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Via dei Fori Imperiali come La terra desolata di Eliot

Via dei Fori Imperiali come La terra desolata di Eliot. Un’intervista di Claudio Strinati, pubblicata sul Messaggero di oggi, sabato 6 agosto, da Mario Ajello. Spero che la leggano tutti gli amici e cittadini romani che hanno a cuore la salute etica ed estetica della loro citta sofferente e, di conseguenza, il loro stesso benessere

Intervista su via dei Fori Imperiali

Via Intervista su via dei Fori Imperiali

Allarme via Alessandrina!

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L’Azerbajan finanzia con 20 milioni di euro l’abbattimento di via Alessandrina. L’operazione viene definita di ‘valorizzazione’ nel cartello della sovrintendenza capitolina scritto con un pennarello. La vasta e disordinata opera di scavo, cementificazione, spoliazione del verde, in atto da almeno venti anni, prosegue inesorabile, lungo l’asse martoriato di piazza Venezia, via dei Fori Imperiali, Colosseo, nella più totale noncuranza del rispetto dei vincoli, in assenza di un progetto urbanistico che ridisegni l’intera area in modo da renderla percorribile e godibile senza gravi rischi per la sopravvivenza morale, estetica e fisica dei romani amanti della loro città. Se questo kafkiano modo di procedere vi indigna e se ne avete voglia rileggete ancora la mia Breve e dolorosa storia di via dei Fori Imperiali.

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Breve e dolorosa storia di via dei Fori Imperiali

Aggiungo alcune immagini  al vecchio articolo sulla storia di via dei Fori Imperiali. Prima di tutto l’immagine di come era appena una ventina di anni fa, accompagnata da due quinte simmetriche di alberi e giardini . Poi, di seguito, all’interno dell’articolo, come si presenta ora, manomessa, cementificata, privata del verde.

immagine2Il problema della tratta T3 della Metro C è connesso alle vicende di via dei Fori Imperiali. Questo articolo, che anticipo per gli amici di Facebook , è stato consegnato mesi fa alla rivista Lazio ieri e oggi che dovrebbe uscire a breve. Poiché ritengo che l’informazione debba necessariamente essere alla base di qualunque discussione ve lo sottopongo in anteprima, sperando che abbiate la pazienza di leggerlo.

ANNAROSA MATTEI

Da Piazza Venezia a via dei Fori Imperiali: una storica passeggiata ridotta a un percorso di guerra tra mute rovine, cemento e cantieri.

I romani non camminano volentieri lungo Via dei Fori Imperiali, non solo per la ressa dei turisti che quotidianamente la affollano, ma soprattutto perché non la intendono e non la riconoscono. Per molti di loro la via monumentale è una sorta di non-luogo, una smagliatura rispetto al tessuto degli antichi rioni: al di là della distesa dei Fori, disseminata di rovine, dominata dal Colosseo, immaginano forse che inizi una storia diversa, che la città si allontani e diventi un’altra. Sono ben pochi, infatti, i cittadini romani che percepiscono la distanza effettiva tra piazza Venezia e il Colosseo e quasi nessuno crede che per andare da un capo all’altro della via occorrano solo dieci minuti. Ma, a ben vedere, chi può dare loro torto, viste le sue condizioni attuali? Perché mai qualcuno dovrebbe percorrere a piedi uno stradone disabitato, in cui, nonostante l’importanza e la bellezza dell’area archeologica circostante, mancano attività, punti verdi, fontane, luoghi di incontro, di informazione e ristoro? A via dei Fori Imperiali, che sembra ormai riservata esclusivamente al transito veloce di un turismo disinformato, sembra proprio che sia stata sottratta la vita.

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Quando, il 28 ottobre del 1932, venne aperta la monumentale strada, che allora si chiamava via dell’Impero, venne demolito un popoloso quartiere, fittamente urbanizzato nel medioevo, ricco di case e palazzi, attività artigianali, commerciali, chiese, monasteri. Venne abbattuta addirittura una collina, la Velia, che impediva il passaggio verso il Colosseo. Con l’apertura del nuovo asse viario l’intero quartiere, incuneato tra i rioni Monti e Campitelli senza soluzione di continuità, scomparve insieme a tutti i suoi edifici, le sue vie, i suoi abitanti. L’area venne spianata, gli edifici rinascimentali e medievali abbattuti, molte vie interrate, interrotte le attività, la popolazione deportata in borgate periferiche.

