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A Caffeina Festival oggi, 29 giugno, si parla di SOPRAVVIVENZA DELLA CULTURA

CAFFEINA FESTIVAL – 29 GIUGNO – ORE 19 – PIAZZA DEL FOSSO

LA GUERRA PER LA SOPRAVVIVENZA DELLA CULTURA

Claudio Strinati, Annarosa Mattei e Giampaolo Correale parlano dello stato di crisi del sistema culturale in margine a due libri ricchi di analogie e affinità di intenti: Il sonno del reame di Annarosa Mattei e Il silenzio di Adina di Giampaolo Correale. Il primo è una fiaba surreale sull’oblio che oscura tradizioni e memorie d’arte e di storia, il secondo una divagazione ironica sulla costrizione al silenzio che ne consegue.

 

 

Su alcune presentazioni: Ostia, Roma (Circolo Canottieri Aniene), Genova, Arezzo

Passato un anno dall’uscita dell’Archivio segreto mi sembra interessante – o strano? – che se ne parli ancora con interesse. La passeggiata romana della svagata protagonista intendeva essere una sorta di elogio della lentezza. Camminare, osservare, riflettere: vivere senza fretta all’interno della propria giornata. Un po’ come leggere o scrivere. Una forma di meditazione in un certo senso. Forse, dunque, anche il libro “cammina” lentamente facendo tanti incontri interessanti per via. A Ostia il 29 aprile, al Circolo Canottieri Aniene il 18 maggio, a Genova il 25 maggio, ad Arezzo l’8 giugno.

Anna Maria Vanalesti a Ostia ha organizzato per il suo circolo di lettura un incontro che ancora ricordo con piacere, quasi con sorpresa. Accade sempre più di rado che uomini e donne insieme siano davvero curiosi di libri e disposti a ragionarne insieme. Precisa e sottile la sua introduzione che del resto lei aveva già proposto in modo abbreviato anche su questo sito, dopo  l’incontro al Visconti del 20 aprile.

Anche al Canottieri Aniene, nonostante il pubblico fosse diverso, ho notato che a un certo punto era scattata l’attenzione. Dopo le belle parole di introduzione e accoglienza di Giovanni Malagò, Enrico Vanzina ha parlato del senso dello scrivere proprio come di una “ricerca del senso”, della difficoltà di scrivere  in modo diverso, di scrivere “un’altra cosa”, “oltre la banalità corrente”. Sono stata felice che parlasse del tema del tempo, del patto finzionale tra autore e lettore, dei personaggi che si fanno da sé, soprattutto che citasse Calvino, la sua passione letteraria, la sua inchiesta conoscitiva sui livelli di realtà, sempre mirata a penetrare la superficie delle cose e a intravedere altri mondi “oltre l’apparenza”. Portoghesi si è soffermato sull’immagine di Roma che obbliga di per sé a pensare alle sovrapposizioni dei tempi e dei luoghi, all’eterno presente di De Chirico e delle sue piazze silenti. Ha citato come esempio la descrizione del Teatro di Marcello, “un mondo di materia dove tutto è stato scritto”: di qui la sua riflessione sulla felicità di scrivere e di dare un significato nuovo alle cose, sul pensiero che si fa scrittura e poesia per narrare di una terra viva e sensibile, ferita dalle ripetute offese degli uomini, ignari spesso di un destino già scritto che si svolge come un gomitolo. La conversazione letteraria che ne è seguita ricordo bene come sia stata intensa e abbia coinvolto tutti i presenti, stranamente partecipi in un tempo disattento e indifferente qual è il nostro.

A Genova, terra di poesia, tutto più contenuto. Nella bella sala di un palazzo storico di via Garibaldi una ventina di persone, perse nella vastità dell’ambiente. Pippo Marcenaro, che aveva organizzato l’incontro, si è espresso in modo sottile e penentrante, da par suo, sull’Archivio segreto , parlando della disseminazione dei racconti, dei microeventi chiusi in una cornice narrativa, dei dettagli dei personaggi dai nomi strani, degli animali parlanti, dei luoghi cittadini stratificati, della prosa rimata. Una fotografia della società che non fa attenzione alle cose, realizzzata attraverso un continuo spostamento di punti di vista: Roma come un teatro di storia e di storie in un groviglio di tempi che si fondono nell’attimo, nel punto di luce simile all’aleph di borgesiana memoria. Piero Boragina ha letto delle pagine con grande intensità prima che Pippo iniziasse a parlare. Un composto dibattito ha chiuso l’incontro: che cosa è un libro? perché si scrive? “Contro la standardizzazione della stupidità” risponde Piero. Per un recupero di senso – penso io – cercando di dirlo in modo adeguato. “Perché in versi?” chiedono. “Perché Adamo, secondo Borges, parlava in versi”, rispondo io.

