Archivio mensile:dicembre 2008

Intervista di Arnaldo Colasanti per Uno Mattina

L’intervista, registrata il 15 ottobre a Palazzo Braschi, è andata in onda la mattina di Lunedì 29 dicembre. C’erano altri scrittori a parlare dei loro libri. Pochi minuti, qualche domanda frettolosa e via: sullo sfondo dei nobili scaloni e all’interno della pinacoteca risuonavano le parole degli addetti alle riprese, dell’intervistatore e degli intervistati, creando curiose interferenze. Come è difficile contrarre nel poco spazio disponibile quanto si è cercato di dire scrivendo scrivendo scrivendo per tanti e tanti mesi… Quando è venuto il mio turno mi è sembrato, il tutto, più veloce della luce. Unico tema da me messo in evidenza nella manciata di minuti disponibile – almeno se ricordo bene – quello del camminare meditativo per le vie della città, come a seguire un labirinto di pensieri che man mano si dipana e porta nel nucleo più profondo di sé. Comunque, non sapevo quando l’intervista sarebbe stata trasmessa e quindi non ho potuto verificare se quanto ho detto assomigliava almeno un po’ a quanto ho scritto.

"Lunario Nuovo", Scaffale di Narrativa Italiana 2008

Mi è piaciuta questa recensione, scovata su Internet casualmente. Ho messo anche tra i link amici la rivista Lunario nuovoL’archivio segreto (Mondadori, pp. 252, euro 13) di Annarosa Mattei parla con alcune amiche di letteratura. Ma intanto la polvere leggera del tempo che se ne va, l’assedio della solitudine, l’inappartenenza alle cose stringono inesorabili tutto, diffondendo una stranita atmosfera nella casa che a un tratto diviene una «zattera di naufraghi». L’indomani, nella triste aria di un mattino piovoso, la donna gira per le vie della città a «gustare» il mondo, tra una folla anonima di «marionette volteggianti». La invadono confusi pensieri mentre comincia la sfilata degli incontri: personaggi arrivano dal nulla, parlano, si spargono nell’esile trama con le loro storie personali, si perdono, continuano a resistere nella mente dell’io narrante. Sono figure svettanti, ombre sommesse, tracce di colori e suoni nel vertiginoso caos di corpi, automobili, segnali molesti. Ecco Edvige, «ragazza centenaria» presa dai suoi studi filologici, e Ferrando, sempre in viaggio. I loro discorsi si mischiano con i ricordi della donna che pur subendo queste estemporanee comparse sembra volerle evocare, chiamarle dall’assenza ad una nuova esistenza di racconto sapienziale, sotto un volo di «trionfanti» gabbiani. Il tempo immobile delle pietre, gli edifici carichi di gloria, i dettagli che sfuggono, il sortilegio delle ore che piega i luoghi a un riflesso di malinconia, a un «assemblaggio provvisorio costruito dai sensi» oscillano nell’onirica inerzia di visioni che forse sono solo un gioco razionale, il «ronzio del vuoto». I monumenti dell’antica Roma, le strade storiche paiono nuovi sfondi di illusione, vivi e perduti nel continuo mutare dei punti di vista. E passano altri personaggi che non sanno di essere «in un quadro diverso». Senza ancoraggi il tempo crea e dissolve i percorsi di un viaggio che fa apparire vera ogni finzione. La scrittura abbandona il suo movimento cronachistico, dilata gli episodi, aggancia i nomi al pendolo oscuro di una storia non scritta, a «fulminee attrazioni». Le spicciole frazioni del presente hanno una scia ciarliera di leggenda.

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…buone feste: leggete leggete leggete…

Un pausa festiva ha un significato per gli stanziali e uno per i nomadi. Lo stanziale ne approfitta per dormire di più, leggere, andare al cinema, vedere gli amici (quelli stanziali come lui..). Il nomade fa le valigie e parte nel tentativo di rinnovellarsi con altri cieli e un’altra aria. Per molti le feste, specialmente quelle di Natale e fine anno, possono essere assai penose, specialmente quando, in mancanza di lavoro, ne avvertono il lato grottesco. I giovani sono spesso i più soli: una vera e propria moltitudine di singolarità. Degli anziani neanche a parlarne. Difficile per tutti scrollarsi di dosso i messaggi mediatici beneauguranti in cui si mescolano i doni ai panettoni ai fichi secchi insieme ai presunti affetti parentali ritrovati. La vita è una malattia mortale, almeno secondo l’umorista Zeno Cosini, deciso a liberarsi dall’accanimento terapeutico del suo psicoanalista. Però, nonostante il disastro etico ed estetico dei nostri tempi, come è bello godersi le rare giornate di sole camminando per le vie della città, trascorrere le serate in piacevole compagnia, occuparsi degli animali e delle piante, scrivere e studiare… anche sotto lo stesso cielo di sempre.
E allora, miei cari venticinque lettori, leggete leggete.. Leggete i classici antichi e moderni per ritrovare il senso, la profondità e la bellezza. Leggete anche L’archivio segreto, se non lo avete ancora fatto. E se vi piacerà spero che ne farete dono agli amici.

