Archivi autore: Anna Mattei

Informazioni su Anna Mattei

Anna (Annarosa) Mattei vive a Roma dove ha fatto i suoi studi e tuttora svolge le sue attività. Il tema medievale dell’amor cortese, le figure del simbolo e dell’allegoria, l’estetismo e la poesia liberty, il primo romanticismo, il romanzo e la poesia del Novecento, sono tra i percorsi principali della sua ricerca. Si è sempre occupata, in tal senso, di teoria della letteratura e della lettura, sia come studiosa che come docente, pubblicando libri e saggi. Con il nome di ‘Annarosa’ Mattei ha firmato i suoi primi due romanzi, Una ragazza che è stata mia madre, 2005; L’archivio segreto, 2008, entrambi editi negli Oscar Mondadori. Il terzo, pubblicato a dicembre 2013 si intitola Il sonno del Reame.

In memoria della mia amatissima Nina

Nina, amica mia dolcissima, non ricordo nemmeno come sei arrivata da me, ma certamente eri piccola, dolcissima e amabile, così come sei stata sempre, fino all’ultimo istante della tua vita. Sei stata la più attenta e sensibile creatura che abbia mai conosciuto, capace di intuire e intendere emozioni e stati d’animo,  rasserenare le mie frequenti malinconie con il tuo sguardo enigmatico e profondo, con il tuo particolare e intenso fraseggio di miagolii e mormorii, che non cessavi mai di emettere, come fossi uno strumento musicale animato. Mi mancherai tanto, Nina, mia dolcissima amica. Mi mancherai in ogni momento del giorno. Mi mancherai alla sera soprattutto, quando, come sempre, tergiverso e resisto alla pausa irresistibile del sonno. Ogni notte, per anni, aspettavi che rientrassi e mi invitavi a seguirti per fare insieme una misteriosa, rituale passeggiata, lungo il portico dell’antico Palazzo dove ho trascorso tanti anni della mia vita, camminando tu al passo con me o precedendomi appena, alzando spesso lo sguardo, fissandomi e parlando con me di continuo nel tuo magico linguaggio. Nella nuova casa hai continuato a farlo in altro modo, attendendo il mio rientro sulla soglia, seguendomi per le stanze mentre mi perdevo tra le abitudini che dilazionano l’appuntamento con il sonno, intonando le tue tenere melodie, fino a che non mi convincevi a raggiungere il letto dove ti accoccolavi ai miei piedi e mi accompagnavi nel viaggio notturno che certamente non ti intimoriva. Dolcissima amica, spero di ritrovarti nei giardini di luce in cui certamente ora ti aggiri insieme ai vecchi amici che ti hanno preceduto. Alla piccola Mia, soprattutto, che ha tanto sofferto prima di andarsene, che amavi molto e che hai a lungo cercato quando ormai non c’era più. Dormirò sempre ogni notte in tua compagnia, dolcissima Nina, senza temere più l’attraversamento di cui forse mi davi la chiave segreta per aprire le porte che introducono in un altro mondo a te ben noto.

La presentazione di sabato 16 giugno a Montemerano

In questi ultimi anni, per chi scrive, è diventato vitale e necessario presentare i libri, non solo una volta, due o tre, come accadeva prima, ma più volte e in molti luoghi diversi, perché resti viva l’attenzione dei lettori e dei librai. Gli incontri sono sempre interessanti e coinvolgenti perché accade spesso che gli interventi del pubblico aggiungano riflessioni e nuovi spunti alla storia a cui chi scrive ha cercato di dare forma. Accade che in qualche occasione ci siano poche persone mentre in altre capita che ci sia un pubblico numeroso, attento e coinvolto. Sabato scorso, a Montemerano,  l’incontro sull’inesauribile tema dell’ “enigma d’amore” nella Biblioteca di Storia dell’Arte, organizzata e promossa dagli eccellenti e infaticabili organizzatori di eventi culturali, Marilena Pasquali e Giancarlo De Maria, è stato una vera e piacevole esperienza  di immersione in una realtà locale, ricca di storia, bellezza e partecipazione. Claudio Strinati, come è suo solito ha esplorato da par suo il tema d’amore, e l’editore, Alessandro Orlandi, gli ha fatto seguito in modo altrettanto efficace. E poi è toccato a me di interloquire con un pubblico certamente ‘intendente’ come pochi altri che mi era capitato di incontrare, per dirla con i miei amati antichi poeti. Certamente è bello fare un’inchiesta, portare avanti una ricerca che appassiona, scriverne ogni giorno, come una formica letteraria, finché non si decide di arrivare a un punto comunque sempre provvisorio di compiutezza. Ma è più bello ancora quando la ricerca prende vita nel confronto e nel dialogo aperto con altri sensibili cultori degli stessi temi, per procedere insieme lungo un cammino di consapevolezza. Grazie ad amici sapienti e preziosi, intervenuti all’incontro di Montemerano, come Maria Vittoria Marini Clarelli e Filoreto D’Agostino. Grazie a Simona Carratelli e a Francesco Bernardini, giovani professionisti, ritrovati casualmente nella bella Maremma toscana, dove vivono e lavorano felicemente.

