Archivio mensile:maggio 2008

Cosa racconta L'archivio segreto?

Una cena tra amiche in una bella casa di un quartiere residenziale di Roma, a parlare d’arte e di letteratura, ma soprattutto di sentimenti, di vita. La protagonista, il mattino successivo, decide di cancellare i suoi impegni quotidiani e di andarsene a zonzo fino a sera, come a voler ritrovare le tracce di una identità perduta, nel cuore e nella memoria storica della sua antica città. Lungo il cammino fa molti incontri, parla con uomini e donne persi in continue inchieste d’amore, esplora luoghi segreti seguendo misteriose indicazioni, alla ricerca di una chiave di accesso alla babele dell’esistenza
nella magia di una strana passeggiata tra i rioni di Roma: da piazza Venezia e attraverso Campo Marzio, fino al Ghetto, al teatro di Marcello, al Campidoglio. Un intrico di vie e di monumenti che diventano un labirinto popolato di personaggi e di storie di tempi andati. Un cammino senza meta apparente che ripropone il vecchio gioco delle parti in commedia. Una favola cittadina che si conclude nell’arco di un giorno sullo sfondo del Pantheon, sovrastato da un cielo notturno illuminato dalla luna.

Questa antica pianta di Roma mi fa sempre sognare ogni volta che la guardo con attenzione immaginando di essere piccola piccola in una di quelle vie e di quelle piazze, alcune scomparse. Il Ghetto, ad esempio, a destra, in basso, con le sue porte di ingresso. Così angusto e ricco di memorie. A ridosso di piazza Campitelli, del Teatro di Marcello, di Sant’Angelo in Pescheria, dell’Isola Tiberina. Immaginare di percorrerlo come era e di percorrerlo ora come è. Un esercizio di memoria e di conoscenza di sé attraverso le stratificazioni del tempo che a Roma diventano concrete e visibili più che in ogni altro luogo.



"La Stampa" 6 maggio 2008 – Mirella Serri

“LA STAMPA” 6/5/2008

POLEMICA LETTERARIA
Coraggio, critici: sparate sull’autore

DOSSIER Fiera del libro 2008
Berardinelli, recensore militante, all’attacco dei colleghi compiacenti

MIRELLA SERRI

Quando la letteratura non si merita dieci. Ma nemmeno Nove. Altro che stupefacente poesia mariana, l’ultima raccolta dello scrittore Aldo Nove dedicata a Maria. Altro che lirica animata da un afflato dantesco (così è stato detto) quella che si avvale di immagini come questa: «Mary non è stronza come Ambra./ Mary è molto più dolce./ Mary studia filosofia». Esegeti veramente assai indulgenti, i critici letterari nei confronti di Nove, narratore-poeta che non merita nemmeno la sufficienza. A pronunciare questo giudizio inappellabile e a dare voti bassini non solo a Nove ma anche ai suoi supporter, è la prof Angela Borghesi. La docente all’Università di Milano Bicocca si è mobilitata per fare le bucce al narratore di Viggiù beniamino della critica. Ma non è sola nell’ingrato compito di passare sotto la lente di ingrandimento gli scrittori più noti e pure i loro appassionati interpreti. Un gruppo di lettori d’eccezione, convocati dal saggista Alfonso Berardinelli, in X. Dieci libri. Letteratura e critica dell’anno 07/08 (editore Scheiwiller), è pronto a menar le mani.

Si tratta di un manipolo anomalo e piuttosto isolato nell’ambìto universo dei critici-Re-censori: deciso a buttar giù dal piedistallo insieme agli autori tutti i loro sostenitori che li accreditano come «fenomeni», anche se pieni di pecche e di strafalcioni. Così la Borghesi non perdona nemmeno i romanzi di Nove: da Woobinda alla Più grande balena morta della Lombardia, il narratore è stato considerato dalla critica compiacente il testimone più attendibile della vicenda «di una generazione allo sbando». Nove, in realtà, sbanda eccome: ma per via del fraseggio monotono, ripetitivo con la sua «iteratività ossessiva e claustrofobica». Che denuncia mancanza di immaginazione, di scatto originale da centometrista della prosa.