Si aprì in tal modo un vuoto e, sulle rovine dell’antico quartiere Alessandrino, chiamato così dal luogo di nascita del cardinale Michele Bonelli, che lo aveva radicalmente trasformato nella seconda metà del Cinquecento, venne realizzata la via dell’Impero, una sorta di spazio teatrale, del tutto privo di abitanti ma adorno di giardini, funzionale alle parate e alle rappresentazioni di potere del regime. Un’apposita campagna di scavi rimise ben in evidenza, ai lati della via, lo sfondo dei Fori, liberati dalle costruzioni che nei secoli si erano mescolati alle antiche rovine; la stessa Curia venne riportata al suo aspetto originario con un pesante intervento di demolizione della chiesa di Sant’Adriano al Foro che pure ne aveva preservato la struttura. A lavori compiuti, la via dell’Impero, ampia e magniloquente, si aprì tra le quinte dei Fori, procedendo verso la prospettiva scenica del Colosseo per rappresentare la rinascita della romanità e la potenza del regime.immagine1

Con analoghi scopi celebrativi, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, lo stesso destino era toccato a una piccola piazza rinascimentale delimitata, per tre lati, da due palazzi quattrocenteschi disposti ad angolo, Palazzo e Palazzetto Venezia, e dal cinquecentesco Palazzo Torlonia, che in origine era allineato con via del Corso. Per edificare il Vittoriano, monumento all’Italia unita, al suo re e alla nuova capitale, vennero abbattuti palazzi, chiese, antichi edifici, nonostante le veementi proteste dei più autorevoli intellettuali e studiosi dell’epoca. L’antica piazza Venezia, allargata a dismisura, venne ridisegnata come un’enorme platea vuota perché diventasse, anche in questo caso, uno spazio teatrale celebrativo di rappresentazione politica del Regno d’Italia. Memorabile l’impresa dello spostamento del palazzetto Venezia, che venne smontato e ricostruito in posizione arretrata, verso via Botteghe Oscure, in modo del tutto arbitrario, falsando quote e proporzioni. Per far posto al Vittoriano vennero abbattuti la torre di Paolo III e il passetto che collegava Palazzetto Venezia al Campidoglio; furono demoliti il convento e i chiostri dell’Aracoeli; fu demolito nel 1903 anche il cinquecentesco Palazzo Bolognetti-Torlonia, considerato uno dei più splendidi e fastosi d’Europa per la qualità e la ricchezza delle decorazioni e delle opere d’arte. Sparirono la piazza, la via e il vicolo di Macel dei Corvi, dove esisteva ancora la casa di Michelangelo, ricordata in seguito da una targa murata sul Palazzo delle Assicurazioni, l’edificio nuovo, che venne costruito a specchio, in stile neorinascimentale e in posizione simmetrica rispetto a Palazzo Venezia, ma molto più arretrata rispetto all’antico Palazzo Torlonia.

Fu, dunque, tra piazza Venezia e l’allora via dell’impero, che venne riscritta un’idea della nuova Italia unita e della sua capitale, a furia di sventramenti, demolizioni, deportazioni che suscitarono non pochi dibattiti e polemiche. Le nuove aree monumentali vennero totalmente riprogettate includendo ampie zone di verde, con l’intento di renderle comunque belle e gradevoli per cittadini e i visitatori. Nei due slarghi ai lati del Vittoriano, secondo il disegno di Giuseppe Sacconi, responsabile del discutibile progetto di piazza Venezia e del patriottico monumento, ampie aiuole alberate creavano delle quinte verdi. Allo stesso modo, sia all’inizio che lungo tutto il percorso della via dell’Impero, su entrambi i lati, l’insigne archeologo Corrado Ricci aveva progettato e fatto realizzare ampi giardini, con aiuole fiorite e maestosi pini marittimi.