Sappiamo ancora parlare d’amore?

Fu nei fiorenti feudi dell’antica Aquitania del dodicesimo secolo che l’esperienza d’amore, per la prima volta, venne pienamente e liberamente vissuta, indagata nella sua natura enigmatica, codificata in rituali complessi, espressa in una altissima forma poetica. La civiltà occitanica – così chiamata dalla lingua d’oc che si parlava nei territori a sudovest della Francia – maturò una lunga e complessa riflessione sull’essenza misteriosa del fenomeno amoroso, che considerò il nucleo fondante di un diverso modo di sentire e di un nuovo modello sociale, all’interno di un sistema culturale assai avanzato, improntato al dialogo, alla parità tra l’uomo e la donna, al libero pensiero. Indagare sulle origini del discorso d’amore ci fa riscoprire, in modo inatteso, un mirabile momento di rinascenza di un medio evo illuminato, che pose la donna e l’amore al centro di un processo di rigenerazione e rinnovamento, non solo di ogni singolo individuo consapevole, ma dell’intera società. Non a caso Simone Weil definì la civiltà della cortesia e dell’amore come la più evoluta e irripetibile della storia europea.

L’amore celebrato nel grande canto dei trovatori, semplici cavalieri e potenti signori, uomini e donne, fu chiamato fin’amor, amor nova – di genere femminile in lingua d’oc – e venne inteso e vissuto come accensione straordinaria dell’anima e dei sensi, occasione di rinascita e conoscenza di sé, riservata a chi sapesse intenderne le potenzialità per naturale predisposizione e per formazione culturale. Perché la sua straordinaria potenza venisse colta e compresa da chiunque la avvertisse in sé, venne elaborata, all’epoca, una sorta di grammatica morale, un vero e proprio codice, che illustrava il cammino da compiere a quanti si sentissero in grado di intraprenderlo. L’esperienza d’amore, per chiunque fosse capace di provarla e intenderla, si doveva trasformare in tal modo in un vero e proprio cammino guidato, introspettivo e iniziatico, alla ricerca della chiave di accesso a una superiore sapienza, alla divina sophia rispecchiata nella bellezza della donna. La donna, domna nell’antica lingua d’oc, era considerata, in questo contesto, la domina, la signora, e l’uomo era il suo vassallo, che, come in un rapporto feudale, le poteva rendere il debito hommage (omaggio) solo dopo aver superato vari gradi lungo la via del perfezionamento di sé e del riconoscimento del carattere inestinguibile del proprio desiderio. Solo alla fine del suo cammino di formazione, dopo aver dato prova di cortezia, mesura e valor, il cavaliere, divenuto om cortès (uomo cortese), poteva giurare fedeltà e obbedienza alla sua domna, senza mai pensare di risolvere nell’illusione del possesso la sua inchiesta d’amore.

 

 

È ancora tempo di parlare d’amore? A Napoli, 5 giugno, Casa Ascione; a Roma, 6 giugno, Harmonia mundi

Care amiche e amici, forse non è più questo il tempo adatto per parlare di libri e lettura, men che meno dell’antico discorso d’amore. O forse invece lo è più che mai, nella perplessità in cui oggi siamo sospesi. Torniamo ancora a parlare di civiltà del dialogo, di desiderio d’amore, di bellezza e sapienza, care amiche e amici. Vi aspetto a Napoli martedì 5, alle ore 18, a casa Ascione. Il giorno dopo a Roma, in via dei Santi Quattro 26, alle ore 19, nella sede dell’associazione culturale Harmonia Mundi (che vi chiede un’iscrizione online https://www.harmonia-mundi.it/eventi/lenigma-damore_2018-06-06 ). Più che mai è tempo, ora, di ricordare la centralità della cultura, del suo essere fondamento, e non sovrastruttura, di un progetto politico volto a ricostruire  una società destabilizzata e moralmente depressa. In un momento critico della nostra storia – una storia assai breve come stato unitario, lunghissima come nazione e cultura – è più che mai necessario, care amiche e amici, ricordare quelle grandi civiltà che hanno impostato la loro azione politica sull’amore per la conoscenza e il libero pensiero, sul rispetto per le diversità, sul dialogo paritario tra l’uomo e la donna. Torniamo, allora, a parlare della civiltà occitanica, delle donne e degli uomini dell’antica Aquitania, che tanto hanno segnato la cultura europea, soprattutto la nostra, imprimendo su di essa un indelebile segno di libertà, mai dimenticato, neanche nei momenti più oscuri, ma certamente mai più espresso nei modi originari. Una libertà vera e vissuta, per cui ogni individuo, uomo o donna che fosse, poteva distinguersi ed eccellere per la sua formazione culturale, non per la sua nascita, per il suo potere o per la sua ricchezza. Immagino che in tanti siamo preoccupati per quanto accade. Immagino che siamo certamente stanchi della cattiva informazione, dell’ipocrisia opportunistica malcelata, dei seminatori di discordia che invitano le piazze all’odio, alla rivalsa, allo scontro. Leggere non è dimenticare il proprio tempo difficile, ma ricordare la magnifica tradizione culturale che sostiene il nostro essere nel mondo, consapevoli, vigili e attivi.

