Archivio mensile:giugno 2009

Alcuni dei libri finalisti allo Strega…

Sfogliando le pagine si affonda nelle sabbie mobili dell’orrore… linguaggio disarticolato, azzeramento di qualunque possibilità di dialogo, frammenti scomposti di finto parlato recuperato dal nero cronachese dei quotidiani, i “fanculo” disseminati senza tregua (perché non un corretto vaffa…? forse perché in italiano sarebbe troppo lungo rispetto al rapido bisillabo americano…), sessualità vischiosa e appiccicaticcia di personaggi che non hanno nulla di umano, privi di memoria di sé, degradati a un groviglio insensato di pulsioni e di istinti di morte… Scarpa, Scurati, Lugli: nomi che attraversano i media da qualche mese. Nei loro libri una lettura della realtà schiacciata su un presente che nasce strafatto, artefatto e consumato sulle pagine dei giornali; o rimodellata sulla storia travestita da lugubre presente. Un agnello sgozzato da una vergine; la carcassa di un gatto certosino con le zampe amputate; un cane ucciso da un’auto (un altro libro “premiato” qualche anno fa comincia con la parola “cazzo” pronunciata da un giovane che deve andare a sparare in piena notte a un cane che abbaia…). Gli umani assomigliano sempre più a morti viventi costretti a divorare quel poco di vivo che resta nel deserto del mondo totalmente spento: gli animali, per esempio, se compaiono, debbono comparire morti o morire crudelmente. Il genere “noir”, così si dice … che poi è la cronaca dissezionata con il taglia e cuci…Va molto bene con il pubblico, si dice… come va molto il linguaggio frantumato nella pattumiera della comunicazione televisiva. Ma qualcuno ha mai letto Edgar Allan Poe? O Gadda? O Pasolini? Nei libri che sto tentando di leggere con disagio crescente – credo che smetterò … – è scomparso il tempo, è scomparso lo spazio, sono scomparsi gli esseri umani, gli animali e le piante, i cieli, le nuvole, la pioggia e il sole, la notte, la luna, il sogno, l’odio e l’amore: le storie navigano in una poltiglia indistinta che non conserva traccia di nessuna realtà autentica, vissuta o letta, di nessuna cultura, di nessuna lingua e di nessun altro libro. Ripartiamo da zero dunque? Può essere un’idea.

Su alcune presentazioni: Ostia, Roma (Circolo Canottieri Aniene), Genova, Arezzo

Passato un anno dall’uscita dell’Archivio segreto mi sembra interessante – o strano? – che se ne parli ancora con interesse. La passeggiata romana della svagata protagonista intendeva essere una sorta di elogio della lentezza. Camminare, osservare, riflettere: vivere senza fretta all’interno della propria giornata. Un po’ come leggere o scrivere. Una forma di meditazione in un certo senso. Forse, dunque, anche il libro “cammina” lentamente facendo tanti incontri interessanti per via. A Ostia il 29 aprile, al Circolo Canottieri Aniene il 18 maggio, a Genova il 25 maggio, ad Arezzo l’8 giugno.

Anna Maria Vanalesti a Ostia ha organizzato per il suo circolo di lettura un incontro che ancora ricordo con piacere, quasi con sorpresa. Accade sempre più di rado che uomini e donne insieme siano davvero curiosi di libri e disposti a ragionarne insieme. Precisa e sottile la sua introduzione che del resto lei aveva già proposto in modo abbreviato anche su questo sito, dopo  l’incontro al Visconti del 20 aprile.

Anche al Canottieri Aniene, nonostante il pubblico fosse diverso, ho notato che a un certo punto era scattata l’attenzione. Dopo le belle parole di introduzione e accoglienza di Giovanni Malagò, Enrico Vanzina ha parlato del senso dello scrivere proprio come di una “ricerca del senso”, della difficoltà di scrivere  in modo diverso, di scrivere “un’altra cosa”, “oltre la banalità corrente”. Sono stata felice che parlasse del tema del tempo, del patto finzionale tra autore e lettore, dei personaggi che si fanno da sé, soprattutto che citasse Calvino, la sua passione letteraria, la sua inchiesta conoscitiva sui livelli di realtà, sempre mirata a penetrare la superficie delle cose e a intravedere altri mondi “oltre l’apparenza”. Portoghesi si è soffermato sull’immagine di Roma che obbliga di per sé a pensare alle sovrapposizioni dei tempi e dei luoghi, all’eterno presente di De Chirico e delle sue piazze silenti. Ha citato come esempio la descrizione del Teatro di Marcello, “un mondo di materia dove tutto è stato scritto”: di qui la sua riflessione sulla felicità di scrivere e di dare un significato nuovo alle cose, sul pensiero che si fa scrittura e poesia per narrare di una terra viva e sensibile, ferita dalle ripetute offese degli uomini, ignari spesso di un destino già scritto che si svolge come un gomitolo. La conversazione letteraria che ne è seguita ricordo bene come sia stata intensa e abbia coinvolto tutti i presenti, stranamente partecipi in un tempo disattento e indifferente qual è il nostro.

