Cantare l’amore, cantare la vita: L’enigma d’amore nell’occidente medievale

L’enigma d’amore nell’occidente medievale è la trascrizione, sempre provvisoria, di una inchiesta che mi appassiona da anni, che invade ogni aspetto della mia esistenza, quella vissuta e quella letta, che non può esaurirsi in un libro, in cui ho cercato di narrare quanto più possibile i risultati di di una lunga ricerca insieme ai frammenti di quello che “il cuore ditta dentro”. Ogni giorno il mio cammino riprende e si dipana nella meravigliosa foresta di Brocelandia, dove mi capita di incontrare le antiche dame, signore delle corti d’amore, e altri cavalieri erranti alla ricerca del Graal, armati un tempo di una spada, più tardi di carta e penna, ora solo di un Ipad. Oggi ho avuto l’impressione di averne incontrato uno, leggendo  la lusinghiera recensione di Mattia Nesto, che sulle pagine della sua rivista online, CriticaLetteraria (http://www.criticaletteraria.org), tratta il tema d’amore da vero ‘intendente’, curioso della sua sorprendente sopravvivenza nella terra desolata in cui sembra vagare come un fantasma smarrito, proveniente da tempi remoti. Una gioia inattesa ritrovarsi sulla stessa via.

http://www.criticaletteraria.org/2017/08/Mattei-l-enigma-d-amore.html

 

 

Un invito di Teo: l’ ‘enigma d’amore’ nei giardini di Castel sant’Angelo

Eccomi qui, cari amici! Al riparo dal caldo …

 

 

 

Questa volta vi invito nei giardini di Castel Sant’Angelo, il 2 agosto, alle ore 21,  con Annarosa Mattei e Alessandro Orlandi, che vi parleranno del libro ‘L’enigma d’amore nell’occidente medievale’. Il dialogo sull’ ‘enigma d’amore’ continua a fiorire ai bordi del Tevere, nel cuore di una città che è  l’ ‘archivio segreto’ del mondo, come ebbe a raccontarvi il mio amico Gregorio, in una sua storia di qualche anno fa. Un affascinante ‘enigma’, rivolto alle donne e agli uomini di oggi, curiosi di ritrovare e rivivere il senso dei riti e dei discorsi d’amore, fioriti nell’antica Occitania, terra di libero pensiero e straordinaria civiltà.

 

L’enigma d’amore nell’occidente medievale

*MATTEI Enigma d'amore PIATTO**MATTEI Enigma d'amore COP

Dopo aver a lungo riflettuto, ho scritto questo libro nella convinzione che oggi abbia senso parlare delle origini del discorso d’amore, dei passaggi necessari a farne esperienza, nel corpo, nell’anima, nel cuore e nella mente.  A chiunque desideri intenderne  e rinnovarne il messaggio di sapienza propongo un passo tratto dall’Introduzione. (pag.31-33)

“Molte centinaia d’anni fa, sul finire del Mille, nei ricchi feudi sparsi nel Sudovest della Francia, tra la Provenza e l’Aquitania, l’esperienza d’amore fu celebrata dai leggendari trovatori, professionisti della poesia, del canto e della musica, assai ricercati dai signori e dalle dame di corte. Per esprimere la qualità particolare di quell’esperienza sottile i trovatori usavano le parole ‘fin amor’ o ‘amor nova’, femminili in lingua d’oc, esplorando ogni aspetto del fenomeno, cogliendone la miracolosa potenza che paragonavano a quella della primavera.

Lo schema mentale e comportamentale dell’amore cortese comparve nell’orizzonte europeo in un periodo segnato da profonde tensioni di tipo politico e sociale. Rappresentò, in un certo senso, l’emancipazione della cultura laica dalla tutela religiosa che fino a quel momento aveva condizionato ogni aspetto della vita. Forme poetiche originali e nuovi temi letterari tradussero nella gentilezza dei riti d’amore le tensioni e le contraddizioni vissute dai protagonisti di una società in fermento – signori, dame e cavalieri – trasferendole in un mondo immaginario carico di suggestione e di bellezza, in cui vennero sublimati la competizione, la delusione, la violenza di un’emarginazione diffusa, il desiderio di esplorare e conoscere se stessi e il mondo secondo un principio di libertà.