I giovani, i classici e i modi della lettura. Lettura desacralizzata… ma allora va bene Moccia?

Per la settima edizione della Settimana della Lettura 2008, che coordino e realizzo dal 2002 per incarico del Centro per il libro e la Lettura (MIBAC), il tema in discussione è stato I giovani, i classici e i modi della lettura. Dalle 10,30 alle 12,30, nella sala Diamante del Palazzo dei Congressi all’Eur circa duecento giovani di cinque licei romani – Pilo Albertelli, Ettore Majorana, Plauto, Bertrand Russell, Ennio Quirino Visconti – si sono intrattenuti, insieme ai loro professori, ad ascoltare una serie di interventi di esperti, per entrare, a loro volta, nella discussione attraverso un manipolo di audaci delegati. Giuseppe Antonelli, Rino Caputo, Piero Dorfles, hanno parlato del loro modo di intendere la lettura dai rispettivi punti di vista. Chiamandoli a parlare e coordinando i loro interventi, io stessa mi sono espressa sull’argomento. Per ricordare ai nuovi partecipanti le ragioni per cui, tanti anni fa, detti avvio alla Settimana della Lettura, che si chiude ogni anno al Palazzo dei Congressi nell’occasione della Fiera della piccola e media editoria, Più libri più lib(e)ri, ho parlato brevemente di alcuni dei problemi che affliggono la scuola italiana in un modo che si è ormai cronicizzato: la morte delle Biblioteche scolastiche, certificata dalla scomparsa delle figure dei bibliotecari; l’assenza di precise indicazioni curricolari sulla lettura per gli anni di formazione che comprendono le scuole superiori e l’Università; i pregiudizi diffusi sulla didattica della lettura. Giuseppe Antonelli, docente di Filologia italiana all’Università di Cassino, è intervenuto in modo molto brillante sulla questione dei classici e della specificità della lingua letteraria riportando degli esempi di “traduzione” – per esempio, il Decameron di Boccaccio “tradotto” da Busi… – che mostravano senza ombra di dubbio tutta la loro manifesta insensatezza. Ha citato, a tal proposito, esilaranti commenti di giovani, che, sia pur redatti nello stile sms, sono apparsi ricchi di sgrammaticate intuizioni. Rino Caputo, italianista, preside della facoltà di Lettere di Tor Vergata, ha parlato della differenza di spessore che caratterizza in ogni epoca un classico, in ragione della trasversalità di tempi, temi, procedimenti, della capacità di contaminazione dei grandi scrittori. Piero Dorfles, inviato del Tg1 e conduttore della trasmissione Per un pugno di libri, animato dalla sua consueta ironia, ha parlato della assoluta libertà della lettura, dello spessore di senso dei grandi libri – introvabile nella facile scrittura di consumo dei best seller giovanili attuali, stile Federico Moccia – della perenne attualità dei temi e delle grandi invenzioni narrative. A seguire gli interventi degli studenti, che, riferendo sulle loro letture con manifesto impegno, sono stati ascoltati con attenzione, forse con qualche impazienza, come accade di norma quando a parlare sono dei giovani, poco avvezzi a esprimersi con scioltezza davanti a un folto pubblico. Goldoni, Foscolo, Manzoni, Leopardi, classiciclassici che più non si può, passati in rassegna attraversi sapienti filtri tematici, formali, ideologici. Finché una ragazza non ha avuto l’idea di lanciarsi sull’argomento “Federico Moccia” affermando con molta disinvoltura che non trovava differenze tra i personaggi e i temi del bestesellerista di oggi e i personaggi e i temi di ieri, tra Step e Orlando, tra i ragazzi delle palestre e i cavalieri antichi, tra Angelica e le donne del nostro tempo presente. Proprio questo intervento ha suscitato l’interesse di Antonelli e Dorfles – un po’ meno di Caputo – per la sua spontaneità. Meno analisi, meno studio, meno letture scolastiche, più libertà. ecc. ecc., hanno detto unanimi, inanellando la serie solita dei luoghi comuni sulla straordinaria capacità di afflizione e di noia della scuola che uccide il piacere della lettura mettendola in cattedra. Cari amici, Giuseppe e Piero, lo so che non lo pensate per davvero ma, per evitare equivoci e non mortificare i colleghi e gli studenti convenuti, ho concluso il nostro incontro affermando che lettori non si nasce ma si diventa. Lettori scaltriti intendo. Lettori capaci di leggere Dante sull’autobus. Qualcuno vi ha insegnato a leggere la Commedia e voi dovreste rendergliene merito. La discussione però è aperta. Potreste avere ragione voi. Perché no? Dite che un libro si legge, non si studia. Che non va sacralizzato. Dante non sarebbe d’accordo se lo interpellassimo, almeno stando a quanto lui stesso dice sui livelli e i modi di lettura del suo “sacrato poema”. Moccia – almeno credo – si può leggere e basta, a una sola dimensione. Dante no, Kafka nemmeno e nemmeno Leopardi e Gadda.