Archivio mensile:agosto 2008

Un demone o un "puro gatto"? La questione del naturalismo…vogliamo parlarne?

Cari lettori – sempre voi venticinque beninteso – navigando distrattamente, nel primo pomeriggio del mio ritorno in città, ho letto una recensione dell’Archivio segreto di cui mi piacerebbe discutere con voi (la trovate di seguito). Si trova in un sito che si chiama www.brotterie.it gestito da Fabio Brotto. L’autrice, come si può desumere dalle sue parole e dai suoi libri (anche di studio oltre che di narrazione), è convinta che una certa scrittura sia una possibile chiave di accesso al senso. Brotto mi sembra un critico di impegno, libero da schemi e pregiudizi, un lettore acuto, soprattutto scettico e disincantato. lo non sono certo un’ottimista ma amo troppo la filosofia, la letteratura, in particolare le favole morali per credere che non indichino un percorso e non abbiano un senso…
Brotto scrive che nella mia storia “l’interlocutore più importante è un gatto, saggio e parlante, che guida la protagonista nel mistero dell’essere (addirittura).” Aggiunge poi che “un gatto che parla, o che comunque è qualcosa di più di un gatto, deve essere (se non siamo in una favoletta o in Esopo) un demone come nel Maestro e Margherita, o un umano sotto falso sembiante. Qui viene presentato come un puro gatto. Qualcosa non va.” Quando leggo queste considerazioni un po’ mi meraviglio. Così come mi meraviglia la sua resistenza a interpretare il personaggio di Shaharazad in chiave allegorica o almeno antropologica, quando afferma: “Nel romanzo della Mattei vediamo un disperato tentativo di salvare la differenza tra l’uomo e la donna, attribuendo tra l’altro alla donna il ruolo di narratrice di storie e all’uomo quello di ascoltatore, sul modello delle Mille e una notte, che come soluzione è davvero un po’ debole, per quanto suggestiva.” Donne e gatti in effetti hanno sempre avuto problemi analoghi, almeno in certi momenti della storia, non sempre edificante, della nostra civiltà.
Però a me, al di là della facile ironia maschile sui gatti e le donne, la questione che interessa è quella del realismo, o naturalismo che dir si voglia, perché è preliminare a qualunque altra considerazione. Tanto mi interessa che la pongo anche nel primo capitolo dell’Archivio segreto, “Donne che parlano di cibi e di libri”. Nel corso della sua cena vegetariana Dorabella, l’artista, tenta di spiegare all’amica Ludmilla, giornalista, convinta sostenitrice della narrazione a una dimensione (quella biecamente cronachistica di tanti libri di oggi), quanto sia indecifrabile la cosiddetta realtà: quella sorta di misteriosa materia oscura che, non solo ogni specie, ma anche ogni individuo della stessa specie, percepisce in modo diverso, dal piccione, al gatto, al cane, a Giuseppe, a Maria, ecc.
Come si fa a parlare della realtà in modo realistico? Lo avrei fatto proprio io che ne ho fatto un tema narrativo? Quasi una tesi, anzi. E allora i discorsi di Dorabella e dell’altra amica, la scrittrice, che un po’ mi riflette, dove andrebbero a parare? Come può risultare “naturalistico”, un “puro gatto”, il gatto Gregorio che guida la protagonista in un misterioso percorso di discesa e risalita? Direste voi: “Ma certo che lo è. Lo hai descritto proprio come un gatto!”. “Ma mica i gatti parlano davvero”, vi risponderei io. Così come uno scarafaggio normalmente non pensa. Tranne quello di Kafka che più “naturalistico” di così non potrebbe essere.
E inoltre, perchè mai non si possa parlare dell'”essere” attraverso un gatto me lo dovete spiegare voi venticinque, se ne avete voglia. O, forse, oggi non ha senso parlare di senso, come disse molti anni fa l’illustre semiologo Greimas.
Quanto alle differenze tra l’uomo e la donna vorrei solo ricordare, con le storie delle mie coppie sull’orlo di una crisi di nervi, la loro strutturale e ineliminabile interdipendenza. Non mi verrebbe mai in mente di suggerire soluzioni. Magari ne avessi. Shaharazad e il suo re, però, sono modelli archetipici straordinari. Perché non li rileggiamo in tal senso? Yin e Yang, maschile e femminile. Essere e divenire. Il giorno e la notte. E il simbolo del Tao – pensate… – non può essere un caso che sia stato assunto da Niels Bohr come immagine del principio di complementarità.
Comunque vi rimando al capitolo successivo, dove riporto tutta la recensione di Brotto e la mia discussione con lui. Giudicate voi.

Il Corriere della Sera 15 agosto – Giovanni Bollea

Il 15 agosto ero a Cortina e leggevo distrattamente i giornali come si fa in vacanza. Repubblica, il Corriere della Sera. Arrivata alla Terza Pagina del Corriere, con mia grande sorpresa, ho trovato in alto a sinistra un titolo che mi riguardava: Il romanzo di Annarosa Mattei. Non credevo ai miei occhi: Bollea che scriveva del mio libro! Il professor Giovanni Bollea era venuto alla presentazione del 16 luglio ed era intervenuto, alla fine dei vari discorsi introduttivi, con un suo commento che avevo trovato soprendente e lusinghiero. Non avrei mai pensato che l’avrebbe anche scritto e pubblicato. Più o meno tal quale.

