandomi alla sua destra. “No. Anche questo è il posto della principessa…”. Perplessa aspetto che la flebile nobildonna prenda posto e, dopo essermi accertata che ne occupi uno solo, mi siedo anche io. Lo scrittore demodé rabbrividisce di emozione e poi si irrigidisce raddrizzando fieramente la schiena incurvata dagli anni trascorsi nei numerosi inchini. Quanti libri ha scritto il vecchio signore… Parole parole parole inutili e inautentiche. Tutti libri però di fine ed elegante scrittura, se vi par poco essere sempre presenti sulla scena, se vi par poco, signori miei, essere o non essere … a una cena però, intendo dire, mica nella vita…

Essere piccoli…

Essere piccoli è una condizione dell’anima. Potremmo recuperarla per guardare ogni cosa con la stessa sorpresa dell’infanzia. Un’amica pediatra mi raccontava tempo fa che i bambini non conoscono la morte o almeno non la temono: i piccoli malati terminali del suo reparto d’ospedale continuano a giocare tranquilli fino alla fine. Essere piccoli vuol dire allora non avere paura? Vivere ogni giorno come una vita intera tutta da esplorare? Non percepire il tempo e il dolore? Il tempo lo abbiamo inventato noi, in effetti. E il dolore? Noi adulti  siamo sempre spaventati e, come se non bastasse la paura indotta dalla mente e dalla coscienza, i nostri tempi sono carichi di una paura collettiva che attraversa le nostre città e le nostre case. Il passato ci tormenta e il futuro ci minaccia, il giorno che è “oggi” ci sfugge proprio mentre lo pensiamo. Però “oggi” è un dono, è il “presente”. E un istante impercettibile è l’eternità. I bambini lo sanno. Chissà che non sia questa la beatitudine che continuiamo a rimpiangere per tutta la vita.

Il freddo e le parole dei poeti…

Il primo freddo. Il mio vecchio liceo è una specie di scuola all’aperto: d’inverno, uscendo dalle aule, è sempre necessario indossare il cappotto. Però al mio collega Luigi basta solo la giacca mentre Giancarlo gira infagottato come me e molti studenti se la cavano con leggere magliette. Ma il freddo è una categoria dell’anima più che dell’atmosfera. Non è solo un fatto climatico. Mi riscaldo un po’ parlando con gli studenti di letteratura: dei beati del Paradiso dantesco o dell’inquietudine creativa di Tasso. A qualcuno non interessa niente ma molti si appassionano e ritrovano se stessi, le proprie domande e i propri turbamenti. Parlare dei grandi libri è sempre come parlare di sé e del presente. Tutto ciò che ci appassiona ci riguarda altrimenti non ha senso e non ha nessun interesse. Non conta che i libri siano antichi o moderni. Tutto è sempre presente. Il viaggio nella luce di Dante: essere “beati” non vuol dire forse realizzare le proprie potenzialità, riconoscersi fino in fondo, individuare il proprio cammino? Diversamente e ugualmente “beati”, quindi, qualunque sia la vita toccata in sorte. Diversamente e ugualmente “beati”: purché si esegua il  compito inciso nel dna atavico, nella mappa celeste degli astri, nella inevitabile natura di ogni essere.  Cara Barbara, forse tra gli improbabili venticinque lettori, sei la più presente e sensibile amica delle parole dei poeti. Quelle con le quali ci avvolgiamo per ripararci dal freddo del non senso. Un filtro che purifica l’aria che respiriamo, carica di veleni, fino a farla tornare limpida e chiara.