A Genova, terra di poesia, tutto più contenuto. Nella bella sala di un palazzo storico di via Garibaldi una ventina di persone, perse nella vastità dell’ambiente. Pippo Marcenaro, che aveva organizzato l’incontro, si è espresso in modo sottile e penentrante, da par suo, sull’Archivio segreto , parlando della disseminazione dei racconti, dei microeventi chiusi in una cornice narrativa, dei dettagli dei personaggi dai nomi strani, degli animali parlanti, dei luoghi cittadini stratificati, della prosa rimata. Una fotografia della società che non fa attenzione alle cose, realizzzata attraverso un continuo spostamento di punti di vista: Roma come un teatro di storia e di storie in un groviglio di tempi che si fondono nell’attimo, nel punto di luce simile all’aleph di borgesiana memoria. Piero Boragina ha letto delle pagine con grande intensità prima che Pippo iniziasse a parlare. Un composto dibattito ha chiuso l’incontro: che cosa è un libro? perché si scrive? “Contro la standardizzazione della stupidità” risponde Piero. Per un recupero di senso – penso io – cercando di dirlo in modo adeguato. “Perché in versi?” chiedono. “Perché Adamo, secondo Borges, parlava in versi”, rispondo io.

Arezzo pochi giorni fa: la sala della Biblioteca Comunale piena. L’immediato calore nell’accoglienza mi ha stupito ancor prima che si cominciasse a parlare. Paolo Nepi e Liletta Fornasari sono stati presentati da Maria Grazia Fabbroni Redi, artefice dell’iniziativa, organizzata perfettamente nei minuti dettagli, dagli inviti ai doni inattesi e graditi. Proprio lei ha voluto introdurre il discorso notando in particolare alcuni temi come quello del tempo, il “senso del tempo” come lo ha chiamato sottolineando il modo in cui era stato trattato all’interno del racconto. Liletta si è soffermata sul tema delle donne – amori, figli, solitudine, l’avanzare degli anni – dei personaggi di ieri e di oggi, delle storie nella storia, del camminare come gesto equivalente allo scrivere e al narrare, alla meditazione, alla lentezza, della vita quotidiana incrociata con la storia, della ricerca dell'”archivio segreto” che è in tutti noi.
Paolo Nepi ha indagato con grande sottigliezza gli episodi speculari delle cene posti all’inizio e alla fine della storia e la durata emblematica del giorno in cui tutto può accadere solo a cogliere i dettagli di ogni cosa: Roma, la città eterna, inquadrata e celata nella sua quotidianità come dietro a uno schermo, la solitudine narcisistica dei personaggi e il desiderio di superarla attraverso il dialogo incessante, la funzione degli animali parlanti, il gatto Gregorio e la sua funzione magica, lo scrivere in rima. E tante altre cose: come l’incrocio tra il pensiero presocratico e quello buddista. Discorso straordinario. Il riferimento al conte philosophique di Voltaire in particolare l’ho molto gradito dato che nessuno sa più come chiamare un certo tipo di scrittura nel diluvio generale del romanzo.
Che dire? Che sono stata davvero felice.

Un commento inviato da Gabriella il 4 giugno scorso…

Mi dispiace di non riuscire a stare come vorrei dentro ogni giorno, dal momento in cui si apre fino a quando si chiude in un batter d’occhio. Il tempo mi sembra perso quando il tempo di un giorno trascorre senza che abbia avuto il tempo di leggere o di scrivere. Questo commento di Gabriella mi è sembrato gentile e riflessivo, tanto da desiderare che altri lo leggessero. Eccolo, anche se pubblicato tardi rispetto all’invio.

“Cara Annarosa, sei bravissima ad oggettivare la realtà, estrinseca e concreta allo stesso tempo. Mi piace molto quel tuo trascinare il lettore con il fascino della parola: ai fatti umani fai fare un percorso reale ed entri nei meandri solitari in cui ci si perde quotidianamente. Si tratta di quegli spazi pieni di solitudine in cui, per ciascuno di noi, emerge la coscienza di sè e della propria anima.”