La classe dominante di quei tempi scoprì, in un certo preciso momento della storia, di poter trarre la sua conoscenza della vita e la somma del suo sapere da una curiosa sorta di ars amandi, che si fondava su un paradosso: il vero amore, secondo la nuova mentalità, non aveva come obiettivo la soddisfazione immediata dei sensi, ma inseguiva un piacere più raffinato, che consisteva nell’infinita dilazione del desiderio. Questo nuovo modo di intendere l’amore, che ridisegnava i rapporti tra l’uomo e la donna, complicandone lo schema in base ad un preciso rituale di norme morali e intellettuali, costituì il fondamento di una società, della sua cultura, del suo nuovo modo di sentire, intendere ed esprimere in modo figurato il percorso infinito della conoscenza.

L’amore si trasformò in fin’amor, come lo chiamavano i poeti dell’epoca, cioè in un filosofico cammino interiore, che portava al perfezionamento di sé sul piano intellettivo e spirituale. Vivendo in modo reale e astratto l’esperienza della fin’amor, uomini  e donne proiettavano per la prima volta ansie e desideri nello specchio della parola poetica in cui l’intelligenza e l’anima cercavano  la via dell’espressione di sé.

Tale era l’importanza del tema d’amore e dei rituali a esso connessi che, nella seconda metà del dodicesimo secolo, nel momento culminante di quella civiltà, segnata da una diffusa ‘rinascenza’ dell’arte, della poesia e della cultura, a Troyes, presso la corte della contessa Maria di Champagne, uno scrittore, a noi noto con il nome di Andrea Cappellano, dedicò all’argomento un vero e proprio trattato che ebbe grande diffusione in tutta Europa con il titolo De amore.

L’autore, attraverso un ricco repertorio di storie, esempi, personaggi, mostrando di rivolgersi a un giovane amico di nome Gualtieri, proponeva a tutti i cavalieri che vivevano nelle corti un dettagliato protocollo di prescrizioni e divieti, una sorta di vademecum morale, necessario per vivere tutti i passaggi dell’amore nel modo più vigile e consapevole, al di fuori dei vincoli e delle costrizioni del matrimonio.

Nel corso del 1100 l’esperienza d’amore, codificata da Andrea Cappellano, cantata dai trovatori, narrata nei favolosi romanzi cavallereschi di Chrétien de Troyes, poeta prediletto, anche lui, da Maria di Champagne, si trasformò in tal modo in un rituale di omaggio alla donna assai complesso che pochi eletti condividevano nel segno qualificante ed esclusivo della gentilezza d’animo e della sapienza, cui quell’esperienza sembrava necessariamente accompagnarsi.

Secondo il rituale, chiamato jeu d’amor, gioco di corteggiamento e amore, il cavaliere imparava a dare forma ed espressione al suo desiderio e alle sue virtù avvicinandosi gradualmente alla dama ma senza illudersi di poterla mai davvero raggiungere. Si trattava di una sorta di rito d’iniziazione che insegnava al cavaliere l’arte dell’amore, come esperienza di dominio delle passioni, misura e scoperta di sé in rapporto a un obiettivo irraggiungibile: l’amor de lonh, l’amore di lontano cantato dal leggendario trovatore Jaufré Rudel che riuscì a trovare e a vedere la principessa di Tripoli solo in punto di morte.”

 

Via dei Fori Imperiali come La terra desolata di Eliot

Via dei Fori Imperiali come La terra desolata di Eliot. Un’intervista di Claudio Strinati, pubblicata sul Messaggero di oggi, sabato 6 agosto, da Mario Ajello. Spero che la leggano tutti gli amici e cittadini romani che hanno a cuore la salute etica ed estetica della loro citta sofferente e, di conseguenza, il loro stesso benessere

Intervista su via dei Fori Imperiali

Via Intervista su via dei Fori Imperiali