Ma già da allora i romani operarono una sorta di inconscia rimozione del nuovo assetto urbanistico, che considerarono estraneo rispetto all’antica città racchiusa nell’ansa del Tevere, tra piazzette e stradine. L’apertura traumatica di Piazza Venezia, infatti, non costò solo la perdita di un prezioso patrimonio storico artistico, ma creò la prima discontinuità nel cuore di Roma, segnando una insanabile frattura tra la città rinascimentale e barocca e la Roma medievale e cristiana nata, dall’altra parte della piazza, a ridosso delle rovine dei Fori con cui aveva creato un secolare connubio. L’apertura di poco successiva di via dell’Impero accentuò la cesura, portando a compimento un programma politico che aveva scelto di rappresentare l’idea di Roma capitale proprio ai margini dei due luoghi più carichi di storia e di simboli: il Campidoglio e il Colosseo.

Per un curioso e fatale destino in questi ultimi venti anni piazza Venezia e via dei Fori Imperiali sono state nuovamente manomesse, ma in modo disordinato e discontinuo, in assenza di un disegno urbanistico unitario. La piazza, rispetto al progetto di Giuseppe Sacconi, ha mantenuto solo la quinta alberata di destra, dalla parte di piazza San Marco, mentre ha perso quella di sinistra, sul lato del Palazzo delle Assicurazioni Generali. Per quanto riguarda la via, già all’inizio del percorso, a un primo colpo d’occhio complessivo, si nota che, lungo l’intero asse viario, molte delle aree verdi progettate da Corrado Ricci sono scomparse e le poche rimaste sono compromesse e maltenute. Cominciando il cammino dalla piazza della Madonna di Loreto, nello spazio in cui c’era un’aiuola alberata, simmetrica a quella del lato opposto, nel 2008 sono stati fatti scavi esplorativi per il passaggio della Metro C e ora si apre un fossato, in fondo al quale affiorano resti di antiche murature (l’Auditorium di Adriano secondo gli archeologi), che era assai prevedibile ritrovare a pochi passi dalla Colonna Traiana e che comunque risultano assai poco leggibili per il profano. Procedendo sempre sul lato sinistro, laddove fino alla metà degli anni novanta si trovava un gradevole ed esteso giardino, si apre ora un altro lungo fossato di scavo, delimitato sul lato opposto dalla via Alessandrina che lo separa dal Foro di Traiano. Lungo il marciapiede si sale e si scende su livelli diversi, tra piazzole, scale, aggetti e terrazzamenti di cemento, su uno dei quali si nota il tronco mozzato di un pino: all’interno del fossato non ci sono i resti dei Fori, come era lecito aspettarsi, ma solo le murature e le fondamenta degli edifici dell’antico quartiere alessandrino demolito per l’apertura della via. Proseguendo lungo il marciapiede, tra le statue degli imperatori, le aiuole di roselline smunte, i cespugli di alloro, i pochi pini sopravvissuti agli abbattimenti e soffocati dal cemento, si procede salendo e scendendo su gradini e gradoni disposti senza nessuna coerenza. Il progetto di scavi, avviato nel 1995, compreso nel Piano degli interventi per il Giubileo del 2000, ha interessato il Foro di Cesare e di Nerva, il Foro della Pace, un settore enorme del Foro di Traiano, tra via dei Fori e via Alessandrina, e, tra il 2004 e il 2006, l’area del Foro di Augusto. Nonostante nulla di significativo sia affiorato, se non i piani terreni, le cantine, la quota pavimentale delle antiche abitazioni dell’antico quartiere demolito, nessuno, fino ad ora, ha mai pensato di ricoprire gli scavi e di ripristinare il verde. Molti pensano anzi di demolire anche la via Alessandrina e i più radicali sognano di cancellare la stessa via dei Fori Imperiali immaginando di superare i salti di quota con improbabili ponti e passerelle.immagine3