Arezzo pochi giorni fa: la sala della Biblioteca Comunale piena. L’immediato calore nell’accoglienza mi ha stupito ancor prima che si cominciasse a parlare. Paolo Nepi e Liletta Fornasari sono stati presentati da Maria Grazia Fabbroni Redi, artefice dell’iniziativa, organizzata perfettamente nei minuti dettagli, dagli inviti ai doni inattesi e graditi. Proprio lei ha voluto introdurre il discorso notando in particolare alcuni temi come quello del tempo, il “senso del tempo” come lo ha chiamato sottolineando il modo in cui era stato trattato all’interno del racconto. Liletta si è soffermata sul tema delle donne – amori, figli, solitudine, l’avanzare degli anni – dei personaggi di ieri e di oggi, delle storie nella storia, del camminare come gesto equivalente allo scrivere e al narrare, alla meditazione, alla lentezza, della vita quotidiana incrociata con la storia, della ricerca dell'”archivio segreto” che è in tutti noi.
Paolo Nepi ha indagato con grande sottigliezza gli episodi speculari delle cene posti all’inizio e alla fine della storia e la durata emblematica del giorno in cui tutto può accadere solo a cogliere i dettagli di ogni cosa: Roma, la città eterna, inquadrata e celata nella sua quotidianità come dietro a uno schermo, la solitudine narcisistica dei personaggi e il desiderio di superarla attraverso il dialogo incessante, la funzione degli animali parlanti, il gatto Gregorio e la sua funzione magica, lo scrivere in rima. E tante altre cose: come l’incrocio tra il pensiero presocratico e quello buddista. Discorso straordinario. Il riferimento al conte philosophique di Voltaire in particolare l’ho molto gradito dato che nessuno sa più come chiamare un certo tipo di scrittura nel diluvio generale del romanzo.
Che dire? Che sono stata davvero felice.

Lunedì 25 maggio – Genova

Chissà che qualcuno dei miei prossimi venticinque lettori non sia a Genova…

Incontro con Annarosa Mattei e i suoi libri

Una ragazza che è stata mia madre
Mondadori Editore

L’archivio segreto
Mondadori Editore

con l’autrice interverrà Giuseppe Marcenaro

lunedì 25 aprile 2009, alle ore 17
Salone di rappresentanza del Banco di Chiavari e della Riviera Ligure
Genova, Via Garibaldi, 2

Lunedì 18 maggio ore 19 Circolo Canottieri Aniene

CIRCOLO CANOTTIERI ANIENE
Lungotevere dell’Acqua Acetosa 119

Lunedì 18 maggio 2009
Ore 19

Giovanni Malagò, Paolo Portoghesi, Enrico Vanzina
parlano del libro di
Annarosa Mattei L’ARCHIVIO SEGRETO

“La tua stessa vita in realtà esiste solo se la racconti e te la devi immaginare se la vuoi raccontare per illuderti di coglierne un barlume di senso”