 

 

Sorrentino: LORO, LUI e NOI nello sguardo illuminante di una pecora

Lo sguardo stupefatto della pecora, nelle prime inquadrature di Loro 1 di Paolo Sorrentino, è, a parer mio, la vera e propria chiave di lettura del film, che racconta in modo umoristico e metaforico la straordinaria condizione di alienazione e sospensione dalla realtà vissuta da molti di NOI nell’era berlusconica, quando LUI e LORO regnavano nel simbolico giardino incantato di Villa Certosa, riduzione teatrale dello spazio Italia. In questo senso, il punto di vista della ‘candida’ pecora coincide certamente con il NOI, quindi con quello dell’artista Sorrentino, che, in quanto tale, è sempre, per mestiere e passione, un osservatore curioso dello spettacolo folle e perenne del mondo. Molti di NOI, volenti o nolenti, vittime o complici, desti o dormienti, sono stati spettatori a tempo pieno di quella affollata rappresentazione mediatica del potere, del lusso e della corruzione, messa in scena da LORO, uomini e donne senz’anima, asserviti a LUI, principe e signore, in ogni modo e in ogni luogo, senza distinzione tra pubblico e privato. Proprio come la candida pecora, siamo stati sottoposti al bombardamento mediatico dei quiz, dei talk, dei reality, allo spettacolo farsesco e ininterrotto del potere, e, come lei, abbiamo forse, a volte, emesso deboli belati, tentando inutilmente di entrare nelle stanze del potere, di capire e di farci capire, nella gazzarra assordante di suoni, nel gelo rapido e mortale dell’isolamento che ne seguiva. Quanti di noi, donne e uomini di ogni età e condizione sociale, del tutto estranei a LORO, alla truppa di servi corrotti, schiavi del sesso, del denaro, del potere, sono vissuti, proprio come la candida pecora, nel giardino mirabolante e illusorio di Villa Certosa, ricostruzione teatrale di un paese e di una felicità  che non esistevano? Liberi di scorrazzare nel recinto ben definito, ma non di osservare e curiosare, né, tanto meno, di ‘belare’, di chiedere, di voler capire. La prima parte del film racconta dunque di LORO, diaboliche marionette travolte in una sarabanda farsesca. Mentre la seconda racconta di LUI, principe in maschera, ossessionato dal delirio di onnipotenza e dalla solitudine. Ma è lo sguardo e la morte fulminante della pecora, oltre alla fuga del rinoceronte e del topo lungo le vie di una città fantasma, a dare la chiave di verità di una favola allegorica dei nostri tempi notturni e malati. Le parole del regista, che vi propongo qui di seguito, sono quanto di meglio per intenderne il senso più riposto. 

NOTE DEL REGISTA

“Loro, diviso in due parti, racconto di finzione, in costume, che narra di fatti verosimili o inventati, in Italia, tra il 2006 e il 2010. Attraverso una composita costellazione di personaggi, Loro ambisce a tratteggiare, per squarci o intuizioni, un momento storico definitivamente chiuso che, in una visione molto sintetica delle cose, potrebbe definirsi amorale, decadente, ma straordinariamente vitale”. E Loro ambisce altresì a raccontare alcuni italiani, nuovi e antichi al contempo – prosegue il regista – Anime di un purgatorio immaginario e moderno che stabiliscono, sulla base di spinte eterogenee quali ambizione, ammirazione, innamoramento, interesse, tornaconto personale, di provare a ruotare intorno a una sorta di paradiso in carne e ossa: un uomo di nome Silvio Berlusconi.
Questi italiani, ai miei occhi, contengono una contraddizione: sono prevedibili ma indecifrabili. Una contraddizione che è un mistero. Un mistero nostrano di cui il film prova a occuparsi, senza emettere giudizi. Mosso solo da una volontà di comprendere, e adottando un tono che oggi, giustamente, viene considerato rivoluzionario. Il tono della tenerezza.

Ma ecco che appare un altro italiano. Silvio Berlusconi. Cosi’ come l’ho immaginato. Il racconto dell’uomo, innanzitutto, e in modo solo marginale del politico. Si potrebbe obiettare che si sa molto non solo del politico, ma anche dell’uomo. Io ne dubito. Un uomo è, per quanto mi riguarda, il risultato dei suoi sentimenti più che la somma biografica dei fatti. Quindi, all’interno di questa storia, la scelta dei fatti da raccontare non segue un principio di rilevanza dettata dalla cronaca di quei giorni, ma insegue unicamente il fine di provare a scavare, a tentoni, nella coscienza dell’uomo”.

Abbiamo visto 'Loro 1', la carezza di Sorrentino a Berlusconi