Torniamo indietro e proseguiamo questa volta lungo il lato destro della via nella nostra passeggiata virtuale. A qualche metro oltre il Vittoriano, all’interno di un’aiuola malandata, sopravvissuta al cemento, troviamo solo due dei quattro pini originari. Poco dopo, all’altezza della Curia, un’ampia rete di recinzione delimita da molti mesi uno spazio terroso e incolto dove, accanto ai fusti mozzati di due pini, sopravvivono solo tre lecci. Lungo il percorso sono scomparsi finalmente, da poco, i camion bar e le bancarelle di frutta, ma, a popolare gli spazi antistanti al perimetro della rete, non mancano mai ambulanti e figuranti. Più avanti, sempre sullo stesso lato destro, il marciapiede si disarticola e, come nella parte opposta della via, si alza e si abbassa in riseghe e gradoni di cemento che aggettano sul foro sottostante in modo discontinuo e disordinato: anche qui, su uno dei terrazzamenti, il moncone di un pino abbattuto. Lungo il marciapiede, subito dopo la misteriosa recinzione e i caotici saliscendi, una ben misera e spoglia aiuola avanza nel cemento fino a restringersi in una striscia di terra di pochi centimetri delimitata da leziose bordature di ferro. Sul bordo esterno del marciapiede vasche di begonie sofferenti in sequenza. Sino a pochi anni fa tutto questo lato destro della via era sistemato a verde e ad alberature, esattamente come il lato sinistro.immagine4

Siamo ora a metà strada, a largo Corrado Ricci, dove c’era un altro giardino tra il Foro di Nerva e l’inizio di via Cavour. Nello spazio non molto ampio, dove a ridosso del muro romano da qualche tempo è comparsa una nuova recinzione (altri scavi?), troviamo aiuole circolari di roselline ritagliate in mezzo a una colata di ghiaia cementificata che ha ricoperto l’intera superficie dello slargo minacciando di asfissiare i pochi pini scampati agli abbattimenti. immmagine5

A destra, dopo aver costeggiato brutte vasche bianche di polverosi bossi che chiudono la via delimitandone la zona pedonale, le chiese di san Lorenzo in Miranda e dei Santi Cosma e Damiano, la Basilica di Massenzio si ergono, come sospese, su profondi fossati di scavo, in fondo ai quali, solo a sinistra, compaiono i resti delle pavimentazioni e degli antichi muri perimetrali del cosiddetto Foro della Pace, mentre a destra non c’è assolutamente niente. La basilica, la cui stabilità potrebbe essere minacciata sia dagli scavi che dai limitrofi cantieri della Metro C, è attraversata da un poderoso braccio trasversale di acciaio e ingabbiata in ponteggi di sostegno; le due chiese sono collegate al marciapiede da una stretta striscia di asfalto assai maltenuta, che qualche archeologo comunque vorrebbe abbattere per la continuità con l’area di scavo sottostante.

Arriviamo, infine, ai cantieri della Metro C, che, di qua e di là della via dei Fori Imperiali, si inoltrano fino a pochi metri dal Colosseo occupando metà della carreggiata.

A sinistra, in alto, numerosi container invadono i giardini di Villa Rivaldi, quasi del tutto spogliati, per l’occasione, del verde e di un gran numero di alberi; più in basso, il percorso della piacevole passeggiata Cederna, che si inerpicava sul Belvedere omonimo di fronte alla villa, è stato completamente distrutto. Ritornando a destra della via, si può osservare, con qualche preoccupazione per la loro stabilità, che i recinti invasi dai cantieri si trovano proprio sotto le colonne del tempio di Venere e Roma, sostenute da ponteggi e tiranti d’acciaio. Ed ecco infine il Colosseo, al termine di una via che i romani considerano con qualche ragione uno spazio estraneo, isolato dalla vita e dal contesto urbano. Se la passeggiata virtuale appena descritta è ora una spiacevole esperienza di pochi, che fanno di tutto per evitarla, possiamo immaginare quale incubo diventerà se gli scavi continueranno ancora accentuando i disagi provocati dall’ingombro e dai tempi biblici dei lavori dei cantieri.

