Archivio mensile:aprile 2008

forse non sono affatto contenta

Strano che mi senta un po’ abbattuta. Dovrei essere contenta di essere in libreria con un nuovo romanzo. Invece no. Non lo sono affatto. So che adesso comincia una strada tutta in salita. Da fare in solitudine. Basta che apra un giornale per rendermene conto. Segnalazioni, interviste, anticipazioni. Tutto un fiorire rigoglioso di titoli e di nomi.
Ma chi sono quelli di cui si parla? Quelli che finiscono nelle classifiche, che compaiono in televisione, che prendono i premi? Sono sempre gli stessi. Tutti personaggi della carta stampata o della televisione. Comunque mediatici. Chi scrive fa parte di un gruppo ristretto che è sempre quello, una sorta di circuito chiuso senza ossigeno. Difficile esservi ammessi se non se ne fa già parte. Si può scrivere un libro su qualunque argomento solo se si scrive già su un giornale, se si è conduttori di qualche trasmissione televisiva o radiofonica. Non ha importanza che il libro sia un romanzo o un saggio. Chi scrive è meglio che sia un giornalista, così il suo giornale parlerà di lui, anticiperà le pagine del suo libro e i colleghi non potranno fare a meno di segnalarlo con mirabolanti recensioni. Del resto, se non lo facessero, non sarebbero ricambiati, qualora anche a loro venisse in mente di scrivere un libro. Una società neufeudale, la nostra, in cui il lavoro e i privilegi si tramandano di padre in figlio. A caste, appunto, come si usa dire adesso. A fare l’avvocato sarà chi ha già il padre avvocato, l’architetto chi ha il padre architetto e così via. In linea di massima, certo, dato che non è ancora proprio una regola. Ma è certo che si va consolidando negli anni. Quasi venti forse. Anche di più, se contiamo dall’era della televisione commerciale, che prima ha trascinato con sé quella pubblica e poi si è portata appresso il cinema, l’editoria, la scuola, l’università, la politica. La qualità corrisponde alla quantità. Tutto è merce. Anche noi.
«Un vero disastro, stando a quel che dici? Ma allora perché scrivi un libro? Un romanzo, poi, figuriamoci? » direbbero i miei lettori virtuali «Questo tuo discorso è una noia, una lagna. Tipico del nostro paese. Tutti a lamentarsi di tutto. »
«L’indignazione. Lo dicevano anche gli antichi…» risponderei io «Mi fa scrivere l’indignazione…».
«Ma chi se li ricorda gli antichi? Il presente conta, solo il presente…» replichereste seccati.
«Ma è un delirio il vostro? Quello di tutti noi anzi? Che senso ha il presente senza memoria? In questo modo distruggeremo tutto: cultura, identità, valori morali … Nell’altro libro avevo parlato di invasioni barbariche. Pensavo di avere esagerato a descrivere la fine delle città, il crollo dei palazzi …indignatio facit verba, dicevano gli antichi, quelli di cui non c’è più memoria, a detta vostra » continuerei io, presa dal sacro fuoco dialettico.
«Ma insomma di che parla questo libro nuovo di cui vai cianciando? Magari lo leggiamo per dimostrarti che non è vero quanto vai dicendo sulla deriva mediatica della comunicazione…» direste ancora, voi lettori virtuali, mettendo il segno con il dito al giallo che state leggendo.
«Di passione e indignazione appunto… di indignazione, forse, ce n’è più nell’altra storia. Di passione invece ce n’è tanta. In questo racconto si parla di donne. Donne di oggi, alle prese con il quotidiano, con i loro amori, i loro ruoli moltiplicati o scoppiati, sullo sfondo di una città magica, magnetica, in cui altre donne sono vissute lasciando tracce di sé nella memoria delle piazze, delle vie, dei palazzi. Livia, la moglie di Augusto, Beatrice Cenci, Santa Francesca Romana. Roma è una donna. Ed è L’archivio segreto, un’arca sacra. L’ho sempre pensato. »
«Ma bene! E gli uomini… A loro che raccontiamo? Che esistiamo solo noi? Che siamo il centro del mondo? Nulla di più falso. Lo sappiamo bene»
«La storia è dedicata a Shaharazad. Quindi gli uomini sono i veri destinatari anche se le donne sono le protagoniste. Le donne raccontano storie e gli uomini le ascoltano: solo così il mattino potrà rinascere, la vita continuerà e il mondo sarà meno sterile. Come nelle Mille e una notte. La storia immortale dei rapporti tra gli uomini e le donne. Yin e Yang. »
Un silenzio meditabondo, forse, dall’altra parte. E anche dalla mia.

Ieri sono arrivate…

…le due copie staffetta del mio secondo romanzo, L’archivio segreto. Non c’è che dire: Come oggetto è bello. Un Oscar piccolo e colorato: in copertina un quadro di Panini, un pittore di vedute, che compone in modo “capriccioso” il Pantheon, la statua di Marco Aurelio, la meridiana di Augusto sotto un cielo azzurro segnato da fiocchi bianchi di nuvole. Il primo richiamo, quello della copertina. Sembra che ogni autore scelga, piùo meno inconsapevolmente, il proprio lettore; così come il lettore sceglie il suo libro, che è ovvio. Anche il cittadino sceglie ed “e-legge” il suo politico; ma anche – forse non si dovrebbe più usare il “ma anche”?- il politico sceglie il cittadino, come fosse il suo libro preferito. Del resto leggere ed eleggere derivano dal verbo latino “lego” che vuol dire appunto “scelgo”. A ogni autore il suo lettore, dunque, e a ogni cittadino il suo politico. E viceversa naturalmente, secondo i meriti di ciascuno.