L’almanacco berardinelliano non si ferma a Nove, prosegue e investe anche Mal di pietre di Milena Agus. Il duellante Massimo Onofri è pronto a incrementare non il mal di pietre ma quello di stomaco della narratrice più discussa dell’anno e dei suoi estimatori. Tutti quelli che sulle pagine letterarie ne supervalutano i libri insieme a quelli di Salvatore Niffoi, accomunati per via delle origini insulari come epigoni di Grazia Deledda. Mentre invece alimentano entrambi il «mercato dell’ovvio e dei luoghi comuni». Come mai? L’approssimazione linguistica, lo scialbo punto di vista, la banalità della storia, sono le caratteristiche della Agus. Non funziona nemmeno il lessico del sesso, piatto, poco sorprendente e approssimativo: «Se dice “figa”, lo fa con tutte le cautele, “perché nelle Case Chiuse è quella la parola che si doveva usare”: laddove, poi, la parola “sedere” è sempre preferibile a culo poiché… è questo della Agus un linguaggio… giudizioso e piccolo-borghese». E Niffoi? Si becca la sua parte con «quel finto sardo cucinato alla linguaiola, con tutte le spezie barbaricine e con quei suoi libri che finiscono per essere acquistati con lo stesso spirito con cui il turista in gita sociale si porta a casa le gondole veneziane».

Nell’elenco degli scrittori sotto torchio finisce un altro «caso»: Mille anni che sto qui, di Mariolina Venezia, vincitore del Campiello 2007. Giudicato da Renato Nisticò «molto simile a quei film horror goticheggianti degli anni Settanta-Ottanta». In poche righe, con stile che ricorda il montaggio di un rapido servizio televisivo – così infierisce l’anatomopatologo del testo -, la scrittrice riesce a non dir niente di anni cruciali, come quelli di piombo e gira a vuoto. Perdendo l’appuntamento con la storia. Cosa che del resto è capitata anche a Walter Veltroni, sostiene Nisticò, non nei panni di segretario del Pd ma in quelli di narratore de La scoperta dell’alba. Nel suo primo romanzo invece di restituirci pistolettate, giornalisti e giudici ammazzati o gambizzati, agguati, violenza politica ed Autonomia, il decennio insanguinato lo scopre alla luce della propria autobiografia, con il protagonista che si ritrova nella villa dell’infanzia, alza un vecchio telefono di bachelite e gli risponde un altro se stesso bambino. È il trionfo dell’io (narrante) e megalomane: leggere per credere Prima esecuzione di Domenico Starnone, passato al vaglio un altro sfidante, Mario Barenghi. Che imputa al romanziere di affrontare solo fuggevolmente gli argomenti al centro dei suoi racconti quali «il terrorismo, le nuove Brigate Rosse». Così, mentre dovrebbe sviscerare P38 e scontri a fuoco, in realtà, «il fulcro del romanzo è l’io di uno scrivente ripiegato su di sé, che chiama in causa il terrorismo per parlare delle proprie fobie, che si accapiglia con le larve della propria immaginazione».

Per denunciare il disagio di cui si fanno interpreti i giustizieri di Berardinelli (pochissimi gli autori che si salvano nell’Almanacco: lo storico della letteratura Giulio Ferroni grazia ad esempio Ermanno Cavazzoni), oggi scendono in campo pure i narratori: organizzatrice culturale che ben conosce il mondo della critica artistica e di quella letteraria, la scrittrice Annarosa Mattei, nel secondo romanzo, L’archivio segreto (Oscar Mondadori), ha messo nero su bianco una satirica «terrazza» alla Ettore Scola. Qui l’intellighentia si riunisce in attici con l’affaccio sui centri del potere capitolino e i numerosi personaggi «a chiave» vanno da Alessandro Piperno a Giorgio Faletti, Federico Moccia, Achille Bonito Oliva (che come sculture da salotto suggerisce enormi e moderne costruzioni di rotoli di carta igienica), Ludovico Pratesi, Claudio Strinati (esperto di Caravaggio e di Rinascimento, soprintendente speciale per il polo museale romano, nonché consorte della Mattei, è anche lui un protagonista sotto mentite spoglie). E poi c’è la giornalista culturale Ludmilla. Nella sua rubrica letteraria segnala le perle della settimana: al primo posto ci mette i tomi dei colleghi che scrivono per quotidiani e settimanali, poi quelli degli amici e infine il suo apprezzamento va a «libri non troppo scritti», con poche perifrasi e giri di parole. Insomma oggi nella letteratura contemporanea soffia il vento dei Savonarola.