L’ipotesi di abbattere la via Alessandrina e la stessa via dei Fori Imperiali resta in piedi per gran parte degli archeologi che condizionano le decisioni dei vertici amministrativi del comune che si sono succeduti negli ultimi venti anni. Per ora vari impedimenti politici e la solita cronica mancanza di fondi lo impediscono, ma non è detto che non accada proprio quando nessuno se lo aspetta. E, a giudicare da quanto è già avvenuto, non risulta che sia stato elaborato un progetto unitario per ridisegnare un’area cruciale della città alla luce di un’idea guida che le restituisca la bellezza perduta, il senso e la vita.via.alessandrina4

Viene da chiedersi quale sia oggi l’orizzonte culturale e progettuale che determina questa situazione e come mai si sia scelto di procedere in questi termini, con interventi occasionali, frammentari, indifferenti all’insieme storicamente e artisticamente complesso e stratificato di una città come Roma.via.alessandrina3

Certamente, se gli scavi, le recinzioni, le cementificazioni, gli abbattimenti di alberi e verde saranno fatti ancora in modo così dissennato, incoerente e irrispettoso per la bellezza e la storia di luoghi così antichi, l’area compresa tra piazza Venezia e il Colosseo continuerà a essere quello che è attualmente: un vero e proprio percorso di guerra, tra mute rovine, cemento e cantieri.

 

 

 

 

 

 

 

Via dei Fori imperiali delenda est? oppure no?

Le considerazioni di Simone Verde, sull’Huffington post di oggi, sono in gran parte condivisibili.  Solo una perplessità, senza entrare in altri dettagli. Fino a pochi giorni fa l’assessore Caudo proclamava con toni perentori la indiscutibile necessità di demolire via dei Fori Imperiali: cos’è che gli ha fatto cambiare idea inducendolo a più miti e ragionevoli consigli? Forse dobbiamo ringraziare anche per questo papa Francesco e il suo provvidenziale e straordinario Giubileo? In previsione dell’arrivo di pellegrini da ogni parte del mondo non si possono certo avviare grandi opere pubbliche, tanto meno immani cantieri di scavo e demolizione. A deturpare in modo insanabile la valle del Colosseo bastano i cantieri della inutile Metro C da cui non ci potrà liberare un Giubileo ma solo un miracolo: chissà che il papa non ne sia capace… C’è un tempo per ogni cosa. Forse questo è il tempo di  ragionare, sistemare, ordinare, invece che di devastare.

http://www.huffingtonpost.it/simone-verde/salviamo-i-fori-imperialiun-museo-sotterraneo-invece-dello-scempio-folle-di-cederna_b_6875656.html?utm_hp_ref=cronaca

‘Via dei Fori, via dai Fori’- dal blog La Torre di Babele, circa un anno e mezzo fa

La torre di Babele

antico|moderno|contemporaneo _ il senso del tempo in architettura

sabato 17 agosto 2013

Via dei Fori, via dai Fori

Nei giorni scorsi il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha dichiarato di voler avviare un progetto finalizzato a “far scomparire” quella strada tanto vituperata che è Via dei Fori imperiali1. Si tratta di una delle strade attualmente più rappresentative e identitarie della città che ha fatto parlare di sé da sempre, da quando è stata realizzata in pieno ventennio fascista secondo un preciso programma di uso pubblico della storia2, passando per il dibattito della Roma illuminata dei sindaci Argan, Petroselli e Vetere – con tanto di istituzione dell’Assessorato agli interventi sul centro storico guidato da Carlo Aymonino3 – fino ai nostri giorni con tanto di progetti per la linea metropolitana C e conseguente sistemazione dell’area.

Senza entrare nel merito di quel lungo e acceso dibattito4, si propone qui qualche riflessione sullo stato presente dei Fori e sul loro ipotetico immediato destino.

Pare ragionevole la trasformazione dell’area – laddove la trasformazione sia intesa come un mezzo per la conservazione – andando incontro alle esigenze di fruibilità, di “godimento”, di contemporaneità; ma allo stesso tempo va messo in luce quello che è probabilmente il più serio dei problemi a monte: la mancanza di un progetto archeologico circa l’area archeologica più grande del mondo, e dunque la mancanza di una precisa assunzione di responsabilità culturale. Vale la pena richiamare le parole di Andreina Ricci: “Ora quest’area […] sembra un campo di macerie incomprensibili; e tale resterà con qualsiasi intervento […] Fintantoché gli archeologi non studieranno un progetto – di archeologia prima che di architettura – per la messa in valore di quell’area, fintantoché non formuleranno proposte chiare su come e dove operare, cosa lasciare in vista, cosa ricoprire, cosa e come integrare per rendere leggibili quelle macerie, fintantoché non si assumeranno delle precise responsabilità scientifico-disciplinari (proponendo ad esempio l’eliminazione dei brandelli delle fasi successive a quella imperiale per rimettere in evidenza i contorni dei fori, oppure, al contrario, in quali zone mantenere resti delle fasi che si sono stratificate successivamente) nessun progetto architettonico-urbanistico potrà essere efficace, nessuna soluzione politica e nessuna scelta architettonica potranno attribuire qualità a quello spazio in assenza dei un’idea progettuale dalla quale amministratori e architetti possano prendere le mosse”5.