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Elzeviro – Terza Pagina

Il romanzo di Annarosa Mattei
ADOLESCENZA, IL VERO SEGRETO

Ho letto con molto piacere il libro di Annarosa Mattei, L’ archivio segreto (Mondadori, pp. 250, 13), che racconta la strana passeggiata di una donna tra le vie e le piazze degli antichi rioni di Roma, come se cercasse un’ identità perduta. Nel fare i complimenti all’ autrice, le ho rivelato il mio pensiero profondo sul vero «segreto» e del perché lei avesse raccontato senza accorgersene la sua preadolescenza. Una descrizione delicata e sentita, della quale lei stessa non aveva colto l’ importanza. Il fascino in tutti i suoi diaframmi di aperture e chiusure sul negativo e sul positivo, e il ricordo cosciente che si materializzerà con struggente delicatezza all’ attenzione del lettore durante tutta la narrazione. Quello che ne scaturisce ci fa capire quanto abbia influenzato il suo impegno di madre e moglie, in un continuo, emozionante leit motiv poetico e lirico insieme. Un «assessment fantasia», un’ analisi del reale, che in funzione trasversale è riuscita a concepire un prodotto creativo di grande originalità. Personalmente mi sono sempre accostato alla fantasia in una prospettiva multidimensionale, dove la creatività è vista come la funzione di mille altre funzioni, le quali influiscono così su una gamma molto vasta ed eterogenea di abilità e domini del pensiero. Mi sentii perciò felice quando la Mattei, guardandomi con calma, disse che avevo colpito nel segno: «Lei l’ ha capito: ha capito tutto il positivo che una madre, raccontando la sua preadolescenza anche se in modo trasversale, può riversare sui figli». La sua famiglia infatti e a latere noi lettori scopriamo, al centro della narrazione, l’ intensità del mistero racchiuso in quell’ esperienza preadolescenziale sublimata, senza forzature, nella vicenda di madre e moglie, che svela il segreto dei suoi itinerari quotidiani, vissuti come episodi fantastici di una bambina illuminata. Un toccante esempio di sublimazione, racchiuso nello stesso sorriso che penso abbia avuto a quell’ età e con il quale volle ricompensare il mio pensiero. Un racconto che vorrei fosse letto con calma per approfondirne il valore essenziale, insieme alla poetica dei significati. Sottintesi soprattutto nei dialoghi con le amiche e nelle struggenti scoperte dei percorsi quotidiani dentro una Roma antica e modernissima, nel disegno dei gabbiani che planano lenti e velocissimi sul Vittoriano: così vicino, nella sua prepotente presenza, e così lontano dal piccione parlante, che muore solo, nell’ angolo di un marciapiede antico. Ed è un passato che resterà per sempre: avvincente per i giovani che vivono troppo poco la propria adolescenza e non riescono più a immaginare né il passato storico, né la loro vita futura. Un quadro chiarificatore surreale e insieme reale. Se per me è familiare riuscire a scrutare l’ inconscio, per i lettori sarà invece un’ avventura intima, racchiusa in una estenuata dolcezza.

Bollea Giovanni

Pagina 47
(15 agosto 2008) – Corriere della Sera

Recensione di Giovanni Bollea sul Corriere della Sera

"L'Archivio segreto" a Capalbio – 20 agosto – ore 19

Nella piazzetta di Capalbio, alle ore 19 di mercoledì 20 agosto, Maria Grazia Bernardini, Silvia Danesi Squarzina, Mirella Serri, hanno presentato “L’Archivio segreto”. Ha moderato Giovanni Aringoli, l’organizzatore degli incontri capalbiesi. Mirella Serri, giornalista, critica letteraria, italianista, ha parlato del romanzo come di un consapevole non-romanzo, della nostalgia del passato evidente nelle digressioni sull’arte contemporanea, dei livelli di lettura impliciti in un certo modo di raccontare che si ispira a Pirandello. Maria Grazia Bernardini, da storica dell’arte e attenta lettrice, ha parlato dello scenario romano che fa da sfondo alla narrazione e delle tante incursioni nel dominio della sua disciplina: Caravaggio e Beatrice Cenci, Algardi e Santa Cecilia. Silvia Danesi, storica dell’arte anche lei, ha insistito sul tema dell’autobiografismo citando Proust e Sainte Beuve. Mi è sembrato però che non avesse ben chiara la struttura del racconto. Sono intervenuta anch’io, infine, per dire che oggi non mi sembra possibile – ed è la mia opinione naturalmente – raccontare una storia con un intreccio lineare, come nell’Ottocento; che la mia è una nostalgia del “senso” più che del passato; che la vera letteratura dovrebbe corrispondere all’obiettivo manzoniano del “vero”, dell'”utile” e del “bello”. Quanto all’autobiografismo mi sono limitata a dire che anche le vere autobiografie sono finte: invenzioni della nostra immaginazione affabulatrice. E quanto allo sfondo romano mi è sembrato opportuno precisare che Roma è un teatro allegorico i cui strati di storia rappresentano al meglio i livelli di interpretazione della realtà.
Sono intervenuti alla fine della presentazione il filosofo Giacomo Marramao e l’architetto Franco Luccichenti. Il primo ha fatto commenti lusinghieri sulla qualità della mia scrittura – “una scrittura per sottrazione”, l’ha definita – sul genere di narrazione e sulla scelta di Roma, citando Musil e il commento di Freud che paragonava la città all’inconscio. Luccichenti ha parlato della struttura aperta della storia che, secondo lui, consente una lettura non lineare e le interpretazioni più diverse: un libro”specchio” in cui ognuno si può riflettere.
La discussione è stata molto piacevole e animata da un bel pubblico attento. Due gatti autoctoni hanno seguito come sempre con grande attenzione. La serata si è chiusa a Torre Palazzi: due lunghe tavolate sul prato in buona compagnia. Con una bella luna tonda nel segno dell’Ariete.