Relazione sulla presentazione del 20 aprile

Mi era già capitato qualche altra volta di parlare nell’Aula Magna del Visconti, il liceo dove insegno da molti anni. La prima occasione fu, una decina di anni fa, quella della presentazione di una mia antologia alla quale tenevo molto: Poesie italiane del Novecento edita da Archimede nel 1995. Avevo provato a “raccontare” la poesia del secolo scorso come se fosse uno splendido romanzo, una lunga storia piena di personaggi. C’era Giulio Ferroni, anche allora, a parlare, come ora. L’anno dopo venni trasferita al Visconti e il Collegio Romano diventò il teatro delle mie fantasie narrative oltre che del mio lavoro quotidiano.
Questa volta si è parlato dell’Archivio segreto in cui compare questo antico palazzo popolato dei personaggi e delle storie di oggi e di ieri. Rosario Salamone ha introdotto, non tanto e non solo come preside del Visconti, quanto come attento lettore della letteratura attuale. Hanno poi parlato Rino Caputo, Giulio Ferroni e Walter Pedullà. Proverò a riferire quanto è stato detto, anche se tardivamente, per quanto me lo consentono la memoria e gli appunti presi.
Il tema del “capriccio” urbano – sintetizzato dal quadro di Pannini in copertina – della casualità apparente del girovagare, coincidente con una modalità di lettura che può essere anch’essa casuale, senza inizio né fine, sono stati analizzati da Rosario Salamone insieme al procedimento divagante della scrittura, al continuo conversare dei personaggi, in un mondo in cui tutto è animato, dalle pietre agli alberi, e come calato in una dimensione che egli ha definito di “panpsichismo”, comunque di contatto religioso con la realtà. Caputo, che si aspettava l'”aurea mediocritas” dei tanti libri occasionali di oggi, ha detto invece cose assai lusinghiere: prima di tutto di essere rimasto sorpreso dalla consapevolezza letteraria della scrittura; poi dalla scelta del prosimetro, cioè della prosa mista al ritmo e alla rima della poesia; dal rapporto dichiarato con la tradizione; dalla scelta “di gusto” contro la standardizzazione e la volgarizzazione dei linguaggi attuali; dall’assortimento delle storie di uomini e donne e delle loro passioni d’amore. A Ferroni è piaciuto rievocare il suo liceo che tanta parte ha avuto nella sua storia personale e tanta ne ha nelle mie storie, come lui stesso ha sottolineato, non solo nell’Archivio segreto, ma anche nel libro precedente, Una ragazza che è stata mia madre. Soprattutto ha trovato l’orizzonte della scrittura femminile evidente sin dall’epigrafe, la dedica a Shaharazade, archetipo dell’arte del narrare. Ha parlato della cosiddetta autofiction, cioè della finta autobiografia – oggi piuttosto in voga – che racconta di una giornata singolare, di una strana passeggiata durante la quale il sogno si mescola alla realtà e ne diviene una chiave di lettura. Ha parlato ancora dell’indeterminatezza della dimensione onirica, dell’alterazione dei rapporti temporali e della scelta di uno spazio come Roma per rappresentarli in modo efficace: della gatta di via della Gatta, per esempio, e del suo valore simbolico. Ha parlato della prosa rimata, anche lui, e della totalità naturale in cui l’io della protagonista cerca di immergersi per superare i limiti della sua determinatezza. Ha citato Annamaria Ortese come un possibile riferimento per il modo narrativo dell’Archivio segreto, sospeso tra l’onirico e il fantastico. Ha citato Pirandello, per i temi del mondo teatralizzato, della teosofia, del libro alchemico in cui alla fine della mia storia si concentra la conoscenza del mondo, l'”archivio segreto”, l’antro platonico in cui si cela il cuore della realtà.
Straordinario, amici miei (voi soliti venticinque…)!
Li ho ascoltati con attenzione e debbo dirvi che mai avevo avuto così precisa la sensazione di essere riuscita a dire, a raccontare davvero quel che avevo in mente…
Poi è venuta la volta di Walter Pedullà che ha messo in evidenza alcuni aspetti della narrazione, che, almeno nelle mie intenzioni (si sa che non sempre le intenzioni si realizzano), esprimono proprio quanto “il cuore ditta dentro”: il modo antinaturalistico, il trattamento del tempo, l’importanza dei dettagli. Ha ricordato quanto diceva Paul Bourget a proposito del semplice resoconto di una giornata che, nella sua apparente insignificanza, può diventare esso stesso un romanzo. “Ma si tratterebbe di un’epica della realtà” ha aggiunto “o piuttosto di un’epica dell’esistenza?” Il recupero del senso attraverso i dettagli su cui indugia lo sguardo dei personaggi, in una narrazione sospesa tra la realtà e il sogno, tra il notturno e il diurno, fa propendere per la seconda via, secondo Pedullà, che ha ricordato Antonio Pizzuto e il suo modo di cogliere brandelli di senso nell’istante e nei particolari ingigantiti e apparentemente insigificanti. Ha colto, Pedullà, la volontà di superare gli stereotipi linguistici nell’attenzione rivolta ai giovani e alla loro morte annunciata e a volte realizzata attraverso il suicidio.
Come commentare, a mia volta, quanto è stato detto in modo così straordinario e generoso da Salamone, Caputo, Ferroni e Pedullà a proposito dell’Archivio segreto?
Posso solo dire che grande e consolante è il piacere di interloquire con i propri simili, di essere riconoscibili e riconosciuti in un paese di ciechi e di sordi, dove l’unico modo di scrivere (e quindi di pensare e di “esserci”) sembra essere diventato quello a una sola dimensione, senza nessuna possibilità di interpretazione e di riflessione. Roma è la metafora più evidente di quanto la realtà non sia altro che un libro da sfogliare, da leggere, da analizzare e comprendere anche nelle parti non visibili, tra le righe non scritte. Attraversare i limiti dell’io, della logica, della presunta razionalità, dialogare con altre specie e altre famiglie, con altri punti di vista per cogliere l’implicito dietro la superficie di ogni cosa. Essere qualcun altro, insomma, nell’epoca di Narciso allo specchio: questo è quanto vorrei continuare a fare e quanto vorrei che facessimo insieme per condividere un cammino comune. L’unica ragione che giustifica un altro libro nella folla di migliaia di libri.