Ciò premesso, cosa significa dunque rimuovere questa cesura fra Foro romano e Fori imperiali? Concettualmente si tratterebbe di ripetere l’operazione del ventennio fascista tanto contestata. La costruzione dell’allora Via dell’Impero, operando un netto giudizio di valore, ha previsto la demolizione e lo sventramento di tutto il tessuto architettonico stratificatosi nei secoli sull’area dei Fori in vista della scelta – questa sì progettata, al di là del fine – di collegare con un’arteria “monumentale” il Colosseo a Piazza Venezia. Giudizio di valore, dunque, che al netto del fine sarebbe assunto decidendo di rimuovere Via dei Fori per riunificare l’intera area archeologica ottenendo un solo, grande parco archeologico, citando ancora il sindaco.

Occorrono a questo punto due precisazioni. La prima riguarda la natura di qualunque intervento su una delle aree archeologiche più delicate del mondo: si tratterebbe certamente di un intervento di restauro, considerando questo come frutto di progetto di architettura con forti specificità, ricordando l’unità di metodo non solo fra le arti ma anche fra le scale stesse del restauro, da quella paesaggistica a quella architettonica e di dettaglio passando per quella urbana. Restauro inteso come restituzione critica di senso a un bene, portatore di precisi valori storico-estetici, da tramandare al futuro in un’ottica di leggibilità, appunto, salvaguardandone l’autenticità materiale e i valori figurativi ma anche rispettandone le stratificazioni: “progettazione di e per il restauro, quindi, ma su precisi binari storico-critici, con intenzionalità eminentemente conservativa e accettando come dato di partenza un concetto d’autenticità diacronico, dove la ‘verità’ storica con la quale confrontarsi è il frutto della stratificazione, spesso plurisecolare […], non la sola presunta facies d’origine; dove la ricerca del sempre più antico, a scapito delle testimonianze accumulatesi nel tempo, non ha senso ed è dilapidazione del patrimonio storico, come lo sarebbe strappare le pagine giudicate meno importanti oppure parzialmente riscritte d’un antico codice”6.

La seconda precisazione riguarda l’inibizione di molta parte dell’opinione pubblica – e di numerosi operatori – circa la natura del frammento; ciò che appare sconnesso, frammentario, ricco di soluzioni di continuità, viene percepito come qualcosa da riattaccare, ricomporre anche con qualche forzatura, come istintivamente verrebbe da fare con i cocci di un vaso rotto e un tubetto di colla. Ma siamo assolutamente certi che la reintegrazione di un’immagine debba essere necessariamente fisica e debba privilegiare una sola fase storica, scelta accuratamente e non senza rigore “filologico” ma pur sempre arbitrariamente? Né può trattarsi di recuperare la bellezza dispersa di un centro antico, imperiale in questo caso: non siamo né dèi né imperatori; non è un caso che Raffaello e, ancor più, Giulio Romano abbiano rielaborato criticamente – e non senza una dose di raffinata ironia – codici e linguaggio del passato senza riproporli pedissequamente.

Tutto ciò pone dei dubbi sul perché rimuovere Via dei Fori. Non da meno sono le perplessità sul come. Ancora Marino pensa saggiamente a un comitato internazionale per la scelta delle modalità tecniche dell’intervento ipotizzando al contempo diversi scenari: rimozione totale, rimozione parziale lasciando un lacerto come percorso ciclopedonale e mostrando le stratificazioni dell’arteria stradale (a questo proposito il sindaco allude a una TAC, essendo più avvezzo al campo medico; tuttavia una TAC non richiede lo sventramento di un paziente per analizzarne in profondità i tessuti, in altri termini è un’indagine non distruttiva – per rimanere nel gergo architettonico – e non una stratificazione scelta anche in questo caso arbitrariamente e mostrata a beneficio di futura memoria, quasi a volersi ripulire la coscienza: quello che c’era non c’è più ma sappiate che era così …). Dubbi, incertezze enormi sulle modalità tecniche, per non parlare di quelle economiche in un Paese, qual è il nostro, che certamente non sembra al momento affidabile circa operazioni imponenti di questo tipo nonostante gli sforzi del ministro Bray.

Accettata la pedonalizzazione della strada e sottratto il Colosseo al ruolo di gigantesco, per quanto prestigioso, spartitraffico, cosa bisogna aspettarsi? Se Via dei Fori fosse eliminata, ne risulterebbe davvero più leggibile il più grande parco archeologico del mondo che si verrebbe così a configurare? O ci si ritroverebbe davanti a una quantità sterminata di nude pietre7, coperte di tanto in tanto da strutture provvisorie, ammassate le une accanto alle altre senza rendere giustizia alla loro storia oltre che alla loro estetica? E Via dei Fori non è essa stessa un elemento fortemente identitario della città contemporanea?

L’ex soprintendente Adriano La Regina, dichiaratosi favorevole oggi al progetto di Marino8, scriveva in passato che il grande parco archeologico compreso entro il perimetro delle Mura aureliane di fatto esiste già… e occorre solamente organizzarlo diversamente. Occorre in primo luogo sottrarlo alla sua condizione di spazio utilizzato per l’attraversamento veicolare e, in alcuni ambiti, come riserva di esclusivo interesse turistico. […] Si dovranno nuovamente rendere agibili gli spazi già in antico destinati all’uso pubblico: le piazze quali luoghi di sosta e di attraversamento, le strade come viabilità ordinaria pedonale9.

Senza avviare operazioni titaniche dalle premesse già fragili e dagli esiti altamente incerti, sarebbe prudente accettare il frammento, la cesura, la storia di quest’arteria stradale sfruttandola come percorso di conoscenza dei Fori, attrezzandola opportunamente (al contrario di quanto accade oggi). Ne risulterebbe un percorso narrante in grado di far leggere le storie – non un’unica storia – dei Fori, non una strada trafficata com’era fino a pochi giorni fa né un marchio infame da rimuovere a tutti i costi. Per tornare ai principi informatori del restauro, il minimo intervento appunto. Questo sì sarebbe un accorto uso pubblico della storia, oltre che dei finanziamenti.

 

  1. Intervista di Lucia Annunziata a Ignazio Marino per Huffington Post, 10 agosto 2013.
    2. Si fa riferimento all’efficace espressione utilizzata da Andreina Ricci nel saggio Attorno alla nuda pietra. Archeologia e città tra identità e progetto, Donzelli Editore, Roma, 2006.
    3. Carlo Aymonino, Progettare Roma capitale, Editori Laterza, Bari, 1990 e Raffaele Panella, Roma. Città e Foro, Officina Edizioni, Roma, 1989.
    4. La storia “moderna” dei Fori è tracciata in Italo Insolera, Francesco Perego, Archeologia e città. Storia moderna dei Fori di Roma, Editori Laterza, Bari, 1983, con significativi aggiornamenti nelle edizioni successive. Una sintesi efficace del dibattito è rintracciabile nella postfazione di Mauro Baioni al libro di Antonio Cederna, Mussolini urbanista. Lo sventramento di roma negli anni del consenso, 2^ edizione, Corte del Fontego, Venezia, 2006, pubblicata su Eddyburg, il blog di Edoardo Salzano.
    5. Intervista di Silvia Moretti ad Andreina Ricci, in D’Architettura n.33, agosto 2007.
    6. Giovanni Carbonara, Restauro architettonico: principi e metodo, Mancosu Editore, Roma, 2012.
    7. L’espressione è ancora di Andreina Ricci nel già citato saggio.
    8. Intervista ad Adriano La Regina, Corriere della Sera, 3 agosto 2013.
    9. Si veda Maria Bugli, Roma: continuità dell’antico. I Fori imperiali nel progetto della città, Electa, Milano, 1981.

http://latorredibabele.blogspot.it/2013_08_01_archive.html